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mercoledì 20 novembre 2013

La legge elettorale (una proposta)

Tanti criticano la legge elettorale per il Parlamento italiano legge n. 270 del 21 dicembre 2005, detta Calderoli. Una richiesta popolare di referendum per la sua abolizione non è stata accolta. Il Presidente della Repubblica più volte nella scorsa legislatura e in questa sta sollecitando una nuova legge elettorale, ma il Parlamento, non corrisponde alle sue richiesta. Su questa legge a breve sarà espresso un giudizio della Corte Costituzionale.

In Parlamento per scelte politiche, per opportunismi dei partiti, per varie valutazioni tecniche la discussione sulla legge elettorale non fa progressi, in assenza di una efficace attività parlamentare ancora una volta sarà la Magistratura ad assumere delle responsabilità spettanti al Parlamento.

Da cittadino ritengo che la legge elettorale in un Paese democratico moderno debba rispondere a due fondamentali principi: 1) La rappresentanza popolare 2) la Governabilità del Paese.

Per garantire la rappresentanza popolare sarebbe giusto che tutti i partiti fossero presenti in Parlamento con una rappresentanza proporzionale al consenso ricevuto nelle elezioni; inoltre i rappresentanti parlamentari dovrebbero essere espressione delle varie esigenze territoriali, quindi dovrebbero essere eletti in piccoli collegi con liste di candidati o con un solo candidato per lista, in questo caso il candidato di ciascun partito dovrebbe essere definito tramite primarie.

Per garantire la governabilità intravedo due possibilità: 1) dopo le elezioni con il sistema proporzionale, il Presidente della Repubblica, considerato gli esiti delle elezioni, nomina il Capo del Governo che predispone l’esecutivo e ottiene la fiducia dal Parlamento, se questo nel corso della legislatura lo vuole sfiduciare, ne deve proporre contemporaneamente un altro (una volta si diceva sfiducia costruttiva) in caso contrario rimane in carica il Governo esistente. 2) dopo le elezioni con il sistema proporzionale si potrebbe seguire altre vie, se nessun partito consegue la maggioranza e non si vuole formare un governo di coalizione. - Se il maggior partito consegue la maggioranza da 40% in su, a questo potrebbe essere attribuito un premio di maggioranza fino a conseguire il 51% dei seggi in Parlamento, distribuendo in modo proporzionale la restanza rappresentanza agli altri partiti. - Oppure, ferma restando le elezioni con sistema proporzionale, se dalle elezioni non emerge un partito con maggioranza assoluta, si potrebbe attribuire a tutti i partiti il 20% di rappresentanza parlamentare e fare le elezioni in secondo turno tra i due partiti di maggiore rappresentanza in modo tale da attribuire la maggioranza assoluta del 51% al partito risultato maggioritario nel secondo turno e una rappresentanza significativa al secondo partito, derivante dal numero dei rappresentanti del primo turno e i restanti voti del secondo turno.

NB.

1.      I seggi in Parlamento devono essere attribuiti dopo il secondo turno, in modo da non creare la condizione detta volgarmente dell’anatra zoppa.

2.      Per non frammentare il Parlamento, si potrebbe porre lo sbarramento, stabilire per es. una soglia del 4% o 5% dei consensi totali per accedere in Parlamento.

3.      Considerato le passate esperienze visto la fragilità delle stesse dopo le elezioni, non vale la pena fare delle coalizioni pre-elettorali.

lunedì 13 maggio 2013

…“Siamo noi stessi a prendere direttamente le decisioni o almeno a ragionare come si conviene sulle circostanze politiche: non riteniamo nocivo il discutere all'agire, ma il non rendere alla luce, attraverso il dibattito, tutti i particolari possibili di un'operazione, prima di intraprenderla”… (TUCIDIDE)


 
In democrazia è essenziale la discussione e il dialogo, se tutti i cittadini (o almeno quelli che vogliono partecipare alle scelte politiche) devono conoscere le condizioni e gli obiettivi delle azioni da intraprendere. Perciò è indispensabile la conoscenza dei fatti, il possesso di competenze, ma è altrettanto importante la consapevolezza della complessità degli eventi e che spesso offrono prospettive diverse che risolvono in modo differente o discorde gli interessi dei cittadini. Da ciò consegue la necessità della discussione per una condivisione o una mediazione delle scelte che non avvantaggino solo alcuni, ma si consegua un obiettivo che migliori il benessere comune e trovino soddisfazione gli interessi della maggior parte, compresa anche quella parte che risulti minoranza o opposizione politica. Ciò non significa che le scelte debbano necessariamente essere decise all’unanimità, perché nei dibattiti tale unanimità si consegue raramente. Dopo un’analisi accurata dei fatti, un’adeguata discussione per cercare un convincimento possibile, si deve passare dalla discussione ai fatti. Dalla riflessione deve conseguire un’azione decisa e attiva. È assurdo prolungare la discussione a tempo indeterminato senza operare delle scelte fattive; così operando si paralizza la vita democratica e potrebbe sfociare alla fine stessa della democrazia. È altrettanto irragionevole che in democrazia ciascuno non voglia mettere in discussione i suoi punti di vista e le sue scelte, si bloccherebbe ogni discussione, ogni confronto, manifestando l’arroganza di possedere l’unica certezza degli eventi e la volontà di sopraffazione, elementi, anche questi, che provocano fine  della democrazia.

