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venerdì 18 giugno 2021

 


L’uomo si ritiene grande, importante nel proprio ambiente.

Se guarda da un’altura vede il proprio ambiente ampliarsi e la sua dimensione diminuire.

Se volge lo sguardo verso il cielo e sa che tante stelle distano milioni di anni luce si sente come una minuscola cellula o  un piccolissimo granello di sabbia.

Eppure l’uomo pretende di dominare il mondo e si arroga il diritto di controllarne la vita.

giovedì 12 marzo 2015

Laicità e laicismo

Il termine “laico”, come tanti altri termini, assume vari significati secondo gli ambiti in cui viene usato: nelle religioni i laici si distinguano dai consacrati, in politica i laici sono coloro che non aderiscono ai partiti detti ideologici o che propendono per una netta separazione tra politica e religione. Si definisce laico un membro del Consiglio Superiore della Magistratura che non appartiene all’ordine dei magistrati…

La laicità sembra occupare nei vari settori una posizione debole, tuttavia ha un ruolo a volta determinante nelle varie situazioni: per la religione pur non rivestendo un ruolo istituzionale, è testimone della fede nella famiglia e nella società. In politica la laicità permette di superare la chiusura ideologica con il dialogo e la mediazione tra le varie forze politica.

In alcune frasi di Voltaire ho ritrovato il significato più rilevante della laicità. Dice Voltaire nel Trattato sulla Tolleranza : «Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Non resta dunque che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani» 

Questa affermazioni di Voltaire, che ho tratto dall’enciclopedia multimediale Wichipedia, mi sembrano i due aspetti fondamentali della laicità: il riconoscimento dei limiti dell’uomo e la tolleranza.

Questi due atteggiamenti potrebbero essere condivisi anche dalle religioni che riconoscono che la fede è una continua ricerca di Dio e che Dio è fonte di misericordia e perdono. Pertanto un religioso deve essere attento al messaggio divino, ma non può sostituirsi a Dio, nel senso di ritenere la propria fede come unica espressione della volontà divina, che anche gli altri devono necessariamente condividere. 

L’integralismo, pur denotando un aspetto positivo del comportamento di un individuo, nel senso di colui che non  vive di contraddizioni tra il pensare, il dire e l’agire, nel senso di una persona seria e coerente, se non è accompagnato da un po’ di ironia, cioè se non riconosce alcun limite alle sue certezze, può denotare arroganza, scarsa riconoscenza nella capacità razionali degli altri ed è destinato alla chiusura in sé stesso, e spesso entra in conflitto con questi.

Il laicismo è un forma mascherata di integralismo, perché, pur partendo da un principio razionale positivo, la volontà di sottoporre ogni attività umana al vaglio della ragione, col tempo ha esaltato tanto la “Ragione” da dimenticare che questa è sempre espressa empiricamente dagli uomini. Kant affermava “Sapere aude!” ed esortava i suoi contemporanei ad uscire dalla minore età, fondata sulla fiducia e sull’ubbidienza all’autorità, e di contribuire con la conoscenza e la libera e personale ricerca allo sviluppo della loro società.

Una parte dei laici illuministi, non riconoscendo i limiti dei loro ragionamenti, si sono arrogati i diritti massonici di liberare gli altri dai pregiudizi e dalle superstizioni. Questo loro atteggiamento nel corso degli anni hanno doto vita a nuovi miti che sono stati causa di lotte e di guerre.

Non considerando i conflitti e le stragi commessi in nome dei miti della ragione, ancora oggi il laicismo pretende di eliminare ogni espressione di cultura differente da quella da esso professata. E invece di approfondire sempre di più la ricerca del vero, riconoscendo la grandezza ma anche i limiti della conoscenza degli uomini, spesso si eleva a critico degli altri, cercando di distruggere i simboli delle culture differenti e spesso dileggiandoli con una satira distruttrice.

venerdì 7 marzo 2014

La Grande Bellezza


     Jep Gambardella, il protagonista del La Grande Bellezza, a sessantacinque anni venuto a Roma si disperde nei mille rivoli della vita mondana, artistica, religiosa di Roma. È costantemente colpito dalla vacuità e dalla fragilità della vita, che si dissipa come un sogno. Roma lo affascina per i suoi monumenti oltre che per le bellezze naturali. Gli uomini, piccoli e grandi, si apprestano ad affrontare i momenti decisivi della propria vita con una ricerca estetica formale.

     Jep, impegnato in una riflessione sul senso dell’esistenza e distaccato dall’ambiente circostante, vorrebbe cogliere La grande bellezza, che purtroppo s’impone al protagonista in alcuni brevi stati della vita. Agli uomini è preclusa la piena felicità e la condivisione della grande bellezza nel percorso della vita, rapido e breve con un termine preciso, la morte. Anche la santa suora cerca la grande bellezza nell’austerità della vita e nella ricerca della sua autenticità profonda, le sue radici, di cui si ciba durante la sua vita di profonda meditazione.

     Dal tutto emerge una visione esistenzialistica della vita, avvolta da una leggerezza e una vaghezza della vita vissuta nella quotidianità, a cui spesso sfugge la grande bellezza e lo stesso senso della vita.

     Il regista Paolo Sorrentino con maestria ha reso ottimamente il contrasto tra il vissuto quotidiano tante volte frivolo ed emotivo e il tentativo di coglierne il senso profondo e la bellezza, di cui l’uomo può beneficiare solo alcuni momenti.

     Il film può essere condivisibile o meno, secondo i gusti estetici e le visioni filosofiche, ma ritengo che l’Oscar si meritato.

venerdì 21 febbraio 2014

Homo homini aut deus, aut lupus


La conoscenza, non è una facoltà che l’uomo ha ricevuto nella sua compiutezza, ma è in continua elaborazione, subordinata all’impegno costante dell’uomo stesso. Ne consegue che anche il lavoro è una capacità umana di ricostruire e potenziare il proprio essere, che si evolve con la conoscenza, la responsabilità e la fatica di ciascuno e dell’intera umanità.

