Visualizzazione post con etichetta tradizioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tradizioni. Mostra tutti i post

sabato 23 giugno 2012

L'ASCENSIONE DEL SIGNORE



         Tempo fa Mario partecipò ad un'interessante visita del Castel del Monte e del Centro storico di Andria, organizzata dal Touring Club. La mattinata fu impegnata alla visita del Castello, con l'ottima guida del console Cleto Bucci, suo carissimo e stimato amico. Il pomeriggio la comitiva si trasferì ad Andria dove una giovane e brava ragazza la guidò per il centro storico per la visita delle chiese e dei siti storici più interessanti di Andria. Durante il percorso si fermarono sotto la Porta di Sant'Andrea, una delle antiche porte della città di Andria. Un visitatore fermò la sua attenzione sulle tante crocette in legno fissate sotto l'arco della porta e chiese alla ragazza che guidava il gruppo perché erano poste lì quelle croci. La giovane guida, un po' esitante, rispose “forse in ricordo del passaggio di alcune processioni” e proseguì il percorso della visita.
         Mario si soffermò un attimo e gli venne alla memoria che quelle croci dovevano essere il segno di una liturgia della Chiesa Cattolica da tempo non più praticata che ricordava l'Ascensione del Signore.
         Andando in dietro nel tempo ricordò che a Ruvo di Puglia intorno agli anni '50, il giorno dell'Ascensione, dopo la celebrazione della messa delle dieci (messa grande) in Cattedrale, il “Capitolo” e i fedeli, in processione, si recavano alle quattro porte della città di Ruvo di Puglia, dove recitate le preghiere di circostanza benedetta e incensata una piccola crocetta di legno il celebrante la fissava al muro con un chiodo all'altezza di due o tre metri; nel corso degli anni il numero delle crocette si incrementava ulteriormente.
         Col tempo non ci fu una processione cittadina per questa liturgia, ma fu delegata ai parroci delle parrocchie vicino alle porte. Mario ricorda di aver partecipato alcune volte a tale cerimonia, quando il parroco della parrocchia del Redentore, don Michele Montaruli, guidava una piccola processione di parrocchiani all'angolo della via per Corato e fissava la crocetta al muro, presumibilmente nelle vicinanze di Porta Castello.
         In seguito tale liturgia non fu più svolta e forse è stata dimenticata da tanti, ecco perché la giovane guida di Andria non riusciva a dare una sicura spiegazione della presenza delle croci sulla porta di Sant'Andrea di Andria, dove certamente si ponevano le croci in memoria dell'Ascensione, come avveniva a Ruvo.
         Mario vuole rendersi conto dello stato delle croci di Ruvo e percorre l'itinerario dell'antica processione.
         A porta Noe, in via Vittorio Veneto sul muro dell'antica caserma dei carabinieri, ora trasformata in Banca non c'è alcuna croce; furono tolte in seguito al restauro dell'edificio.
         Anche sul muro laterale destro della Chiesa di San Giacomo, nelle vicinanze dell'antica porta Buccettolo, sono state rimosse le croci, in seguito al restauro della stessa chiesa.







All'angolo di piazza Giacomo Matteotti - via per Corato, Porta Castello, sono ancora presenti alcune croci erose dal tempo, e alcuni resti delle croci più antiche.







In via Cattedrale, presumibilmente Porta Nuova, sono evidenti diverse croci segnate dal tempo ma ben visibili.
        
        




Anche sulla lato destro della Cattedrale sono state eliminate tutte le croci dopo gli ultimi restauri, anche se osservando con attenzione sono visibili alcune parti di croci che hanno resistito alle incursioni delle intemperie e agli ultimi lavori di restauro.




Le crocette messe il giorno della celebrazione dell'Ascensione, erano un ulteriore simbolo che i cristiani mettevano per indicare la presenza di Cristo nella società. Nessuno nel corso del tempo ha mai osato togliere le croci dalle porte della città, neppure coloro che non condividevano la fede cristiana.
L'usura del tempo e i restauri stanno cancellando questi simboli. 
Per il diffondersi del laicismo e di nuove fedi religiose, parte della società non condivide più i simboli cristiani. 
E i cristiani, eliminando i simboli esteriori, continueranno a sostenere con determinazione i principi e i valori della fede cristiana?

venerdì 9 dicembre 2011

La letterina di Natale

Era tradizione del paese far scrivere ai bambini una letterina ai propri genitori da leggere durante la cena della vigilia di Natale. La tradizione era condivisa da molte famiglie tanto che la letterina era preparata dagli insegnanti delle scuole elementari statali.
Nell'approssimarsi del Natale nelle varie classi gli alunni erano sollecitati ad acquistare una letterina decorata con i simboli natalizi e il bambinello. Su questa i bambini, aiutati dal maestro, scrivevano un augurio per i genitori relativo alla salute e alla serenità seguito dalla promessa di essere più buoni, poche e semplici parole che nella circostanza sollecitavano una tenera emozione.