martedì 23 aprile 2013

… si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, per cui, eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità…(TUCIDIDE)


 
Chi eleggere? Per quanto tempo?

Con il sistema elettorale in vigore (legge n. 270 del 21 dicembre 2005) queste domande emergono spontanee, perché non c’è un diretto rapporto tra parlamentari e popolo, in quanto questi non sono scelti dai cittadini ma dalle direzioni di partito con l’avvallo esplicito o implicito del presidente o del segretario o non so come definire i dirigenti (fuori del Parlamento) del M5S. Giustamente ci si chiede perché devono stare lì per tanto tempo? Oppure, come qualcuno si è chiesto, chi può arrogarsi il diritto di giudicare i parlamentari come presentabili o impresentabili? Non esiste alcuna istituzione, tranne la Magistratura per alcuni reati, che possa dare risposte a tale domande.

Anche quando un partito, per un criterio interno, stabilisce che si può essere candidati per due o tre legislature non mi sembra un criterio adeguato, perché possono esserci dei parlamentari che, oltre ad aver stabilito dei rapporti efficaci con il popolo, si sono distinti per il loro impegno politico, e hanno acquisito efficaci esperienze di politica nazionale e internazionale, che sono utili ai fini della gestione della res pubblica.

Ritengo che una risposta possa essere data riprendendo in considerazione l’affermazione di Tucidide della Grecia classica: anche nell’Atene democratica si poneva il problema di chi dovesse occupare un ruolo pubblico. Ecco la risposta: in un popolo ci sono tanti interessi e tante occupazioni, ognuno cittadino stabilisce tante relazioni per cui “si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, e eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità”.

La valutazione di chi andrà in Parlamento spetta al popolo che riconoscendo le capacità professionali e i rapporti politici dei candidati sceglierà l’uno piuttosto che l’altro. Per rendere conoscibili tali capacità, è opportuno che ci siano collegi elettorali legati al territorio e poco estesi, sufficienti per poter stabilire dei rapporti politici tra eletti ed elettori, basati sulla stima e sulla fiducia.

Certamente la scelta spesso può essere non del tutto ponderata, per disinformazione, per ingannevole retorica elettorale, alcune volte per subordinazione socio-economica.

Chi vuole vivere in un paese democratico deve informarsi e interessarsi, anche quando vige una democrazia rappresentativa. Gli effetti delle leggi ricadono sulla vita di ciascuno, e se i cittadini non sono tutti esperti di politica, possono valutare l’incidenza delle leggi sulla vita di ogni giorno e comportarsi di conseguenza.

Per quante legislature devono essere elette le stesse persone? Fino a quanto resiste il rapporto di stima tra ciascun rappresentante e i suoi elettori. Ritengo opportuno comunque che venga stabilito un limite di età (75 anni come avviene per i vescovi?) oltre il quale  l’esperienza e la saggezza degli uomini politici possa essere messa al servizio della comunità sotto altre forme, piuttosto che con un impegno parlamentare o istituzionale (ciò potrebbe essere opportuno anche in tanti enti istituzionali ed economici).   

sabato 16 marzo 2013

Quanti in Parlamento?

Il numero dei parlamentari dipende da come si intende la democrazia e quali funzioni si affidano alle istituzioni.

Nell’Europa, tra il ‘600 e il ‘700, si è affermato il bicameralismo; tale istituzione era determinata dalle condizioni sociali dell’epoca e da come era gestita la sovranità. Il monarca deteneva tutti i poteri dello stato che spesso delegava ad un primo ministro e ad altri funzionari. Quando il terzo stato, in modo particolare la borghesia, diventa classe determinante per lo sviluppo del paese, impone al re o ai suoi ministri il controllo del loro operato, soprattutto delle spese e delle tasse, nasce il parlamento con due camere. La camera bassa esprime la volontà del popolo, la camera alta la volontà del sovrano: le leggi si consideravano approvate quando si raggiungeva un accordo tra le due camere.