Queste due facoltà dell’uomo, la conoscenza e il lavoro, che secondo la religione giudaico-cristiana e la cultura greca avvicinano l’uomo a Dio, e garantiscono la sua libertà, devono coniugarsi con l’intera natura dell’uomo, che è determinata anche da sensibilità e passioni.

La passione fondamentale è l’autoconservazione, l’affermazione del proprio essere. Tale passione se non è controllata dalla consapevolezza dell’essere dell’altro e della rilevanza di questo per la conservazione della vita stessa, diventa distruttiva e fonte di tanti sentimenti che generano odio, lotte e guerre.

La Bibbia narra di Caino e Abele, la storia intera testimonia i contrasti emersi e le infinite guerre che hanno insanguinato la Terra che ancora oggi in ogni continente continuano sotto varie forme a imperversare. L’uomo brillante per tante conquiste della sua conoscenza non riesce ancora a gestire con equilibrio la sua laboriosità, pertanto permane tanta miseria, tanta sofferenza e una libertà limitata. Le dignità dell’uomo sono ancora offese.


Ci sarà stato un periodo dell’innocenza dell’uomo e della sua felicità naturale? Molti nell’antichità narravano con rimpianto di una età dell’oro, Rousseau ipotizzava la condizione naturale umana come quella del buon selvaggio, in cui gli uomini vivevano in una felice armonia tra di  loro e nei confronti della natura. Altri, come il citato racconto della Bibbia del fratricidio di Abele e Caino o l’ipotesi dello stato di Natura di Hobbes, che riteneva che “homo homini lupus”, ritengono che la condizione primitiva dell’uomo sia stata caratterizzata da continue lotte. Mi sembra più verosimile la terza ipotesi enunciata da Erasmo da Rotterdam e altri “homo homini aut deus, aut lupus” che rispecchia la eterogenea natura umana.

Nell’evolversi della storia, della società e dell’uomo i rapporti tra gli uomini, in particolare il lavoro, sono mutati secondo le necessità, secondo le abilità tecniche per soddisfare i bisogni emergenti e, non in secondo ordine, dalla maturità culturale. Dai testi scolastici del mondo occidentale si evince una evoluzione della società e del lavoro secondo fasi che sommariamente possono così delinearsi: famiglie patriarcali, società schiavista, società feudale caratterizzata dalla subordinazione tra uomini, origini della classe borghese e della classe operaia. Tali fasi non sono da intendersi in modo univoco, cronologicamente dipendenti ed esclusive e spesso convivono con altre forme di aggregazione sociali e lavorative e assumono forme variegate a seconda delle circostanze che ne hanno determinato il loro sorgere. In tutte le fasi alcuni uomini hanno conseguito una certa libertà e hanno sottoposto alle proprie dipendenza tanti altri che o sono stati nella condizione di schiavitù oppure hanno potuto godere di una limitata libertà.

sabato 13 aprile 2013

re[L]azioni presentata dall’attrice Bianca Nappi


Ho seguito con piacere e interesse lo spettacolo teatrale     re[L]azioni. L’attrice Bianca Nappi ha presentato i due monologhi di Neil LaBute, con grande efficacia, trascinando il pubblico nei labirinti del pensiero dell’autore, con una recitazione avvincente e coinvolgente. Attraente è stata quando, rivolta verso il pubblico, ha inveito contro lo spasimante. Brava Bianca nel rendere reale sulla scena ogni evento che racconta.

I due monologhi, anzi tre, riferiscono tre stati d’animo differenti in qualche modo unificati dalla immediatezza della reazione, e dalla visione estetica delle circostanze.

Una donna in attesa è tradita dal suo uomo, pertanto decide di cogliere dell’amore l’esaltazione del piacere non ripetibile; "uno, uno per una volta", la relazione rimane sensuale, superficiale, viene meno in lei la fede nell'amore grande, duraturo, eterno.

Inveire contro l’Islamismo in modo paradossale  ed esaltare l’operato del presidente Bush, se può essere una reazione comprensibile, una reazione immediata all’attentato dell’11 settembre, che giustamente richiede l’individuazione e la punizione dei colpevoli, non può essere trasformata in guerra di cultura (o di religione). Si sarebbe trascinati nello stesso fanatismo e acuirebbe ancora di più la radicalizzazione culturale, per cui la critica  della scelta politica di Obama mi sembra esagerata.

Anche l’invettiva contro il corteggiatore  è una reazione  forte, immediata, della donna che vuole difendere la propria dignità e libertà, nei confronti dell'uomo che la vorrebbe  legata a sè con un vincolo di subordinazione.

La libertà è la possibilità di autorealizzarsi di scegliere il proprio modo di vivere, ciascuno con la propria bellezza e con i propri rischi. E' l’esistente (uomo o donna) che porta il peso della scelta, sperando che non cadi nell’angoscia...

martedì 5 febbraio 2013

La famiglia


 
Non voglio fare un’ampia analisi della famiglia, ma esprimere solo un mio personale convincimento.

Ogni volta che vedo un individuo affermo ho visto un uomo o una donna, una persona.

Quando vedo due individui dello stesso sesso li indico come due amici, due compagni, due persone.

Se invece incontro un uomo e una donna, dico che ho incontrato due persone, se giovani due fidanzatini, se adulti due sposi o semplicemente una coppia.

Quando incontro due persone, un uomo e una donna con un bambino, dichiaro è una famiglia; potrebbe essere non giusta questa affermazione ma, salvo verifica, è la definizione che mi viene spontaneamente.

Ritengo che la famiglia non è solo l’unione di due persone, ma due persone eterosessuali che si uniscono per stare insieme anche ai fini di mettere al mondo i figli.

La famiglia non soddisfa solo bisogni individuali, ma mantiene vivo il genere umano, permette la continuità di un popolo, in tal modo adempie anche una funzione sociale.

Perciò i popoli distribuiti sulla Terra celebrano con vari riti l’inizio di una famiglia e spesso le viene incontro con doni e sostegni a loro possibili.

