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lunedì 14 gennaio 2013

L’inflazione


 
Marco continuava il suo lavoro anche per acquistare una casa per la propria famiglia. In realtà, prima della seconda guerra mondiale, aveva risparmiato una bel gruzzolo, però non ancora sufficiente per  realizzare il progetto casa, e per poter realizzare un significativo interesse prestò la somma risparmiata ad un amico.

Dopo la guerra vide svanire il suo progetto perché per l’inflazione e la conseguente svalutazione della moneta, alla fine della guerra, con la somma restituita più gli interessi avrebbe potuto acquistare soltanto un  abito.

Marco non dispera, in quel periodo c’erano tanti guai più gravi dei suoi: tanti suoi amici erano morti in guerra, altri, come suo fratello Francesco e suo cognato, non ritornano ancora né si hanno loro notizie.

Ci vorranno ancora circa sei anni perché, avendo accumulato una somma di garanzia, possa avventurarsi all’acquisto della casa. 

venerdì 21 dicembre 2012

Nicola e Mario



I primi anni trascorsi in questa casa, sono anni difficili, sono gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Per una fortuita coincidenza Marco non fu costretto ad arruolarsi, perché tutti i giovani della classe del Principe Umberto furono esonerati. Marco continuò a sostenere la propria famiglia con tutti i mezzi di cui poteva disporre.

Quando per la distribuzione delle razione di cibo all’esercito e ai civili fu decretato l’ammasso dei prodotti agricoli, Nannina e altre amiche si fingevano spigolatrici per recuperare qualche spiga di grano in più da portare a casa, frequentando i campi in cui Marco stava mietendo.

Nel 1943 Nannina e Marco ebbero un altro figlio a cui dettero il nome Nicola, come il nonno materno. Fu l’anno della guerra più difficile per l’Italia Meridionale, perché con l’armistizio e poi la dichiarazione della fine della belligeranza contro gli alleati, si scatenò la reazione dei tedeschi.

Ruvo di Puglia non subì gravi fatti d’armi, furono dati degli allarmi per lo sgombero della città, passarono degli stormi di aerei, ma non ci fu un bombardamento. In lontananza si videro delle squadriglie di aerei, ma questi si allineavano per versare i loro carichi mortali su Foggia.
Nel 1944 il fronte si spostò subito verso il Nord, allontanando la guerra dalla Puglia.

A Ruvo, proprio nelle vicinanze dell’abitazione di Marco e Anna, si erano accampati per un certo tempo gli alleati. A questi spesso offrivano quel po’ di frutta che potevano e in cambio avevano vecchi abiti o maglie oppure teli dei paracaduti non più utilizzabili, che le abili mani di Anna e delle vicine di casa riuscivano a sfilacciare per tessere nuovi abiti. Gli uomini riutilizzavano i bauli, svuotati dalle armi, come contenitori di attrezzi agricoli.

A fine novembre del 45 nacque Mario, l’ultimo figlio, che non fu dichiarato subito all’anagrafe contravvenendo alle leggi vigenti, perché in caso di chiamata alle armi sarebbe stato più adulto e sarebbe arruolato, dicevano, con lo scaglione successivo, preoccupati che non succedesse al figlio come al fratello di Marco, che dovette partecipare alla Prima Guerra Mondiale ancora diciassettenne.

lunedì 25 giugno 2012

Il trasloco


Passano gli anni, è scaduto il contratto di affitto della casa in cui hanno trascorso i primi anni da sposi. Marco cerca una nuova dimora, la trova alle porte della città, ancora oggi è l’ultima casa in pietra di via S. Barbara, non è lontana dalla casa paterna di Nannina, un po’ più lontana è da quella dei genitori di Marco, (la distanza nei piccoli centri non è significativa, il centro della città non dista più di cinquecento metri dalla periferia nelle varie direzioni).
Questa casa era situata in una specie di condominio dell’epoca, si entrava in un androne dove a fianco della scala c’era un’abitazione, salita la prima rampa della scala ce n’era un altra subito a sinistra. Salito alcuni gradini c’era un pianerottolo  sul quale si trovavano  tre ingressi per altrettante abitazioni e in fondo partivano due corridoi quello di destra più corto, quello di sinistra molto più lungo che portavano ad altre abitazioni.
L’appartamento affittato da Marco, come gli altri dello stesso condominio, era composto di due vani, che avevano la luce uno dalla porta di vetro dell’ingresso, l’altro dal balcone che si affacciava su Via S. Barbara. Il Vano ingresso era più piccolo perché era stato tagliato per ricavare una piccola cucina con focolare e una scala in legno per accedere al terrazzo su cui si depositava la legna, unica fonte di energia per preparare i cibi e per il riscaldamento. Non c’era il bagno, per i bisogni si usavano i vasi da notte (vasino e vaso, detto eufemisticamente monsignore), per la pulizia personale si utilizzava un lavabo mobile con vari accessori, la bacinella per lavarsi, il secchio raccoglitore, la brocca e accessori per la barba con lo specchio. In un angolo della cucina c’era un “gettatoio” dove si versava l’acqua sporca, e questo era un segno di modernità per le case, infatti non tutte le abitazioni del paese avevano  l’allacciamento alla fognatura.

sabato 19 maggio 2012

I figli Saverio e Maria



Anna è in stato interessante per la seconda volta. I due Marco e Anna affrontano questa nuova circostanza con la massima preoccupazione, vogliono difendere il bambino che sta per nascere.
Trascorsi i nove mesi, nascono due gemelli, a cui danno i nomi dei nonni paterni: Saverio e Maria.
Alla gioia della nascita dei gemelli, si accompagna la fatica della cura necessaria per il loro sostentamento. Il latte di Anna, non è sufficiente per i due né all’epoca c’erano gli alimenti di cui le mamme dispongono oggi, per cui ricorre all’aiuto di una balia per  allattare uno dei due. Tutti i familiari cercano di dare, secondo le possibilità, la loro collaborazione, in questo momento si rileva di grande aiuto l’apporto del nipotino, anche lui di nome Saverio, che si reca spesso alla casa della zia Anna, e spesso prende il piccolo neonato e, avvolto nelle fasce e ben coperto, lo porta alla balia, mentre Anna si prende totalmente cura della piccola Maria. Marco quando ritorna dai campi dà la sua collaborazione alla moglie, ma, stanco per la fatica, non riesce sempre a contribuire validamente e per un lungo tempo.
Anche questa maternità è rattristata per la morte della piccola Maria. Dopo circa un anno e mezzo la piccola, colpita da una malattia incurabile, muore e con lei tutte le speranze che Nannina aveva riposto nella figlia femmina. La corona di angeli intorno all’immagine del Sacro Cuore ha un altro angioletto familiare.