La sera della vigilia, il bambino già preso dall'emozione di dover leggere ad un gruppo di adulti, anche se famigliari, inizia le manovre per mettere la letterina sotto il piatto del papà, fino a quando la mamma bandisce la mensa e pone i piatti, allora con la complicità della mamma, inosservato dagli altri, il bimbo pone la letterina sotto il piatto di papà.
Intanto tutti si siedono a tavola, per l'occasione oltre ai genitori e i fratelli, possono esserci altri zii e cugini.
Al cambio dei piatti della prima portata, sollevato il piatto del papà appare la letterina; tutti manifestano meraviglia e attenzione; al figliolo tacca leggere la letterina.
Con vocina tremante per l'emozione legge “miei cari genitori... auguri di buon Natale” tutti applaudono, bravo!... carino!... e si scambiano a loro volta gli auguri. Si riprende la cena, che per l'occasione si prolunga per tutta la serata.
Verso mezzanotte si pone il bambinello nel presepe.

venerdì 17 dicembre 2010

Il primo presepe di famiglia

I bambini crescono e i genitori cercano di educarli secondo la tradizione e la propria educazione.
Il figlio maggiore, Saverio, è già grandicello e la mamma lo aiuta a fare il primo presepe, acquista le statuine dei personaggi più importanti del presepe: la Madonnina, san Giuseppe, Gesù Bambino, un pastorello suonatore di ciaramelle, una suonatrice di arpa, un pastore disteso che guarda un piccolo gregge.

Su un ripiano di una piccola libreria prepara la grotta con una carta marrone recuperata da un imballaggio, il papà porta un po' di muschio e dei ramoscelli dalla campagna ed il presepe è fatto. Tuttavia prima di mettere il bambinello nella grotta, la mamma porta la statuina al parroco per la benedizione, questi la benedice e restituendola invita a custodirla con attenzione e a recitare delle preghiere quando sarà posto nella presepe.

Era costume che tutti i figli anche quelli sposati i giorni di festa li trascorressero con i genitori, e anche quel Natale cenarono insieme i nonni, i figli e i nipotini, era una bella e rumorosa comitiva.

Quando ebbero cenato, la mamma di Saverio ricordò che alla propria casa avevano preparato il presepe.
A quella comunicazione, tutti si dichiararono pronti a trasferirsi per “far nascere Gesù”, e lo zio Ernesto, che era un musicista, prese il suo trombone per accompagnare i canti natalizi. La comitiva si mosse dalla casa del nonno alla casa del nipotino.
Qui giunti, la mamma prese Gesù bambino dal piano del comò, dove lo aveva tenuto per tutta la novena di natale illuminato dalla lampada ad olio, e lo affidò nelle mani del figliuolo, e insieme si avviarono verso il presepe, gli altri li seguirono con la candelina accesa.
Vicino al presepe la mamma sollevò il bimbo, che depose Gesù nella grotta.
Gli altri cantavano 'Tu scendi dalle stelle' e lo zio col trombone suonava.
Recitate le preghiere che il parroco aveva indicato, i presenti si scambiarono gli auguri e la mamma offrì vari tipi di dolci che lei stessa aveva preparato per la festività di natale.
Questo fu il primo presepe della famiglia, che sarà rinnovato ogni anno, arricchendosi di nuove statuine. I bimbi, che con tanta tenerezza si avvicinavano al presepe, sono diventati genitori e nonni, e collaborano ad allestire il piccolo presepe accanto all'albero di Natale.

mercoledì 31 marzo 2010

C’è aria di festa

C’è aria di festa.
I balconi sono ornati di coperte di seta,
di colori vivaci e brillanti ai raggi del sole.
La gente saluta, si stringe la mano, si bacia,
Auguri! Auguri!
Un suono di flauto, un trillare di tamburi,
la bassa banda apre un corteo variopinto di bambini,
sventolano le bandierine
auguri! sorrisi, chiacchiericcio.
Un gruppo di giovani confratelli fa ali
alla statua del Cristo risorto.

La banda suona allegre marce.
Pum Pum Pum Trac Tric Trac
scoppiettio, lampi, fischi
si brucia la “Quarantana”.