In Italia la famiglia è riconosciuta con il matrimonio e lo Stato con la propria legislazione riconosce l’unione, ne stabilisce le norme fondamentali per una serena convivenza, garantisce nel caso che tale unione venga meno una protezione per i figli e i coniugi più deboli, che pure hanno dedicato la loro operosità alla famiglia limitando altri possibili lavori.

Oggi si parla di matrimonio tra omosessuali, di famiglia di omosessuali. Se la parola famiglia ha un significato, e, secondo il senso comune, ritengo che indichi due genitori e figli, non può indicare l’unione di due omosessuali, né tra questi può esserci un matrimonio.

Certo esistono gli omosessuali, e anche loro fanno parte dell’umanità e sono a pieno titolo dei cittadini. È possibile per gli omosessuali che vogliono vivere insieme, trovare delle forme di socializzazione da loro condivise e garantite dalle leggi dello Stato, in modo che anche loro possano vivere in modo sereno i vari momenti della vita individuale e sociale.

Mentre i gay e gli omosessuali vogliono che la loro unione sia riconosciuta legalmente, anche come famiglia, molte coppie eterosessuali preferiscono la convivenza al matrimonio.

 Potrebbero essere tante le motivazioni per cui un uomo e una donna decidono una convivenza piuttosto che un matrimonio, fondamentalmente penso ci sia una motivazione estetica-sentimentale. È comunque una scelta esistenziale e va rispettata.

Tuttavia emergono vari problemi quando queste “coppie di fatto”, richiedono che siano estesi alla loro unione gli stessi diritti attribuiti ai coniugi e alla famiglia.

Anche se vivono come una famiglia, se non hanno voluto dichiarare pubblicamente la loro unione ad un ente pubblico, come potrebbe questo riconoscere tale unione e quindi attribuire loro i diritti che spettano ai componenti una famiglia? Se si registrano presso il Comune,  che senso ha continuare a chiamarsi “coppia di fatto”?

domenica 20 maggio 2012

TO ROME WITH LOVE


Questo film potrebbe essere lo specchio di alcuni momenti della commedia della vita.
Spesso la vita vissuta nella normale quotidianità da molti è considerata banale, perché non riscontrano particolari emozioni e vorrebbero evadere  in un mondo che spesso è solo nei loro sogni. Woody Allen nel film fa vivere agli spettatori alcune possibili evasioni.
Uscire dalla serenità dell’angusto spazio affettivo della propria famiglia per essere immerso nella folla dei fotoreporter.
Cercare di rivivere un amore eccitante della propria giovinezza.
Rinunziare  al lavoro nel proprio luogo di residenza per un altro lavoro lontano, forse più redditizio.
Esibire le proprie doti, che nella quotidianità non sono adeguatamente apprezzate, anzi spesso sono oggetto di ironia e di scherzo.
Per molti tali evasioni diventano uno scopo della loro vita, pochi riescono ad affermarsi assumendo nuovi stili di vita con i relativi rischi, tanti vivono in un continuo conflitto tra la realizzazione dei loro sogni impossibili e la propria vita quotidiana. Woody Allen nel film fa vivere agli attori una breve esperienza delle proprie evasioni, evidenziando l’instabilità e le difficoltà cui potrebbero andare incontro, e questi accettano di ritornare a vivere serenamente la propria quotidianità, che sarà banale, ma proprio per questo più vicino alla naturalezza dei propri affetti.    

mercoledì 30 novembre 2011

La peggior settimana della mia vita

Il film di A. Genovesi “La peggior settimana della mia vita” a prima vista è una simpatica commedia che travolge lo spettatore in un vortice di situazioni comiche. Ma riflettendo sui comportamenti dei vari personaggi, può emergere una seria riflessione sulla quotidianità vissuta, in cui prevale un atteggiamento estetico-sentimentale a scapito di una vita etico-responsabile.
L’ex amante è fuori di sé dominata da una passione ossessiva; Margherita, la sposa, è innamorata ed è trascinata dal suo amore; l’amico di Paolo e la sorella di Margherita sono travolti da un colpo di fulmine appena si incontrano; la Madre vive, tra l’attenzione per il cane e i preparativi della festa del matrimonio, in uno stato di stordimento.
I due personaggi che avrebbero potuto controllare gli eventi con un maggiore realismo, Paolo e il padre della sposa, perdono ogni possibilità di razionale intervento, l’uno, per non contraddire i futuri suoceri non riesce ad esprimere quanto in realtà sente, mettendosi in situazioni imbarazzanti, l’altro rinunzia a qualsiasi intervento, rilassandosi nella costruzione di un muretto, che vorrebbe nelle sue intenzioni porre ordine, difatti crea solo un ostacolo all’irruento comportamento dell’amico di Paolo.
La ragionevolezza e il senso di responsabilità in questa commedia sono travolti, come spesso accade sulla scena della vita, anche se su questa scena non sempre si ride… e comunque bisogna accettarla come sembra voler dire la nonna, ridotta in fin di vita dall’irresponsabilità di Paolo.

venerdì 27 agosto 2010

Due grandi occhi (fede ragione)