Mamma e papà


Marco e Anna, nel loro entusiasmo giovanile rafforzato dal sentimento che li vincolava, si fecero carico del peso della famiglia senz'alcun risparmio di energia.
Dopo il primo anno di matrimonio nacque un bel bambino di carnagione chiara e dai capelli rossi, che chiamarono Saverio come il nonno paterno. Ma la gioia apportata da questo primo figlio durò poco, dopo pochi mesi  morì (all’epoca, non disponendo di efficaci cure mediche, molti bambini morivano al momento del parto o nei primi mesi di vita).
Tutti gli eventi della vita lasciano un segno indelebile nella persona che li ha vissuti, la morte del primogenito lascerà un’impronta in Anna per tutta la vita, che ogni tanto emergeva nel ricordo del figlio dai capelli rossi, che vedeva tra gli angeli che facevano corona all’immagine del Sacro Cuore, che era sul comò della camera da letto.

Le esigenze della vita sollecitano all’impegno quotidiano e il tempo copre con un velo sempre più denso i fatti trascorsi.  

Marco ogni giorno va a lavorare nei campi di suo padre o di altri, senza risparmio di fatica, è apprezzato e stimato per il suo lavoro; il ricavo del raccolto o il salario guadagnato lo consegna ad Anna, la quale, prelevatone una parte per l’economia domestica, lo deposita sul libretto bancario a lei intestato. È lei che amministra il bilancio famigliare che ha come unico introito il ricavo derivante dal lavoro di Marco e dalla vendita dei prodotti dei campi. 
Marco ha piena fiducia del suo operato, le chiede ogni tanto a quanto ammonta il deposito e, quando lo ritiene sufficiente per investirlo nella propria azienda, incomincia a fare dei progetti di acquisto facendone partecipe Anna, con cui condivide ogni decisione.

domenica 29 aprile 2012

Due vite s’intrecciano



Dopo il matrimonio i due giovani sposi, Marco e Anna, presero dimora in un piccolo appartamento non molto lontano dai loro genitori.
Marco continuava a lavorare nell’azienda del padre con gli altri due fratelli, di cui uno ancora scapolo, con i quali condivideva il ricavo del raccolto. Anna dopo aver rassettato la casa si recava dalla mamma, che già anziana aveva bisogno di aiuto e quindi dai suoceri dove collaborava a sbrigare le faccende di casa finché gli uomini tornavano dal lavoro dei campi.  Rientrati, pranzavano tutti insieme, quindi i fratelli sposati e le rispettive famiglie rientravano ciascuno alla propria casa.

 All'epoca era ancora stretto il legame patriarcale, soprattutto nel settore agricolo perché i genitori dividevano l’azienda tra i figli solo quando tutti avevano formato una propria famiglia; inoltre un giovane prima di rendersi autonomo doveva procurarsi i mezzi di lavoro che non erano solo gli arnesi, ma anche una piccola stalla, il carro e il mulo, che serviva per trainare il carro e per  tirare l’aratro nella coltivazione dei campi.

Il novello sposo progetta con la mogliettina un futuro migliore e oltre al lavoro nell’azienda paterna quando può offre il proprio lavoro ad altri cercando di accumulare un piccolo risparmio.
 
Anna, fino ad allora figlia coccolata dalla mamma e dal fratello maggiore, che le permettevano di lavorare come sarta da donna e di dedicarsi a qualche lettura, ora deve affrontare da sola i lavori domestici e collaborare con la propria anziana mamma e con i suoceri e tutta la loro famiglia.

I lavori domestici erano molto pesanti soprattutto in una casa di agricoltori: si doveva rassettare la casa, fare il pane, alimento all’epoca fondamentale, lavare i panni sfregandoli su una apposita tavola e all’occorrenza doveva cucire i sacchi dove si rimettevano il grano, le mandorle, le olive e altro, lavare i teli dopo il raccolto e tante altre attività di supporto ai lavori dei campi.
E quando nascevano i bambini la loro cura era affidata soprattutto alla mamma.

sabato 7 aprile 2012

La casa della Madonna

È una calda sera di luglio, Marco e Nannina rincasano, le finestre delle case sono aperte per accogliere il venticello che dopo una giornata afosa arriva provvidenziale a rinfrescare gli ambienti. Sugli usci delle abitazioni a piano terra sostano ancora sedute delle persone a cogliere quel lieve sollievo prima di andare a riposo.
I tre figlioli scorrazzano per la strada. Non c’è traffico, i cavalli sono nelle stalle e i traini stazionano ai margini della strada. Marco ogni tanto richiama i figli per non farli allontanare. Spesso durante il percorso salutano i conoscenti che incontrano, e alcune volte si fermano qualche istante per comunicare con loro.
Intanto programmano cosa fare l’indomani. Nannina deve alzarsi presto per fare il pane poi deve andare in banca per prelevare il denaro per le necessità familiari ordinarie. I bambini non vanno a scuola e ha difficoltà a portali con sé, e rivolta a Marco gli chiede: “Come fare?”. Marco non ha un momento di esitazione, sa cosa fare, gli è capitato altre volte: “Non preoccuparti possono venire con me. Domani ti aiuto a fare il pane, poi vado a Belmonte, un podere non molto lontano e quindi posso avviarmi più tardi, quando i bambini possono svegliarsi.”
Entrati in casa, ordina ai bambini di andare subito a letto, perché domani devono levarsi presto e andare insieme a lui in campagna. Il figlio più grandicello accoglie serenamente l’invito, per lui è un fatto ordinario andare con il papà nei campi, anzi spesso lo aiuta anche a eseguire dei lavori, i due più piccoli si eccitano a questa notizia, e vanno sì a letto, ma fanno fatica a prendere sonno immaginando l’avventura che gli toccherà l’indomani.