È finita la Quaresima.
Cristo è risorto.
La gente sorride,
Si segna con la croce,
Si sente felice,
Spera nella bontà e nel futuro.
Auguri! auguri!
Buona Pasqua!



martedì 30 marzo 2010

Carnevale e “Quarantone”

Il calendario liturgico della Chiesa Cattolica prevede un periodo di riflessione e di penitenza in preparazione delle celebrazioni del Natale e della Pasqua: prima di Natale c’è l’Avvento, la Pasqua è preceduta dalla Quaresima, che inizia dal mercoledì delle Ceneri e continua fino alla domenica della Resurrezione.
L’immaginario popolare ha ritenuto di trascorrere il periodo prima dell’inizio della Quaresima come un periodo di ostentata gioia, il Carnevale, per cui in molte città si preparano dei carri allegorici, che dovrebbero comunicare una sana allegria, si organizzano feste con balli e spettacoli divertenti, si mangiava carne, (poiché in Quaresima, non molto tempo fa, i cristiani non potevano mangiare carne, oggi la Chiesa invita a rispettare l’astinenza dalle carne i venerdì della Quaresima e comunque a fare delle opere di bene e di solidarietà cristiana).
A Ruvo di Puglia la fantasia popolare ha creato due personaggi: il “Carnevale” e la “Quarantone”1. Durante il Carnevale, come in tanti paesi di Italia, sfilano le maschere, si allestiscono carri allegorici, si compongono gruppi che ballano in maschera ed altro. In particolare, nel martedì prima delle Ceneri, si celebra la morte di Carnevale, impersonato in un vecchio goffo ma brioso. Dopo uno scherzoso cerimoniale della morte e del funerale di carnevale, si accende un rogo su cui viene bruciato un fantoccio che simula il carnevale.
A mezzanotte viene appeso un altro fantoccio, una donna vestita di nero, che rappresenta la vedova di Carnevale, avvero la “Quarantone”, che resterà appesa per tutto il periodo della Quaresima e verrà bruciata dai fuochi pirotecnici al momento della Resurrezione, oggi al passaggio della processione del Cristo risorto.
Il rogo del Carnevale e la fine della “Quarantone” sono due riti macabri, che esorcizzano il male e la morte e ravvivano la speranza per una vita migliore.

1. La parola “Quarantone” è di solito resa in italiano con “Quarantana”

mercoledì 2 dicembre 2009

Santa Lucia


Santa Lucia è una vergine, martire del IV secolo, venerata dalla Chiesa e ritenuta protettrice dei ciechi.
A Ruvo di Puglia la celebrazione della ricorrenza annuale avviene nella parrocchia che porta il suo nome.
Oggi è stata costruita una nuova chiesa; non molto tempo fa la parrocchia di Santa Lucia, aveva come sede una chiesetta attigua al vecchio convento dei cappuccini, che da tempo erano andati via abbandonando al degrado il convento.
Nell'antica chiesa si svolgevano le liturgie secondo il riti della Chiesa Cattolica, i giorni precedenti si teneva la novena, il giorno tredici dicembre per l'intera giornata si alternavano le varie messe e infine si faceva la processione, che percorreva le principali vie del paese.
Nannina, che aveva subito un danno alla vista ed era preoccupata che questo male si aggravasse, coltivava una profonda devozione verso santa Lucia, nella speranza e nella fede che la santa proteggesse anche la sua vista.
Durante la novena, che si svolgeva nelle prime ore del mattino, prima dell'alba si recava nella chiesetta per la santa messa e la novena. (Era consuetudine, in alcune importanti festività come quella in onore di santa Lucia e la novena del Natale, celebrare le liturgie prima dell'alba per dare la possibilità alle mamme e ai contadini di parteciparvi senza essere di ostacolo agli obblighi delle mansioni di ciascuno). Ritornata riprendeva le normali faccende di casa: se aveva già preparato il pane lo mandava al forno comune per la cottura, quindi faceva svegliare i figli e li preparava per mandali in ordine a scuola.
Come per tante feste religiose, anche per quella di santa Lucia, alle liturgie ufficiali della Chiesa si affiancano delle tradizioni popolari.
In questa circostanza nelle famiglie si preparavano e poi si distribuivano i ceci “fritti” (non erano fritti nell'olio, ma abbrustoliti con una tecnica particolare: si prendeva una pentola consumata e si riempiva di tufo bianco ridotto in polvere sufficiente per avvolgere i ceci selezionati e di calibro sufficientemente grandi e veniva posta sul fuoco. Quando i ceci al calore scoppiettavano, la pentola veniva tolta dal fuoco e si faceva raffreddare, infine si tiravano dal tufo ed erano pronti da distribuire e da mangiare).
Un'altra tradizione era l'accensione dei falò. Verso il tramonto sulle strade, non ancora asfaltate, si eregevano delle cataste di tronchi e di fascine e si incendiavano, con la partecipazione dei vicini di casa. Le grandi fiamme alcune volte lambivano le finestre del primo piano, e tanti si avvicinano per riscaldarsi, tenendosi a debita distanza mantenendo per mano i bambini.
A fine serata, quando il fuoco delle fascine era diventato cenere, soprattutto gli uomini si avvicinavano al fuoco e con delle pale raccoglievano la brace più consistente dei tronchi e la versavano nei bracieri o in appositi contenitori in ferro che venivano chiusi ermeticamente in modo tale da spegnere il fuoco e conservare il carbone per altri usi domestici. Ognuno cercava di approvvigionarsi come poteva.
I tozzi di tronco non ancora consumati si accostavano e si lasciavano riaccendere, per offrire ai passanti un breve sollievo dal freddo della notte.
Questa tradizione era uno dei momenti di vita corale del vicinato, poi, quando le strade furono asfaltate, andò scemando, perché era necessario preparare una base tale da non fare sciogliere o peggio incendiare il catrame.
Ma il fascino che la tradizione suscita, ha sostenuto la volontà di alcuni cittadini a continuare ad accendere i falò, ed oggi alla ricorrenza della festa, in piazza si accende un enorme falò con la distribuzione dei ceci e del vino caldo.