Un giorno di vacanza, Luigi e un suo carissimo amico,Peppino, si recarono presso un parente per una visita di cortesia. Si trovarono nel bel mezzo di una discussione tra la madre e la figlia: discutevano del futuro della figliola, allora sedicenne. Una discussione serena, ma emotivamente forte tra le due interlocutrici. La madre, come tante madri, vedeva in prospettiva un felice matrimonio per l’unica figlia ed eventuale nascita dei nipotini. La figlia, che aveva frequentato l’istituto delle suore, che avevano un educandato e un ospizio per anziani in città, mostrava con fermezza la decisione di voler seguire la vocazione delle suore, ovvero quella di dedicare la propria vita ad alleviare le sofferenze dei vecchietti, che le proprie famiglie non riuscivano a sostenere.
La ragazza sprigionava simpatia e nella comitiva di amiche con cui era solita uscire per le passeggiate serali, si distingueva per sobrietà di comportamento ma anche per vivacità nella discussione. Le altre amiche parlavano di amore, di ragazzi, lei raccontava dei suoi progetti di vita spesso entrando in contrasto con i progetti delle altre e la discussione alcune volte diventava vivace. Spesso dei ragazzi si univano alla comitiva, e, mentre si camminava in villa, si chiacchierava, si scambiavano esperienze, si esprimevano affetti. Alcuni dei ragazzi non rimasero indifferente di fronte alla bellezza di Gianna, questo era il nome della figlia, e le dichiararono la stima se non l’amore che provavano per lei. Anche quando seppero dei suoi progetti, non desistettero facilmente dal proposito di entrare nelle sue grazie.
La madre, per ottenere sostegno alle sue proposte, si rivolse ai due sopraggiunti. Ecco, arrivate a proposito, “vi pare giusto che una bella ragazza, come lei, che è circuita dai ragazzi che le esprimono il loro affetto, si possa fare suora?” i due coinvolti in una discussione così rilevante, riguardante il progetto di vita di una ragazza, stentavano a prendere la parola; intanto Gianna confermò con fermezza la propria decisione: “ se non mi date il vostro consenso, a diciotto anni deciderò da sola, e andrò dalle suore”. Peppino intervenne nella discussione, cercando di rasserenare gli animi: “è una decisione importante, va valutata con calma” e rivolta a Gianna, “attenzione potrebbe questa tua scelta essere determinata da un momentaneo entusiasmo giovanile, rifletti sui consigli di tua madre, se la tua vocazione è quella religiosa non verrà meno il sostegno dei tuoi”.
Si continuò a parlare ancora della vita religiosa, poi si passò ad altre discussioni familiari e di eventi vari.
Luigi, un giovane che aveva seguito gli studi liceali presso il seminario, ora si trovava in una condizione problematica, doveva dare una risposta decisiva alla sua vocazione e intraprendere gli studi teologici, per accedere al sacerdozio. Da tempo era preso da continue riflessioni e ripensamenti sull’opportunità di continuare la via intrapresa, sulle proprie capacità di essere un’efficace guida di una comunità ecclesiale.
Mentre gli altri parlavano, Luigi guardava con ammirazione la ragazza, soprattutto quando questa parlava della sua vocazione; allora i suoi occhi grandi di ragazza si illuminavano di una particolare luce, che segnavano la sua decisa determinazione e la sua fede. Intanto ricordava le parole di san Paolo ai Corinti, con le quali esortava i padri a cercare un marito per le proprie figlie, secondo le usanze del tempo, tuttavia riteneva per sé non adeguata la vita matrimoniale perché diceva che l’amore di Cristo lo aveva preso a tal punto “Caritas Christi urget nos” da non poter dedicarsi ad altri amori.Questo incontro s’impose nella memoria di Luigi, ed emergeva ogni qualvolta discuteva di fede e ragione: la ragione conduce a un cammino faticoso fra ricerca, tentennamenti e parziali soluzioni; la fede erompe con forte determinazione, persuade ed rimuove ogni dubbio.

domenica 6 settembre 2009

Dialogo come liberazione

Il dialogo, il fondamentale mezzo di comunicazione tra gli uomini, è determinante per liberare gli individui dal solipsismo, che è causa di ansia e preoccupazione, oltre, naturalmente, per sviluppare il proprio sapere e la propria cultura.

L'affermazione di sé è un sentimento naturale dell'uomo, per cui questi, alla presenza di altri individui, è guardingo e cerca di difendere la propria individualità. Ciò, spesso, porta l'uomo all'egoismo, alla forte affermazione di sé, ovvero alla chiusura in se steso. Chiudersi in sé stesso porta a preoccuparsi per difendere sé e i propri averi, e gli altri, in qualche modo, diventano avversari, se non nemici, da cui difendersi, perché sono concorrenti nel conseguire gli stessi beni. L'uomo, direbbe Hobbes, diventa “homini lupus”, la vita diventa una guerra costante e il pericolo è sempre incombente; qualche momento di felicità potrebbe derivare da un'ulteriore conquista per sé.

Ma l'uomo non ha solo questo sentimento, vuole essere riconosciuto e gratificato, anche nel suo egoismo, vuole liberarsi da questo stato di timore e angoscia costante, pertanto deve in qualche modo uscire da sé, deve relazionarsi con gli altri, deve dialogare.

Nel dialogo, all'inizio concitato perché carico di emotività e aggressività, perché sta comunicando con un altro a lui ignoto, scopre che l'altro ha gli stessi suoi problemi, ha gli stessi bisogni da soddisfare, ha bisogno di aiuto come lui per sostenersi ed affermarsi, pertanto l'aggressività viene meno, l'emotività prima alimentata dalla paura ora diventa più pacata e lo spinge alla condivisione se non alla solidarietà. Inizia una collaborazione che in seguito si estenderà ad altri e inizierà a vivere in comunità.

La rilevante importanza del dialogo e conseguentemente di una vita sociale 'pacifica', è condivisibile da tutti, anche se spesso per una forte esaltazione del proprio io o per uno smacco subito nella dialettica della vita, alcuni si estraniano dalla vita sociale e rifiutano il confronto con gli altri, suscitando seri problemi per sé e per quanti vivono nel proprio ambiente.
Con il dialogo l'uomo supera la solitudine e può affrontare con maggiore serenità i problemi della vita, può arricchire le sue conoscenze, sviluppare la cultura, potenziare la vita politica, modificare aspetti della vita.