Tale bicameralismo è stato confermato non solo nelle monarchie costituzionali contemporanee, ma anche quando gli stati si sono dati istituzioni repubblicane, per una rilettura e approvazione delle leggi prima della promulgazione.

La democrazia, anche quella rappresentativa, dovrebbe riassumere le volontà del popolo, per cui la Costituzione italiana, prevede l’elezione dei parlamentari da parte del popolo, al quale devono giustificare il loro operato tramite il passaggio elettorale. Tuttavia ritiene che il mandato chiesto al popolo non sia vincolante, perché i parlamentari devono pur giungere a sintetizzare le volontà popolari in una norma condivisa.

La prima sintesi si realizza tramite i partiti, coloro che rappresentano bisogni simili e di conseguenza possono assumere iniziative parlamentari affini, si riuniscono in gruppi partiti.

Nel tempo i partiti hanno assunto il ruolo di  creare e di orientare il consenso, riducendo l’intervento individuale dei parlamentari. Affermandosi il principio di centralismo democratico o della disciplina di partito si è pervenuto alla partitocrazia, degenerata in seguito nei partiti personali.

Quanti al Parlamento?

1.    Anzitutto, poiché non c’è più la monarchia e la base elettorale è uguale, in quanto espressa dagli stessi partiti politici presenti nelle due camere in modo proporzionale, il Senato è inutile e potrebbe essere abolito o ridotto con funzioni diverse da quelle della Camera dei deputati.

2.    Se il Parlamento è espressione di partiti personali, il numero dei parlamentari, il cui ruolo è ridotto a votare le decisioni del leader e nelle migliori delle ipotesi al ruolo di consulenti del capo, potrebbe essere drasticamente ridotto.

3.    Una decisione simile potrebbe essere adottata in uno stato di partitocrazia, in quanto le scelte politiche avvengono nelle direzioni dei partiti. Non cambia la rappresentanza democratica con il M5S, i cui rappresentanti, per ora, seguono le direttive di due personaggi (uno noto, l’altro non del tutto conosciuto), che sono fuori dal Parlamento.

4.    Se il Parlamento è veramente espressione del popolo, allora dovrebbe esserci un numero congruo per esprimere le varie esigenze del popolo sia come espressione dei bisogni generali, sia come espressione delle necessità territoriali. Essendo la popolazione italiana intorno ai 60.000.000 e considerando che ci sono delle istituzioni intermedie, Comuni e Regioni (le Provincie, in quanto enti amministrativi potrebbero essere eliminate), il numero attuale dei parlamentari alla Camera dei deputati, in funzione della effettiva rappresentanza popolare, non dovrebbe essere ridotto eccessivamente.

martedì 5 febbraio 2013

Il teatrino diventa tragicomico


La legge elettorale (tutti sanno) limita pesantemente la partecipazione dei cittadini alla selezione dei propri rappresentanti. Il PD, in qualche modo, ha concesso ai suoi elettori di scegliere i candidati nelle liste del proprio partito. Anche il M5S ha trovato uno strumento, discutibile, per definire i candidati nelle proprie liste.  Gli altri partiti, rigorosamente dipendenti dai cosiddetti leaders, hanno scelto con diatribe interne i propri candidati.

Tutti i partiti hanno contribuito a limitare il rapporto tra candidati e territorio, infatti opportunisticamente hanno candidato in alcune regioni persone che, sebbene ben qualificate, non condividono i problemi delle popolazioni delle regioni che dovrebbero eleggerle.

Inoltre molti candidati sono stati inseriti in varie liste; possibile che non sono riusciti a trovare altre cittadini degni di essere proposti come candidati? O forse hanno voluto garantire ad alcuni raccomandati la possibilità dell’elezione? …

Come sempre si distingue il PDL per le sue stravaganze; propone nel simbolo: Berlusconi presidente, mentre nelle dichiarazioni e negli accordi con la Lega Nord si va sempre affermando che Berlusconi non si candida come presidente! È forse uno scherzo? …

Molti cittadini sono sfiduciati dai comportamenti dei politici!  Tanti sono turbati dalla vigente legge elettorale, resa ancora più limitativa dalle scelte delle direzioni dei partiti! Molti sono confusi dalle proposte non coerenti e spesso demagogiche!
Auguro all’Italia che gli Italiani elettori abbiano l’intelligenza e la forza per uscire da tale confusione e abbiano il coraggio di andare a votare.  