È ancora buio quando Marco e Nannina si levano da letto. Nannina versa la farina sul “tavoliere” aggiunge man mano dell’acqua calda con sale quanto basta per amalgamare la farina, aggiunge il lievito che ha conservato dall’ultima volta che ha fatto il pane e incomincia a impastare. Interviene Marco che aiuta la moglie a rivoltare e a schiacciare più volte l’impasto fin quando non presenta più grumi e si presenta uniforme. Dividono l’impasto in pezzi, li avvolgono tra bianche bende e li poggiano su un angolo del letto, dove, ben coperti raggiungeranno la debita lievitazione.
La collaborazione di Marco è terminata, ora si affretta a raggiungere la stalla per prendere gli attrezzi da lavoro, legare la mula al carro e avviarsi al campo come prestabilito. Deve far presto, deve incominciare i lavori già all’alba, più tardi farà caldo e sarà molto pesante lavorare sotto il solleone di luglio, e poi oggi ha con sé anche i piccoli. Marco esce di casa, intanto Nannina sveglia i piccoli e lava il loro visino, li veste in modo che siano pronti al passaggio del papà.
I bambini, anche se un po’ assonnati fremono nell’attesa. Ecco è arrivato papà. “Attenzione! Fate i bravi” dice la mamma mentre li accompagna vicino le scale. Marco, che ha lasciato vicino il portone il carro, prende in braccio il più piccolo, per mano il secondo, il più grande precede tutti scendendo velocemente gli scalini. Accomodati i piccoli sul piano del carro, si avvia verso la campagna.
Alla periferia della città c’è la fontana con il pilone dove si fermano i carri per abbeverare i cavalli, Marco si avvicina e, mentre la mula beve, riempie il secchio di acqua, che servirà per bere e per rinfrescarsi durante la giornata, e lo attacca sotto il traino. “Possiamo andare”, tira le briglie, fa retrocedere la mula e a passo riprende la via.




Lungo la strada c’è una lunga fila di carri, sono gli ultimi della mattinata, quelli che vanno ai campi vicini al paese, altri si sono avviati molto tempo prima. All’orizzonte incomincia ad apparire il primo chiarore dell’alba. I bimbi un po’ assonnati, sbirciano qua e là. La mula segue il tragitto in modo ordinato e Marco lega le briglie al traino, pronto a riprenderle al momento opportuno. “Salve”, “Deo ‘raz” (Deo gratias) erano i saluti che si scambiavano i contadini quando si incontravano, a cui si rispondeva “Salve” e “Sempr” (sempre), e lungo il tragitto Marco, che conosceva tanti compaesani, spesso salutava o rispondeva ai saluti degli altri.
Raggiunto il campo, Marco aiuta a scendere dal traino i figlioli. Prende dei rami, accende il fuoco e fa accomodare a debita distanza i piccoli, intanto scioglie dai finimenti da traino la mula e la riveste con quelli per l’aratura. Oggi deve arare il campo, non è un’aratura profonda, ma una superficiale, ha portato un aratro senza vomero, ma con una barra che passando in superficie sul terreno lo rende più friabile in modo tale da renderlo meno penetrabile dai raggi del sole e capace di contenere l’umidità sottostante, e nel contempo elimina l’erbetta che soprattutto dopo la pioggia anche in estate riprende a svilupparsi.
Sistemato tutti gli arnesi incomincia a percorrere il campo in tutta la suo lunghezza. Il figliolo più grande prende una zappetta e lo aiuta spostando sotto gli alberi la terra che l’aratro non raggiunge.
I fratellini più piccoli stanno per un po’ di tempo vicino al fuoco, poi incominciano a percorrere il campo, inseguendo lucertole, osservando e tentando di prendere le cicale. Marco per tenerli impegnati, in campagna c’è sempre da fare e per tutti, ordinò loro di raccogliere le pietre e ammucchiarle vicino al viottolo.
I bimbi fecero quel po’ che potettero, trascorsero il tempo tra il gioco e il lavoro.







Intanto nel cielo lentamente si addensavano le nuvole. Marco le osservava con preoccupazione, non promettevano niente di buono, forse si avvicinava un temporale.
La pioggia soprattutto nel mese di luglio è sempre ben accetta, ma spesso si accompagna con la grandine che può distruggere il raccolto. Oggi ci sono anche i bambini e bisogna proteggerli.
Marco si affretta a finire il lavoro, il temporale sembra ancora lontano.




Finito di arare, stacca la mula dall’aratro, le lega al collo la sacca con paglia e biada. Beve, si lava e guarda il cielo, non sembra tanto minaccioso, comunque bisogna far presto, sa bene che in luglio possono esplodere repentinamente i temporali. Potrebbe fermarsi nel campo dove c’è un trullo per ripararsi dalla pioggia, invece valuta che è opportuno rientrare a casa.
Lega la mula al carro e rivolto ai bambini, che si guardano anche loro incerti, “Su salite!” Il primo a salire e il più grandicello, poi afferra per mano i più piccoli e li aiuta a salire sul carro, “State giù e copritevi”e porge loro il suo pastrano.




Si ritorna a casa, ma percorso circa cinquecento metri si rende conto che il temporale viene proprio dal paese e fra poco sarà sul fronte del temporale e già cadono dei goccioloni. È inutile tornare indietro, a pochi passi c’è un piccola cappella votiva, che può contenere alcune persone. Questa è l’unica alternativa, bisogna raggiungere al più presto la cappella.
Ferma il traino, “Giù Rino!”, “Giù Mario!”, “Giù Nico!”. “Abbassate la testa, entrate”, prende dei sacchi che si trovavano sul carro e copre la mula, poveretta è sudata dopo una giornata di lavoro. Si abbassa, l’ingresso è piccolo, ed entra anche lui. L’ambiente è piccolo, ma sono ben coperti.
Appena entrati, scroscia la pioggia associata a chicchi di grandine. Si susseguono lampi e tuoni. I bimbi sono rannicchiati vicino l’altare, Marco vicino l’uscio rassicura i figli e controlla la mula.