lunedì 15 giugno 2009

Il dialogo

Le relazioni tra gli individui sono connotate da rapporti emozionali e da dialoghi. Le emozioni sono difficili da comprendere e gestire, apparentemente sembra più facile analizzare il dialogo.
Il dialogo è lo strumento di comunicazione più semplice e più connaturale all'uomo, con esso si trasmettono da un individuo ad un altro sentimenti, conoscenze … Tramite la ricerca e la comunicazione si sviluppano la scienza e la cultura in genere.
Il dialogo, questo strumento primordiale e ineludibile, si articola e si infrange in tanti rivoli, che, invece di confluire nello stesso alveo, entrano in contrasto tra loro, sconvolgendo il sereno sviluppo della comunicazione e del progresso culturale; spesso sembra ricomporsi in tratti sereni, per poi scomporsi in correnti più conflittuali.
Le difficoltà del dialogo dipendono dalla natura stessa degli individui: l'unicità dell'individuo è determinata, oltre che dai connotati fisici e spirituali propri di ciascun uomo, dalla specificità della vita vissuta e dell'esperienza culturale. Da tali circostanze emergono punti di vista individuali che non permettono di decifrare univocamente un medesimo evento.
Inoltre nel corso della vita, nelle varie circostanze esistenziali, emergono bisogni e interessi contrastanti tra i vari individui, i quali, cercando una giustificazione a proprio vantaggio, interpretano gli eventi in modo diverso dagli altri, spesso scontrandosi con questi, solidificando ancora di più il proprio punto di vista. Il dialogo diventa difficile o impossibile.
Un esempio emblematico è quanto viene narrato nel “Mito della caverna” di Platone: quando lo schiavo, che si era liberato dai vincoli, che lo tenevano legato con altri costretti a vedere le ombre, dopo aver visto il sole (la verità), vorrebbe comunicare la propria esperienza a coloro che continuavano ad essere legati, costoro non solo non credono a quanto racconta ma lo deridono e lo picchiano.
Quanto narrato da Platone esplicita la difficoltà di addivenire ad un accordo tra chi ha una visione materialistica e chi ha una visione idealista della vita. Se a questi contrasti ideologici si uniscono la voglia di autoaffermazione, gli interessi economici o culturali, la divisione viene esaltata e il dialogo invece di essere strumento di comunicazione e di conciliazione, diventa causa di scissione e di conflitto.
È utopico che tali contrasti possano essere eliminati del tutto, tuttavia è necessaria una disponibilità all'ascolto per tentare di comprendere il punto di visto dell'interlocutore. Se ciò non porterà ad una condivisione immediata, certamente avvierà una riflessione interiore per un futuro “convincimento”. Anche se difficile, il dialogo è l'unica possibilità di relazionarsi pacificamente.

Dialogo e solidarietà

Perché piangi uomo?
Perché ti lamenti?

Chi sei tu,voce?
Non vedi da quanta fatica sono oppresso
e quanti nemici mi circondano?
È questa la vita?

Perché lavori?
Perché il tuo vicino è nemico?
Lavoro perché ho moglie e figli,
ho bisogno di pane.
Il mio vicino mi spia,
vuol togliermi quanto guadagno.

Tu vivi, uomo, d'amore per te e per i tuoi,
non vedi degli altri l'amore.

Ascolta questa tenue voce:
parla, ascolta il tuo vicino,
condividi con lui i tuoi problemi
e la solidarietà vi salverà.
GC73

mercoledì 8 aprile 2009

Vivere con saggezza

La bellezza è la perfezione dell'essere.
Platone al vertice della scala gerarchica delle idee pone il Bene e a questo attribuisce la Bellezza.
E come il Sole agli oggetti visibili “conferisce non solo la facoltà di essere visti, ma anche la generazione, la crescita e il nutrimento, pur senza essere esso stesso generazione”,... “anche gli oggetti conoscibili non solo ricevono dal bene la proprietà di essere conosciuti, ma ne ottengono ancora l'esistenza e l'essenza, anche se il bene non è essenza...” (Platone, Repubblica)
Anche Aristotele, con altre argomentazioni, pone come Principio e Fine di ogni essere finito l'Atto puro, un essere solo forma ovvero senza potenzialità, un Essere Perfetto a cui tendono tutti gli esseri.
I filosofi che ritengono che gli esseri derivino da un Essere Perfetto, ritengono che gli stessi condividono con questo l'essere e la bellezza. Ogni essere è più o meno bello secondo il posto che occupa nella scala degli esseri, ovvero secondo la perfezione conseguita.
Nel tempo e nello spazio, gli esseri contingenti godono degli attributi di bontà e di bellezza, nei limiti e nell'ordine del proprio essere. La natura è bella nell'armoniosa diversità, e ciascun individuo vivente e non vivente partecipa alla composizione di tale armonia.
Nel dibattito filosofico non tutti hanno condiviso tale ontologia, anzi è andata sempre più maturando la considerazione dei limiti della conoscenza umana nel cogliere le essenze degli esseri. Molti sono pervenuti alla convinzione che l'uomo non possa andare oltre la conoscenza fenomenica degli esseri, ciò tuttavia non ostacola la possibilità di esprimere il gusto estetico.
Kant nella sua speculazione filosofica ha distinto la conoscenza scientifica dal giudizio estetico.
Nella conoscenza scientifica la ragione produce giudizi determinanti, ovvero dall'esperienza attinge gli aspetti fenomenici del mondo e tramite le forme a priori e le categorie (le leggi secondo cui opera il pensiero) le trasforma in concetti e leggi fisiche (nessi necessari). Nell'affermazione del bello il pensiero produce giudizi riflettenti, in quanto nel rapporto estetico tra soggetto e mondo circostante, o opera d'arte, emerge l'armonia esistente tra mondo interiore e il mondo esterno.
“Per discernere se una cosa è bella o no, noi non riferiamo la rappresentazione all'oggetto mediante l'intelletto, in vista della conoscenza; ma, mediante l'immaginazione (forse congiunta con l'intelletto) la riferiamo al soggetto, e al suo sentimento di piacere o dispiacere. Il giudizio di gusto non è dunque un giudizio di conoscenza, cioè logico, ma è estetico; il che significa che il suo fondamento non può essere se non soggettivo.” (I. Kant, Critica del Giudizio)
La bellezza non è sapere scientifico ma è una percezione che ognuno ha intuitivamente; pertanto non si può educare ad essa con l'apprendimento di regole tecniche, ma raffinando il gusto con la ripetuta contemplazione delle opere belle.
I romantici, rompendo con la ragione illuministica, hanno ritenuto di superare i limiti imposti dal mondo fenomenico e dalla conoscenza razionale esaltando le passioni, i sentimenti e la fede.
La bellezza, a volte serena a volte cupa, emerge dalla simbiosi dell'uomo e della natura. L'età romantica sembra un momento di liberazione, ma certe pitture romantiche sprigionano un cupo sentimento di nostalgia, di tristezza.
La “Bellezza”, il gusto di vivere, i sentimenti possono essere una guida sicura nella vita? Kierkegaard afferma che vivere secondo lo stadio estetico è una dei possibili stili di vita. E tanti, anche dei grandi filosofi, ritengono che una vita guidata dai sentimenti e dal gusto sia quella più spontanea, più naturale, in quanto libera da legami formali e da leggi imposte dall'esterno. Tuttavia la vita insegna che i sentimenti e la stessa bellezza sono cangianti e in alcune situazioni sono sereni e pacati in altre sono cupi e tormentosi, per cui sin dall'antichità si riconosceva al sapere e alla ragione la funzione di moderare e orientare i sentimenti o le passioni.
Il sentimento e la ragione sono due facoltà dell'uomo, e questi non può fare a meno di utilizzare e armonizzare l'una e l'altra. La ragione, sin dall'antichità, è stata riconosciuta la facoltà caratterizzante l'uomo, quella che gli offre la possibilità di ricercare l'armonia interiore e di superare i conflitti con gli altri. Anche se l'esperienza storica insegna che in tanti momenti le passioni hanno sconvolto tante persone e a volte il mondo intero, è pur vero che a questi momenti sono seguiti altri in cui con una serena riflessione sono state appianate tante divergenze ed è stata ricostruita un pacifica convivenza tra i popoli.
Molte volte si pensa di ritornare in un mondo primordiale, bucolico (sereno o terribile? Chi sa?). Noi viviamo in questo mondo frutto di tanti eventi vissuti dalle passate generazioni con passioni e razionalità, noi non possiamo fare a meno di continuare a sviluppare questa trama di eventi con sentimento e razionalità. Il piacere di vivere non può basarsi solo sul sentimento e sul gusto estetico, ma necessita di tanta saggezza, che, pur non mortificando i sentimenti e il gusto del bello, sappia armonizzarli e indirizzarli verso il meglio. Non dimentichiamo che “il sonno della ragione genera mostri” (Goya)