martedì 18 marzo 2008

Ottosanti

Un rullo di tamburo rompe il profondo silenzio della notte, la mamma si sveglia; passano i Santi!
Indossa in fretta i vestiti quotidiani, va verso il lettino dei figliuoli che dormono con tanta tenerezza, ma la sua fede non la frena, su Mario! su Nicola! Passano gli Ottosanti!
I bimbi a stento si svegliano, si stropicciano gli occhietti. La mamma fa indossare i loro vestiti e li porta sul balcone più vicino per vedere la processione.
Fa freddo, invoca aiuto al papà che prende il suo pastrano e avvolge i due bimbi.
Per la strada passano tante ombre oscure, molte si fermano ai margini della strada si salutano in un attimo e attendono in silenzio.
Il rullo di tamburo si fa sempre più forte ed ecco appare una croce con i simboli della crocifissione ma senza il crocifisso, le ombre inchinano la testa e si segnano nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito.
I bimbi guardano con occhi attoniti tante donne vestite di abiti oscuri con in mano un cero, da cui emerge una pallida luce perchè la fiammella è protetta dal vento.
Passi lenti, preghiere sommesse, rullo di tamburo si alternano al silenzio.
“Adesso passerà Gesù” suggerisce la mamma tenendo svegli i bambini e attirando la loro attenzione sull’evento.
Un altro simbolo di croce e alle consorelle seguono i confratelli, anche questi portano i ceri accesi ma sono vestiti di lino bianco e coperti da un copricapo anch’esso bianco.
Si sente lontano un suono lento e straziante che trascina e commuove.
Guardate tra le due file di confratelli passano dei bambini vestiti di porpora, coronati di spine e sulle loro piccole spalle una croce, sono i “cristčìdde”, ecco, continua la mamma, san Giovannino vestito con pelle di pecorella, coi i grandi taralli nella bisaccia, e la Maddalena con il viso coperto dai lunghi capelli.
La banda si sente più forte e struggente, si sente un profumo di incenso, la luce si fa più diffusa, appaiono i santi.
Sono gli Ottosanti che portano Gesù morto al sepolcro, gli ultimi sono la Madonna e San Giovanni, poi Maria Maddalena, il primo è Giuseppe di Arimatea.
Sarebbe troppo lungo elencare tutti i santi, la mamma è preoccupata che i bimbi guardino Gesù, “date il bacio a Gesù”, e questi nel loro fagotto liberano le manine, le portano alle labbra e lanciano il loro bacio a Gesù. Che intanto attraversato il tratto di strada visibile dal balcone scompare coperto dalle mura delle case.
C’è tanta gente, le autorità del comune e la banda che continua a suonare le meste musiche della Settimana Santa.
La mamma abbraccia il figlio più piccolo, prende per la manina il più grande e li riporta al caldo lettino.
Sono le quattro del mattino e lei riprende le faccende di casa, che si moltiplicano all’avvicinarsi della Pasqua, ma prima deve preparare i taralli e le ciambelle, perché fra poco passerà il fornaio a ritirarli.