Il temporale è stato violento, ma è durato poco. Cade ancora qualche residuo di pioggia, Marco ritiene opportuno riprendere il cammino. Fa salire il figlio più grande e gli offre il suo mantello, poi solleva e poggio sul piano del carro Nico e Mario, “Mettetevi sotto il mantello”. Toglie i sacchi bagnati dalla schiena della mula e sale sul carro, tira le briglie e fa avviare la mula.
Lungo la strada scorrono ruscelli di acqua melmosa, ma sembra che non ci sia più pericolo di pioggia, anzi il cielo incomincia a diventare luminoso e tra le nubi appare un raggio di sole. I bimbi mettono fuori la testolina e sgranano gli occhi quando vendono in cielo un grande arco con tanti colori, Rino esclama: “L’arcobaleno!” Gli altri guardano con meraviglia.




Da lontano scorgono la casa, è già illuminata dal sole.
Dentro c’è Nannina che aspetta i figli con trepidazione. Durante il temporale si era chiusa nella camera da letto perché ha terrore dei fulmini e dei tuoni, ogni tanto si era avvicinata alla finestra per seguire l’evolvere del temporale. Aveva attaccato ai vetri della finestra dei santini, quasi per invitare i santi protettori a osservare e a intervenire in soccorso. La luce, l’arcobaleno incominciavano a rasserenarla, ma i figli…




Marco, appena giunti al paese, porta i figli a casa, li fa scendere dal carro, li avvicina alla scala e li affida al maggiore di loro: “Su andate a casa, io porta la mula alla stalla, vengo presto”. Sale sul carro e riparte.
La mamma è dietro la vetrina dell’uscio, quando vede arrivare i tre figlioli va loro incontro, li abbraccia, sono asciutti, incredula continua a ritoccarli, non sono stati investiti dal temporale.
Mette la pentola sul fuoco, perché fra poco arriverà anche suo marito, intanto toglie ai figli gli abiti intrisi di polvere, li lava, dà loro abiti puliti. I bambini incominciano a raccontare la loro avventura.




Arriva Marco e abbraccia sua moglie, che ora va rasserenandosi.
“Su tutti a tavola, oggi siete stati in campagna e scommetto che avete fame”, tutti si mettono a tavola. Durante il pranzo continuano a raccontare degli alberi, delle cicale, delle lucertole, delle tante pietre raccolte, della grandezza del mucchio che avevano fatto, della pioggia, dei fulmini, dei tuoni.
La mamma desidera che le rimuovano quella che è stata la sua preoccupazione e chiede “Perché non vi siete bagnati?” e all’unisono i due piccini risposero: “Siamo entrati nella casa della Madonna”. Rino e il papà sorridono, la mamma li guarda con occhi lucidi di commozione e in seguito volle che ascoltassero la stessa risposta i nonni e gli zii.
Il solleone era tornato ruggente, tutti erano stanchi per la giornata trascorsa. Il papà si levò da tavola e ordinò a tutti di andare a riposare. Nico e Mario andarono a letto, ma continuarono per lungo tempo a raccontare, finché la stanchezza non li fece assopire.

venerdì 9 dicembre 2011

La letterina di Natale

Era tradizione del paese far scrivere ai bambini una letterina ai propri genitori da leggere durante la cena della vigilia di Natale. La tradizione era condivisa da molte famiglie tanto che la letterina era preparata dagli insegnanti delle scuole elementari statali.
Nell'approssimarsi del Natale nelle varie classi gli alunni erano sollecitati ad acquistare una letterina decorata con i simboli natalizi e il bambinello. Su questa i bambini, aiutati dal maestro, scrivevano un augurio per i genitori relativo alla salute e alla serenità seguito dalla promessa di essere più buoni, poche e semplici parole che nella circostanza sollecitavano una tenera emozione.



La sera della vigilia, il bambino già preso dall'emozione di dover leggere ad un gruppo di adulti, anche se famigliari, inizia le manovre per mettere la letterina sotto il piatto del papà, fino a quando la mamma bandisce la mensa e pone i piatti, allora con la complicità della mamma, inosservato dagli altri, il bimbo pone la letterina sotto il piatto di papà.
Intanto tutti si siedono a tavola, per l'occasione oltre ai genitori e i fratelli, possono esserci altri zii e cugini.
Al cambio dei piatti della prima portata, sollevato il piatto del papà appare la letterina; tutti manifestano meraviglia e attenzione; al figliolo tacca leggere la letterina.
Con vocina tremante per l'emozione legge “miei cari genitori... auguri di buon Natale” tutti applaudono, bravo!... carino!... e si scambiano a loro volta gli auguri. Si riprende la cena, che per l'occasione si prolunga per tutta la serata.
Verso mezzanotte si pone il bambinello nel presepe.

venerdì 17 dicembre 2010

Il primo presepe di famiglia

I bambini crescono e i genitori cercano di educarli secondo la tradizione e la propria educazione.
Il figlio maggiore, Saverio, è già grandicello e la mamma lo aiuta a fare il primo presepe, acquista le statuine dei personaggi più importanti del presepe: la Madonnina, san Giuseppe, Gesù Bambino, un pastorello suonatore di ciaramelle, una suonatrice di arpa, un pastore disteso che guarda un piccolo gregge.

Su un ripiano di una piccola libreria prepara la grotta con una carta marrone recuperata da un imballaggio, il papà porta un po' di muschio e dei ramoscelli dalla campagna ed il presepe è fatto. Tuttavia prima di mettere il bambinello nella grotta, la mamma porta la statuina al parroco per la benedizione, questi la benedice e restituendola invita a custodirla con attenzione e a recitare delle preghiere quando sarà posto nella presepe.

Era costume che tutti i figli anche quelli sposati i giorni di festa li trascorressero con i genitori, e anche quel Natale cenarono insieme i nonni, i figli e i nipotini, era una bella e rumorosa comitiva.