giovedì 8 gennaio 2009

Tre amori

In ogni età l'amore governa i cuori degli uomini, ma durante la giovinezza l'amore erompe con maggiore energia e suscita immediata simpatia o antipatia tra i giovani. Difronte ad una ragazza carina è difficile che un giovane rimanga insensibile, tuttavia in ciascuno si sprigiona una particolare reazione secondo il proprio vissuto o secondo le circostanze in cui avviene l'incontro. Per cui l'amore può manifestarsi sotto forme diverse. Piero nutriva una grande simpatia verso un'amica di liceo, Patrizia, che a sua volta ricambiava un grande amore. I due si incontravano nella villetta del proprio paese e stavano per lungo tempo insieme, scambiando abbracci e bacetti come due fidanzatini. Superato il liceo si iscrissero all'università in due facoltà diverse e quando era possibile, si davano appuntamento alla stazione e viaggiavano insieme. Di solito stavano soli, ma non disdegnavano la compagnia di altri amici. Tra questi, Luca, che era un carissimo amico di Piero con cui trascorreva molte serate insieme, passeggiando e discutendo di vari argomenti, come si usava tra i giovani di paese, frequentando i due incominciò a condividere la simpatia verso Patrizia, ma per l'amicizia verso Piero, seppe contenerla o mascherarla nei limiti di un rapporto amichevole.
Col tempo in Piero andavano maturando altri ideali, e i rapporti con Patrizia si intiepidirono, per cui pur frequentandosi come amici, avevano dichiarato l'impossibilità di proseguire il loro progresso per formare una famiglia. Luca fu coinvolto da questa decisione, mentre voleva rispettare l'amicizia verso Piero si imponeva con maggior forza la simpatia verso Patrizia; in mezzo a due forze uguali e contrapposte, pur frequentando i due amici nelle fortuite occasioni, continuò a tenere celata la forte simpatia verso Patrizia. Passò del tempo quando Piero, Luca e Patrizia si incontrarono, ma questa volta Patrizia presentò un altro ragazzo come suo fidanzato, Luigi. Gli altri con rispetto dell'altrui decisioni e per l'amicizia nutrita accettarono nel gruppo questo nuovo amico. Non fu una finzione; forse ci fu un po' di amarezza, che si prova quando si interrompe una relazione o un sentimento, ma fu una vera e propria accoglienza. Piero, preso dai suoi sentimenti religiosi e umanitari, si allontanò dal proprio paese per esercitare la propria professione medica tra i bambini bisognosi dell'Africa; Luca conobbe un'altra ragazza e creò una nuova famiglia, di Luigi non si ha più notizie, certo è che Patrizia vive felicemente con il suo Amato.
Non voglio sottoporre questo groviglio di sentimenti a una seduta psicanalitica, ma rilevare semplicemente alcuni aspetti dell'amore tra ragazzi, che segneranno i loro destini:
il rapporto amichevole tra ragazzi,
l'amore tra due fidanzati,
l'amore per degli ideali.

martedì 30 dicembre 2008

Un giorno all'ospedale

Durante l'estate del 2008 Mario è stato a Rimini, non per trascorrere alcuni giorni sulla spiaggia, ma per essere vicino ad una sua carissima persona, che era ricoverata in ospedale. In una sua visita, accompagna la degente presso il reparto di Dialisi, per rispetto della privacy degli altri pazienti, pur potendo entrare, decide di attendere in corridoio. Si siede su una panca e osserva quanto avviene all'ingresso del reparto. Entrano in reparto persone apparentemente sane, altre vengono accompagnate su sedie a rotelle, altri su barelle; sono uomini e donne di varie età e in condizioni di salute diverse. Un pensiero si impone all'attenzione di Mario: se queste persone non fossero sottoposte a queste terapie sarebbero certamente morte.
Quante occasioni di morte ci sono, molte sono procurate dagli uomini stessi, per incuria, per disattenzione, molte vengono dalla natura stessa, spesso si dice la morte cerca l'occasione.
Ma gli uomini, fortemente legati alla difesa della vita, hanno cercato e continuano a cercare tutti gli strumenti per star bene, per curarsi. La speranza di vivere bene e al più a lungo possibile , fatta eccezione di alcuni casi disperati, è connaturata negli uomini. Osservando i pazienti che si avvicendavano nel reparto di Dialisi, Mario pensava: peccato questa giovane ragazza! Questa mamma e questo padre combattono per la loro vita anche per sostenere la propria famiglia, i propri figli! Questo vecchietto, gravato dai suoi anni e dai vari acciacchi delle età tiene saldi i suoi affetti famigliari. Che tristezza vedere un signore, disteso sulla barella, pallido ed emaciato che stava sostenendo ancora la lotta per la sopravvivenza, sostenuto dalla speranza di una probabile guarigione.
Il pensiero rincorre situazioni ancora più gravi, ricorda alcune impressioni accumulatesi durante la visita di una casa protetta, ricorda alcuni casi evidenziati dai giornali riguardanti delle persone che da anni sono legati a macchine per sopravvivere, alcuni in stato di coma per anni.
La speranza di vita sorregge tanti sofferenti e i loro famigliari che non vogliono staccarsi dai loro cari. E se la speranza viene meno? Se la scienza non offre alcun supporto alla speranza? A chi spetta la responsabilità di decidere la sospensione delle cure? Perché ostinarsi testardamente a sostenere l'impossibile?

Il sapere ci pone difronte a tali responsabilità, che in altre epoche si sarebbero risolte naturalmente.

Gli uomini curano la propria salute con tutti i mezzi possibili; grazie alla scienza medica e alle capacità dell'industria, che offre mezzi sempre più sofisticati per sostenere la vita, gli uomini d'oggi hanno la possibilità di vita superiore a quella degli anni precedenti, ma possono tenere in vita per lungo tempo delle persone in coma. È giusto accanirsi su delle persone inermi?
Tutti gli esseri che nascono sono destinati alla morte.

martedì 12 febbraio 2008

Senso del limite

Gli uomini lungo tutto il corso della storia hanno dimostrato una certa consapevolezza dei limiti delle proprie possibilità sia pratiche che conoscitive.

L’impossibilità di conoscere la verità è sorta subito con Eraclito, il quale rilevando la dinamicità della vita ritiene che solo chi è superficiale si illude di poter descrivere ciò che vede con i propri sensi e considerarlo verità; chi è più riflessivo si accorge subito che ogni cosa non si chiude in se stessa ma rimanda ad altro e questo gli rende impossibile la definizione della verità, una conoscenza ben definita e permanente.

I sofisti affermano un soggettivismo conoscitivo: tutto dipende dall’uomo e dalle sue capacità di esprimere ciò che ritiene utile e di convincere gli altri.
Platone con la sua dottrina delle idee, afferma l’esistenza di un mondo della verità, che l’uomo deve ricercare in se stesso purificandosi dalla materialità in cui è ingabbiato dalla nascita.
Aristotele dice che la verità è nelle cose, ma si trova sotto le apparenze che la stessa sostanza sostiene.

Le religione dice che la verità è in Dio, e solo la fede in lui offre la certezza e la speranza di raggiungere la verità.

Durante l’Umanesimo, pur esaltando l’uomo per la sua conoscenza, si sottolinea anche il suo limite, come fanno Cusano, Montaigne e tanti altri.
L’Illuminismo, pur nella presunzione di voler sottoporre tutto al voglio della ragione, riconosce con Hobbes, Voltaire, Locke e tanti altri i limiti della conoscenza umana, e con Hume si cade nello scetticismo.
Kant ha riprovato a porre dei fondamenti alla conoscenza scientifica, delimitando la sua applicazione alla conoscenza sensibile, ma riconosce l’esistenza di un mondo non conoscibile ma intuibile come esigenza della vita morale e politica dell’uomo, attribuendolo oltre che alla ragione, al sentimento e alla fede.
Dopo il tentativo romantico e idealistico di cogliere un assoluto con il sentimento o la ragione, come ritiene Hegel, la ricerca si frantuma in tanti rivoli di ricerca, che spesso affermano il relativismo e l’impossibilità di conseguire la verità.

A questa consapevolezza dei limiti della conoscenza umana, a questo continuo dubbio che pervade il procedere teoretico, nella vita quotidiana non sempre corrisponde un atteggiamento prudente, un’attenzione alle proposte degli altri; al contrario ci si lascia dominare dalle passioni, si ostenta sicurezza, come se tutto possa essere diretto e dominato da ciascun individuo.

domenica 20 gennaio 2008

Follia e Ragione

In pieno Umanesimo, mentre si esaltava la centralità dell’uomo, che per la conoscenza era l’unico essere vivente capace di scegliere il proprio destino, ovvero di scendere verso gli esseri ‘umili’ o di dirigersi verso Dio, (homo faber fortunae suae diceva Pico), Erasmo da Rotterdam scriveva l’Elogio della follia.
Un piccolo saggio in cui, in modo ironico, evidenziava come gli uomini vivono molti momenti della vita in modo impulsivo, lasciandosi dominare dalla follia, invece che dalla ragione.
È appena trascorso il 2007. Quanti momenti di follia si sono susseguiti! Quante opere generose hanno arrecato del bene all’umanità, come tanti slanci di amore e di solidarietà che hanno sostenuto tanti sfortunati, vittime di calamità naturali o da guerre. Ma tanti momenti di follia hanno causato morte e disordini sociali e personali: gelosie famigliari, follie di gruppo. Ancora la bramosia di dominio sconvolge tante popolazioni.
Siamo ormai nel 2008, nell’età postindustriale, dell’informatica, della globalizzazione, ma gli uomini non riescono a dominare gli eventi e le passioni con una saggia razionalità.
Forse vedeva giusto Cartesio quando affermava che gli uomini cadono nel male perché la volontà, l’istinto, sono più veloce della ragione, questa infatti spesso arriva troppo tardi a eventi conclusi, suscitando pentimento per i guai commessi o contentezza per il bene fatto.
Eppure gli uomini si vantano per i grandi progressi della loro conoscenza, né si può negare la forte incidenza che questa ha sulla vita dell’umanità.