Quando ebbero cenato, la mamma di Saverio ricordò che alla propria casa avevano preparato il presepe.
A quella comunicazione, tutti si dichiararono pronti a trasferirsi per “far nascere Gesù”, e lo zio Ernesto, che era un musicista, prese il suo trombone per accompagnare i canti natalizi. La comitiva si mosse dalla casa del nonno alla casa del nipotino.
Qui giunti, la mamma prese Gesù bambino dal piano del comò, dove lo aveva tenuto per tutta la novena di natale illuminato dalla lampada ad olio, e lo affidò nelle mani del figliuolo, e insieme si avviarono verso il presepe, gli altri li seguirono con la candelina accesa.
Vicino al presepe la mamma sollevò il bimbo, che depose Gesù nella grotta.
Gli altri cantavano 'Tu scendi dalle stelle' e lo zio col trombone suonava.
Recitate le preghiere che il parroco aveva indicato, i presenti si scambiarono gli auguri e la mamma offrì vari tipi di dolci che lei stessa aveva preparato per la festività di natale.
Questo fu il primo presepe della famiglia, che sarà rinnovato ogni anno, arricchendosi di nuove statuine. I bimbi, che con tanta tenerezza si avvicinavano al presepe, sono diventati genitori e nonni, e collaborano ad allestire il piccolo presepe accanto all'albero di Natale.

giovedì 11 novembre 2010

E stanno a guardare

Ogni volta che Mario partiva dalla casa paterna, per andare a lavorare in Lombardia, viveva un piccolo dramma, non solo perché si allontanava dagli amici e dai luoghi a lui familiari, ma soprattutto perché doveva allontanarsi dai suoi anziani genitori, che nei loro progetti avevano riposto nel figlio la loro speranza di aiuto e sostegno.
Dopo i saluti, mentre Mario saliva in macchina e partiva, loro uscivano sul balcone e appoggiati alla ringhiera seguivano il figlio che si allontanava, avrebbero voluto trattenerlo, ma non volevano ostacolargli il percorso della sua vita.
Mario, che aveva messo su famiglia e doveva riprendere il lavoro, volgendo l’ultimo sguardo, li vedeva lì fermi, e si ripeteva “stanno a guardare”, sintetizzando così i propri sentimenti e quelli dei suoi in questo distacco, che faceva fatica ad esplicare.

domenica 14 febbraio 2010

Il cuore e la testa

I ragazzi crescono e scoprono il mondo circostante, si confrontano con il mondo degli adulti e dei coetanei, e intanto vanno disegnando il loro ruolo futuro nella società. L'esperienza quotidiana, il comportamento dei genitori e degli altri familiari, la scuola con gli insegnanti e i compagni, le varie discussioni in cui vengono coinvolti, i vari avvenimenti vissuti direttamente o acquisiti tramite le varie letture offrono il complesso materiale, che ciascuno elabora in modo originale con la propria immaginazione: sogni, utopie, miti, modelli di vita.
Nannina progettava la sua vita futura, quando Marco, colpito dalla sua bellezza e dal suo fascino, cerca in tutti i modi di raggiungerla per esprimerle il suo amore.
All'epoca nel paese, ancora prevalentemente agricolo, i ragazzi e le ragazze non avevano facili occasioni di incontro, e Marco cerca di farsi notare aspettando Nannina all'uscita dalla maestra di cucito, quindi le fa pervenire il suo messaggio d'amore.
Nannina vive un momento di smarrimento, ha visto il ragazzo che la fissava con grande affetto e subito in lei si sprigionano delle vibrazioni di sintonia, è un ragazzo simpatico, ma non corrisponde al ragazzo dei suoi sogni e quindi ritarda a dare un riscontro positivo.
Marco è innamorato, non si arrende e cerca di essere sempre più vicino al suo amore.
Quando torna dal lavoro dei campi non va direttamente alla sua casa, ma passa vicino a quella della ragazza.
Intanto ha cambiato il nome della mula che traina il suo carro, le ha dato il nome Nannina, e passando vicino la casa della ragazza, fingendo di sollecitare la mula, le grida “dai Nannina! dai Nannina!”.
La giovane Nannina, che ha capito la trovata di Marco, corre a guardarlo nascosta dalla tenda della finestra.
Passano dei giorni e Nannina si confida con il fratello maggiore, che dalla morte del padre, ne ha assunto veci: “conosci Marco? È un ragazzo simpatico, ma... è analfabeta, è un contadino...” Peppino, il fratello maggiore, che conosceva Marco per aver in alcune occasioni lavorato insieme, la rassicura “è un ragazzo laborioso e serio... e la famiglia, dignitosa, si sostiene da lavoro agricolo dei componenti maschi nell'azienda famigliare”. Non dà peso alla preoccupazione della sorella per il fatto che non sappia leggere e scrivere, perché all'epoca nel paese l'analfabetismo erano una condizione diffusa anche tra i giovani.
Nannina riflette ancora per qualche giorno, quindi rendendosi conto della realtà in cui vive, rinuncia al sogno del suo principe azzurro, e si lascia trasportare dalla simpatia che il giovane Marco le suscita e gli fa pervenire un messaggio di assenso alla sua richiesta.
Si incontrano alcune volte furtivamente e intanto preparano il giorno del fidanzamento, quando i genitori di lui andranno dalla casa della ragazza per manifestare ufficialmente la seria volontà del ragazzo e portare l'anello.
Trascorrono alcuni mesi, durante i quali Marco va spesso a casa della fidanzata. Condividendo simpatia, amore e stima reciproca fissano il giorno del matrimonio.
Sbrigato le dovute formalità, nel dicembre del 1934, celebrano secondo i costumi dell'epoca la loro unione.

venerdì 5 febbraio 2010

Un'amicizia può determinare il proprio destino

Nannina, raggiunta l'età scolastica, viene iscritta dalla mamma alla scuola elementare del paese. La piccola con un po' di tristezza deve staccarsi dal nido materno, ma ecco che si trova con tante altre coetanee controllate dall'attenta e premurosa maestra. Gioca, famigliarizza con le altre bambine e intanto incomincia a tracciare i primi segni sui fogli bianchi del quaderno.
Col tempo, con la guida della maestra, e con le premure della mamma e delle sorelle maggiori, imparerà a leggere e scrivere.
Dopo i primi apprendimenti, maturerà il gusto per la lettura, per l'arte, per il bello che le farà superare con facilità e con buoni risultati le scuole elementari.
Intanto farà tante amicizie, ma con Cecilia si legherà in modo speciale tanto da essere condizionata nella sua scelta di vita.
Superato il quinquennio delle scuole elementari molte ragazze non proseguivano gli studi, per dedicarsi alle faccende domestiche o lavori di sartorie per prepararsi ad essere brave donne di famiglia e mamme.
Poche ragazze proseguivano gli studi.
A Nannina, visto il buon esito riportato nel corso degli studi elementari, le era stata offerta la possibilità di proseguire gli studi e si iscrisse alla classe superiore, invece a Cecilia i genitori non gli consentirono l'iscrizione alla stessa classe.
Le due bambine, unite da una forte simpatia reciproca, cercarono di contrastare la causa della loro separazione, seguendo ciascuna la strategia che ritenne più opportuna, difatti contrastante l'una dall'altra: mentre Nannina chiedeva alla mamma di ritirarsi dalla scuola, Cecilia sollecitava i suoi genitori di permetterle di proseguire gli studi.
I genitori di Cecilia, che economicamente erano in migliori condizioni della famiglia di Nannina, concessero alla figlia di riprendere gli studi.
Anche la mamma di Nannina, cedette alle istanze della figlia e le permise di ritirarsi dalla scuola.
Quando Nannina si rese conto dei piani incauti che aveva seguito lei e l'amichetta, ritornò a chiedere alla mamma di riprendere gli studi, ma la mamma, seguendo una logica diffusa tra i genitori dell'epoca che non consentiva di soddisfare i capricci dei figli, non ritornò più sulla decisione già presa e Nannina non continuò gli studi. Anche Cecilia, dopo alcuni mesi, si ritirò dalla scuola.
L'amicizia, che rafforza gli animi nelle fatiche, può determinare il loro destino.
Nannina, come tante ragazze della sua età, frequentò una maestra di sartoria da donna, e qui ogni giorno si recava per imparare a cucire e poi a confezionare gli abiti.
La maestra, con le allieve più anziane e più brave, rilevava le misure delle clienti e, rispettando i loro gusti, tagliava le varie parti del vestito; le altre con abilità e precisione cucivano a mano. Quando l'abito era confezionato richiamava la cliente interessata, provava su di lei il vestito, quindi secondo le necessità o lo faceva confezionare per la consegna, oppure operava i dovuti ritocchi richiesti.
Presso la maestra conobbe altre amiche con cui condivise il lavoro e i momenti di svago, fino a quando un giovanotto non si innamorò di lei e si legarono per tutta la vita.

mercoledì 2 dicembre 2009

Santa Lucia


Santa Lucia è una vergine, martire del IV secolo, venerata dalla Chiesa e ritenuta protettrice dei ciechi.
A Ruvo di Puglia la celebrazione della ricorrenza annuale avviene nella parrocchia che porta il suo nome.
Oggi è stata costruita una nuova chiesa; non molto tempo fa la parrocchia di Santa Lucia, aveva come sede una chiesetta attigua al vecchio convento dei cappuccini, che da tempo erano andati via abbandonando al degrado il convento.
Nell'antica chiesa si svolgevano le liturgie secondo il riti della Chiesa Cattolica, i giorni precedenti si teneva la novena, il giorno tredici dicembre per l'intera giornata si alternavano le varie messe e infine si faceva la processione, che percorreva le principali vie del paese.
Nannina, che aveva subito un danno alla vista ed era preoccupata che questo male si aggravasse, coltivava una profonda devozione verso santa Lucia, nella speranza e nella fede che la santa proteggesse anche la sua vista.
Durante la novena, che si svolgeva nelle prime ore del mattino, prima dell'alba si recava nella chiesetta per la santa messa e la novena. (Era consuetudine, in alcune importanti festività come quella in onore di santa Lucia e la novena del Natale, celebrare le liturgie prima dell'alba per dare la possibilità alle mamme e ai contadini di parteciparvi senza essere di ostacolo agli obblighi delle mansioni di ciascuno). Ritornata riprendeva le normali faccende di casa: se aveva già preparato il pane lo mandava al forno comune per la cottura, quindi faceva svegliare i figli e li preparava per mandali in ordine a scuola.
Come per tante feste religiose, anche per quella di santa Lucia, alle liturgie ufficiali della Chiesa si affiancano delle tradizioni popolari.
In questa circostanza nelle famiglie si preparavano e poi si distribuivano i ceci “fritti” (non erano fritti nell'olio, ma abbrustoliti con una tecnica particolare: si prendeva una pentola consumata e si riempiva di tufo bianco ridotto in polvere sufficiente per avvolgere i ceci selezionati e di calibro sufficientemente grandi e veniva posta sul fuoco. Quando i ceci al calore scoppiettavano, la pentola veniva tolta dal fuoco e si faceva raffreddare, infine si tiravano dal tufo ed erano pronti da distribuire e da mangiare).
Un'altra tradizione era l'accensione dei falò. Verso il tramonto sulle strade, non ancora asfaltate, si eregevano delle cataste di tronchi e di fascine e si incendiavano, con la partecipazione dei vicini di casa. Le grandi fiamme alcune volte lambivano le finestre del primo piano, e tanti si avvicinano per riscaldarsi, tenendosi a debita distanza mantenendo per mano i bambini.
A fine serata, quando il fuoco delle fascine era diventato cenere, soprattutto gli uomini si avvicinavano al fuoco e con delle pale raccoglievano la brace più consistente dei tronchi e la versavano nei bracieri o in appositi contenitori in ferro che venivano chiusi ermeticamente in modo tale da spegnere il fuoco e conservare il carbone per altri usi domestici. Ognuno cercava di approvvigionarsi come poteva.
I tozzi di tronco non ancora consumati si accostavano e si lasciavano riaccendere, per offrire ai passanti un breve sollievo dal freddo della notte.
Questa tradizione era uno dei momenti di vita corale del vicinato, poi, quando le strade furono asfaltate, andò scemando, perché era necessario preparare una base tale da non fare sciogliere o peggio incendiare il catrame.
Ma il fascino che la tradizione suscita, ha sostenuto la volontà di alcuni cittadini a continuare ad accendere i falò, ed oggi alla ricorrenza della festa, in piazza si accende un enorme falò con la distribuzione dei ceci e del vino caldo.