sabato 28 aprile 2007

La dieta

Non sono un dietologo, ma voglio esprimere una mia semplice opinione frutto di proprie esperienze, di letture e di vita. I dietologi, come i medici e tanti studiosi, dopo varie ricerche definiscono i principi della nostra alimentazione, quindi in relazione a tali principi stabiliscono le varie diete. (Certamente sto affermando delle ovvietà di cui tutti sono convinti soprattutto chi con professionalità esercita tale attività).
Gli studi scientifici si basano su tante osservazioni, su dati statistici, sull’analisi dei dati raccolti. Le conclusioni a cui pervengono sono la sintesi di tali esperienze, che offrono delle indicazioni generali valide, ed è opportuno tenerle presenti quando si stabilisce una dieta. Ma quando si definisce la dieta per un individuo, bisogna operare con la massima cautela, perché bisogna seguire un processo inverso a quello seguito negli studi, ovvero nell’applicazione dei principi generali bisogna considerare le condizioni particolari dell’individuo: il suo metabolismo, il suo comportamento e direi anche le condizioni climatiche dell’ambiente in cui lo stesso vive.
Ecco perché nell’adottare una dieta bisogna prestare la massima attenzione e come gli specialisti raccomandano, quando si fa una dieta impegnativa, è opportuno consultare il medico o il dietologo, i quali dopo una seria conoscenza dell’individuo definiranno la dieta opportuna e seguiranno le sue varie fasi.

venerdì 6 aprile 2007

La dignità dell’uomo

L’uomo si è sempre considerato un essere privilegiato nei confronti degli altri esseri, anche se le sue peculiarità sono state interpretate in vario modo nel corso della storia.

Nell’antichità l’uomo era un essere animato tra tanti esseri animati, e la sua anima poteva incarnarsi anche in altri esseri viventi (nella trasmigrazione delle anime), tuttavia nell’uomo l’anima appariva con la sua intelligenza.

Aristotele distingue gli esseri viventi in esseri vegetali, sensitivi, razionali attribuendo a ciascuno un’anima che governa il proprio stato; all’uomo attribuisce la capacità intellettiva, ovvero la capacità di cogliere le idee.
Anche gli altri filosofi greci, pur se con differenti accezione, considerano l’uomo capace di conoscenza, di libertà e di felicità.

Nelle religioni monoteistiche l’uomo ha una particolarità, che lo distingue dagli altri esseri, è simile a Dio, è l’essere prediletto di Dio, perchè Dio gli ha comunicato direttamente la vita dandogli l’anima, il soffio divino. Tuttavia le religioni, pur riconoscendo all’uomo la libertà, ritengono che Dio si preoccupi di lui e lo guidi alla salvezza.

Durante l’Umanesimo, all’uomo, pur sempre creatura di Dio, viene riconosciuta la libertà di prendere autonomamente decisioni per la sua vita, e di essere attore nella storia. L’uomo è al centro nella scala degli esseri.

Nel ‘600 e ‘700 l’uomo è soprattutto ragione che illumina e domina ogni cosa, ma intanto il suo corpo è diventato un oggetto di scienza così come tutti gli altri esseri viventi. Vivo è in questo periodo il dibattito tra i razionalisti empiristi e i razionalisti innatisti, cioè tra coloro che sottolineano la superiorità dell’uomo in quanto essere spirituale e libero e coloro che riducono l’uomo ad una meravigliosa macchina, regolata da leggi fisiche; questione ancora aperta.

Da sempre si è posto con forza il problema della difesa dell’individualità o dell’appartenenza ad un’entità superiore: l’uomo ha valore in sé in quanto individuo o acquista un senso in quanto partecipe della vita di Dio o dell’umanità o di una società?

Le risposte differiscono secondo la sensibilità insita in ciascuno. Ma da ottimista, che sono, ritengo che l’uomo abbia una propria dignità, che va rispettata e difesa.

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giovedì 1 marzo 2007

Un Coktail Meraviglioso


Due piccolissime particelle gelatinose si uniscono e hanno in sé un programma di vita. Si tengono strette tra di loro nel grembo materno e così vivono e si sviluppano. Al momento opportuno, avendo acquisito una forma di bambino, questo viene, in forma quasi traumatica, messo al mondo. Ancora abbracciato e protetto dai propri genitori continua a crescere. Lo sviluppo avverrà fino alla maturità, quando sarà in grado di generare, poi inizierà il declino fino alla morte.

Questo essere così piccolo, se confrontato con l’universo, ha in sé delle forze straordinarie che gli consentono di vivere e di trasformare il mondo circostante, ha passioni e sentimenti: ha voglia di affermazione e di dominio, sopporta sacrifici e sofferenze per aiutare gli altri. Ama e odia, offre solidarietà e speranze, ma è altrettanto terribile da seminare guerre e morte.

La mente umana controlla a fatica tutte queste
pulsioni, passioni e sentimenti, e spesso pervasa da potenti turbe emotive perde ogni lucidità, sfociando in comportamenti incomprensibili e spesso terribilmente pericolosi.

Da sempre l’uomo ha cercato di comprendere se stesso, per tanti secoli con riflessioni introspettive, poi con le scienze “positive”. Molti lo hanno sezionato nello spirito e nel corpo: sono entrati a carpire alcuni segreti dell’animo umano, riescono a curare la maggior parte dei suoi organi, riescono a ricostruire tessuti e a creare le condizioni opportune perché possa essere generato.

L’uomo rimane un mistero meraviglioso, non descrivibile nella sua pienezza né dalle scienze teoretiche, né dalle scienze positive.


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