domenica 4 ottobre 2009

Nannina

In una giornata autunnale di ottobre nacque una bambina, subito protetta dall'amore dei genitori, e circondata dalla curiosità e dall'affetto del fratello maggiore e delle altre tre sorelline.
Il padre non era agiato, ma con la sua attività artigianale e commerciale riusciva a sostenere dignitosamente la propria famiglia. Svolgeva un'attività che da tempo non si pratica più: era un pellettiere, con la pelle realizzava oggetti per la casa e per la campagna, come otri e vari tipi di crivelli, che erano utilizzati per setacciare il grano e vari tipi di legumi.
Composto una congrua quantità di tali oggetti, costruiti da lui personalmente o aiutato da altri artigiani, li caricava su un carro e si dirigeva verso i mercati più convenienti.
Aveva travato un mercato cospicuo nella provincia di Foggia, pertanto spesso si recava lì. Oggi, i circa cento chilometri, che separano Foggia dal paese del padre di Nannina, si percorrono in circa un'ora, all'epoca il percorso era lungo perché il traino carico e tirato dai cavalli impiegava diverse ore, era difficile perché le strade erano sterrate, pertanto d'estate erano polverose, mentre d'inverno erano melmose, era soprattutto pericoloso per la possibilità di incorrere nei briganti.
Molti gli sconsigliavano di andare fino a Foggia, in quanto ritenuta una città pericolosa e gli dicevano “fuggi da Foggia”, e lui, che aveva trovato un buon mercato in quella zona, rispondeva “fugge da Foggia chi non è esperto di Foggia”.
Tuttavia quando viaggiava, anche lui per difesa portava una pistola.
Nannina, quando raccontava di suo padre ai suoi figli, ricordava che portava sempre con sé una pistola e ripeteva questo episodio: il giorno in cui i nonni si sposarono ed entrarono per la prima volta nella loro camera da letto, il nonno si liberò della pistola e la poggiò sul comodino, la nonna a quel gesto manifestò una certa titubanza, ma il nonno la rassicurò affermando che era un oggetto di difesa e non sparava da sé.
Nannina, visse con il padre solo due anni, infatti il padre si ammalò e morì, un mese prima che nascesse l'ultimogenito.
La madre e il figlio maggiore dovettero farsi carico della famiglia composta da due figli maschi e tre femminucce, in un'epoca in cui non si era affermata una pur parziale assistenza sociale.

giovedì 20 agosto 2009

Cuore di Mamma

Una giovane mamma, Anna, aveva avuto un primo figlio Saverio, un bel bambino dai capelli d'oro e occhi celesti. Questi purtroppo morì quando non aveva neppure un anno.
Alla seconda maternità Anna ebbe due gemelli: un maschietto a cui dette il nome Saverio, lo stesso nome del primogenito e nome del suocero, secondo i costumi delle propria cittadina, e una femminuccia, che chiamò Maria, nome coincidente sia a quello della propria mamma che della suocera. Per poterli nutrire allattò al suo seno la piccola e affidò ad una balia il maschietto, all'epoca non era ancora diffuso l'uso del latte in polvere o alimenti vari per bambini come oggi. La figlioletta tuttavia non superò il secondo anno di vita. Nella prima metà del Novecento la mortalità infantile era ancora elevata.
In seguito ebbe altri due figli, Nicola e Mario.
Ai tre figli sopravvissuti offriva tutto il suo amore e le sue trepide cure. Ma il ricordo dei due figlioli morti prematuri, non venne mai meno e segnò la vita della mamma.
In camera da letto, tra gli altri mobili, c'era un comò ornato con un'immagine del Sacro Cuore circondato da volti di angioletti. Davanti a questa immagine in alcune ricorrenze religiose accendeva una lampada votiva ad olio. Quando accendeva la lampada, recitava delle preghiere e, alcune volte, avendo accanto i figlioli, a questi indicava due angioletti dell'immagine come i suoi figlioletti che erano vicino a Gesù.
Ricordava con rammarico Maria, perché le era venuta meno un'amica della vita, dal momento che i figli maschi, ad una certa età, non resistono a stare in casa.
Anche sul letto di morte anela al suo incontro; mentre il suo figlio Mario le teneva strette le mani, lei continuava a ripetere “portami a casa, portami dove sta mamma e Maria”, la figlioletta che aveva avuto sempre nel suo cuore di mamma.

martedì 4 agosto 2009

Marco

In un paese della Puglia, all'inizio del Novecento, in una famiglia di agricoltori, nasce un pargoletto di nome Marco.
Ancora bambino segue il padre e il fratello maggiore, quando questi si recano al proprio lavoro nei campi; il lavoro agricolo, era ancora l'attività prevalente nei paesi di provincia dell'epoca. La vita in campagna è la sua unica scuola. All'età scolastica il padre lo iscrive alla prima classe della scuola primaria, ma il bimbo abituato a correre sui prati, a vivere all'aria aperta e ad esercitarsi nelle varie attività pratiche, non riesce ad accettare una vita di scuola e dopo alcuni giorni non la frequenta più. Rimase analfabeta per tutta la vita, ma la sua lucidità mentale gli permetteva di fare dei conti mentalmente e riusciva a portare la contabilità della sua azienda con perfetta correttezza e competenza.
Il lavoro è la sua unica passione, si leva di buon ora al mattino come gli altri famigliari e caricato sul traino gli attrezzi di lavoro si reca nei campi. Di soluto è sul posto di lavoro con gli altri alle prime luci dell'alba.
Dopo un tratto di strada percorso sul carro trainato dalla mula, appena arrivati, sopratutto nel periodo invernale, gli operai accendono un falò e si riscaldano mentre preparano le attrezzature necessarie, quindi mettendosi in azione non hanno più bisogno del fuoco e iniziano il lavoro programmato. D'estate si levano molto presto in modo da dedicare le ore più fresche mattutine ai lavori più pesanti, quindi a piedi scalzi, con vestiti più leggeri e con una bandana legata intorno alla testa per asciugarsi il sudore, continuano fino all'ora del rientro.
(Il lavoro dei campi era molto diverso da quello di oggi, non c'erano le macchine odierne, il terreno era coltivato con zappe, picconi e aratri, trainati da muli o cavalli; per curare le piante usavano forbici e accette. La pelle delle mani degli operai era dura e callosa).
Marco, intanto si è fatto un bel giovanotto, e come tutti i ragazzi è chiamato al servizio di leva, scherzando ricordava che gli fu attribuito il grado di caporale dei muli. In realtà avendo un'innata empatia verso gli animali, li trattava con tanta cura e questi reagivano sempre positivamente, senza pungoli, ai suoi comandi.
Finito il servizio di leva torna al suo paese a alle quotidiane attività, finché un giorno anche per lui scoccò il colpo di fulmine per una ragazza di nome Nannina.

martedì 18 marzo 2008

Ottosanti

Un rullo di tamburo rompe il profondo silenzio della notte, la mamma si sveglia; passano i Santi!
Indossa in fretta i vestiti quotidiani, va verso il lettino dei figliuoli che dormono con tanta tenerezza, ma la sua fede non la frena, su Mario! su Nicola! Passano gli Ottosanti!
I bimbi a stento si svegliano, si stropicciano gli occhietti. La mamma fa indossare i loro vestiti e li porta sul balcone più vicino per vedere la processione.
Fa freddo, invoca aiuto al papà che prende il suo pastrano e avvolge i due bimbi.
Per la strada passano tante ombre oscure, molte si fermano ai margini della strada si salutano in un attimo e attendono in silenzio.
Il rullo di tamburo si fa sempre più forte ed ecco appare una croce con i simboli della crocifissione ma senza il crocifisso, le ombre inchinano la testa e si segnano nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito.
I bimbi guardano con occhi attoniti tante donne vestite di abiti oscuri con in mano un cero, da cui emerge una pallida luce perchè la fiammella è protetta dal vento.
Passi lenti, preghiere sommesse, rullo di tamburo si alternano al silenzio.
“Adesso passerà Gesù” suggerisce la mamma tenendo svegli i bambini e attirando la loro attenzione sull’evento.
Un altro simbolo di croce e alle consorelle seguono i confratelli, anche questi portano i ceri accesi ma sono vestiti di lino bianco e coperti da un copricapo anch’esso bianco.
Si sente lontano un suono lento e straziante che trascina e commuove.
Guardate tra le due file di confratelli passano dei bambini vestiti di porpora, coronati di spine e sulle loro piccole spalle una croce, sono i “cristčìdde”, ecco, continua la mamma, san Giovannino vestito con pelle di pecorella, coi i grandi taralli nella bisaccia, e la Maddalena con il viso coperto dai lunghi capelli.
La banda si sente più forte e struggente, si sente un profumo di incenso, la luce si fa più diffusa, appaiono i santi.
Sono gli Ottosanti che portano Gesù morto al sepolcro, gli ultimi sono la Madonna e San Giovanni, poi Maria Maddalena, il primo è Giuseppe di Arimatea.
Sarebbe troppo lungo elencare tutti i santi, la mamma è preoccupata che i bimbi guardino Gesù, “date il bacio a Gesù”, e questi nel loro fagotto liberano le manine, le portano alle labbra e lanciano il loro bacio a Gesù. Che intanto attraversato il tratto di strada visibile dal balcone scompare coperto dalle mura delle case.
C’è tanta gente, le autorità del comune e la banda che continua a suonare le meste musiche della Settimana Santa.
La mamma abbraccia il figlio più piccolo, prende per la manina il più grande e li riporta al caldo lettino.
Sono le quattro del mattino e lei riprende le faccende di casa, che si moltiplicano all’avvicinarsi della Pasqua, ma prima deve preparare i taralli e le ciambelle, perché fra poco passerà il fornaio a ritirarli.

martedì 19 giugno 2007

La grandine

Ho visto piangere un uomo,
negli occhi aveva la morte
e il dolore per la perduta speranza.

Di buon ora si levava al mattino,
presto, presto, svegliava i suoi figli,
andiamo ai campi, piantiamo la vigna!

Andarono con potente aratro
solcarono profondo,
piantarono i vitigni e con essi la speranza.

Lunga è l’attesa
e duro il lavoro


Su presto innestiamo!
un altr’anno… e i grappoli d’oro
brilleranno al sole d’agosto.

E la speranza sembrava sorridere all’uomo:
gli innesti attecchirono e furono viti,
un mare di verde e grappoli d’oro.

Ma un giorno mentre si gioiva di speranza
una nuvoletta apparve nel cielo d’agosto,
poi un’altra, un’altra ancora;

Il cielo si oscurò
e fu immenso silenzio.


Goccioloni caddero; si gridò: corri, corri, al riparo!
e subito un improvviso uragono:
pioggia, fulmini, tuoni, pietre dal cielo caddero.

La vigna giacque
a terra tramortita


Ho visto piangere un uomo,
negli occhi aveva la morte
e il dolore per la perduta speranza.




Era mio padre, un uomo d’altri tempi che riusciva a mascherare i propri sentimenti e a nascondere le lacrime, ma quel giorno tornato dai campi, sulla soglia di casa dove era mia madre ad attenderlo, l’abbracciò e tra alcune lacrime mormorò: “ci siamo rivisti”. Poi preoccupato di evitare delle sofferenze ad altri mi invitò ad andare da mio cugino per dissuaderlo dall’andare a vedere i luoghi dove si era scatenato il temporale, con la devastante grandinata.
Una giornata d’agosto con alcune nuvolette, come al solito di buon mattino era andato con i miei fratelli e mio zio, con la seicento di questi, a innestare la vigna in un campo dello zio. Questo campo, derivante da divisione della proprietà del nonno era confinante con quello di mio padre, che l’anno precedente era stato innestato e in quel anno stava producendo il primo raccolto.
Durante la giornata le nuvole si trasformarono in nembi e mentre loro continuavano a lavorare incominciarono a cadere dei goccioloni. Lasciarono il lavoro e si rifugiarono nella seicento. Si scatenò un potente temporale con tanta acqua, e poi con una forte grandinata. Mi raccontava inseguito mio fratello, con gli occhi ancora impauriti, “la grandine era grande come delle pietre!!” “per fortuna che sul portapacchi della seicento c’erano ancora i sarmenti, da cui prelevare le gemme per gli innesti, che attutivano i colpi”, “la seicento l’abbiamo abbandonata lì, era tutta ammaccata”.
Per il temporale i campi erano tutti allagati, e le strade si erano trasformate in torrenti, per vie fortunose riuscirono a raggiungere la strada provinciale, quindi con la collaborazione di amici a tornare a casa.
Mio padre era un uomo forte e molto radicato al suo lavoro e alla sua terra, e come altre volte, anche se meno drammatiche, riprese a risistemare la sua vigna che era stata distrutta, consumando quei pochi risparmi che prudentemente aveva depositato in banca. Ma tanti altri che si trovavano in maggiori ristrettezze economiche e soprattutto i giovani che vedevano distrutte le loro prospettive famigliari, abbandonarono i loro devastati campi e presero la via dell’emigrazione verso il nord Italia o in altri paesi europei.

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