 

domenica 6 gennaio 2013

Il teatrino della politica

Siamo all’inizio della campagna per le elezioni politiche e subito si è aperto il sipario del teatrino. In questo periodo difficile per il nostro Paese, per l’Europa e, in modo diverso, per il Mondo Intero c’è poco da scherzare. Tutti i cittadini vorrebbero in qualche modo contribuire alle scelte per il loro futuro, invece i nostri parlamentari, dopo anni di critiche alla legge elettorale in vigore, non sono riusciti a cambiarla, né a farne una nuova; eppure i cittadini avevano chiesto un referendum per  l’abolizione della legge elettorale vigente e il Presidente della Repubblica aveva sollecitato il Parlamento a riscrivere nuove norme per le elezioni.

Ai leaders, eletti dai congressi di partiti, o “carismatici”- dispotici per potere economico, conviene nominare quelli che devono essere i rappresentanti del popolo, per intuibili motivi.

Si apre la scena.

Il PD ha stabilito di far scegliere i candidati dai propri iscritti o da elettori che hanno già partecipato alle primarie del candidato del PD a Presidente del Consiglio, con norme discutibili e con riserve a favore del candidato presidente, che potrà nominare il 10% dei candidati e i capolista delle circoscrizioni elettorali.

Per il PDL, come in altri partiti, la direzione del partito, illuminata dal carisma del capo e con faide interne, cercherà di inserire delle personalità (scoop), tali che con la loro provata professionalità o con la loro capacità retorica possano attirare più voti al partito.

I cittadini comunque non potranno eleggere i singoli parlamentari, ma dovranno semplicemente confermare la volontà degli illuminati del partito.

Altra scena.

Per conseguire il premio di maggioranza dopo le lezioni, i partiti si coalizzano tra loro anche se non condividono totalmente i programmi, con la conseguenza di frantumare ulteriormente il quadro politico e con la probabilità che durante la legislatura non pervenendo a scelte condivise si potrebbero ostacolano a vicenda, bloccando l’attività del Governo e del Parlamento, con gravi conseguenze per il Paese.

Terza scena

Durante il periodo dei comizi i partiti sono attenti ai sondaggi delle società demoscopiche, per poter alimentare la retorica demagogica con promesse illusorie  e demagogiche alimentando le critiche e le divisioni tra i vari partiti.

Sarebbe opportuno e auspicabile che tutti i partiti esponessero con chiarezza i loro progetti politici, le letture politiche, economiche, sociali, che loro danno dell’Italia inserita nell’Europa e nel Mondo. Non è necessario presentare nei dettagli il contratto con gli elettori, perché  molte volte non possono essere realizzati, per il corso spesso convulso degli eventi. Devono invece essere chiari gli obiettivi politici, in modo che i cittadini, nei pur ridottissimi spazi di democrazia a loro concessi, possano esprimere la loro adesione con convinzione.

  

venerdì 23 novembre 2012

Primarie o Congresso?


 
Domenica 25 novembre e molto probabilmente nella domenica successiva si terranno le primarie del Centro Sinistra, il 16 dicembre si terranno le primarie del PDL o del Centro Destra.

Ogni volta che il popolo partecipa alle lezioni è sempre un segno di democrazia, e senz’altro parteciperò, ma che senso dare a queste primarie? È una selezione dei rappresentanti dei partiti che partecipano alla coalizione o la selezione degli indirizzi politici all’interno di un partito?

Nelle primarie del centro sinistra mi sembra ci sia una confusione dell’una e dell’altra, ancora più confuse mi sembrano, secondo quanto apprendo dalle notizie che mi pervengono dai giornali, le primarie del PDL.

In un partito democratico dovrebbe esserci un dibattito interno sull’ indirizzo politico e sui programmi, per addivenire tramite i congressi di base e il congresso nazionale ad una sintesi e all'elezione di un segretario e una presidenza che deve rappresentare e governare tale sintesi anche in relazioni con gli altri partiti presenti  o no in Parlamento. Non mi sembra opportuno che il segretario e le direttive della Direzione vengano messe in discussione al momento delle elezioni politiche o di quelle amministrative. Così facendo si rimette in discussione tutta l’attività dei congressi precedenti e dell’operato del segretario e della direzione eletta da questi. Se nel partito emergono nuove esigenze e nuove linee politiche è necessario che all’interno del partito si discutano e si risolvano con un congresso. Altrimenti si affrontano le lezioni con poca chiarezza e divisi, quindi con un partito a rischio di sconfitta.

Diversa è la circostanza in cui più partiti si presentano in coalizione e chiedono ai cittadini, che condividono il loro progetto, di eleggere un rappresentante che possa rappresentare tale progetto comune. È una prima sintesi politica prima di giungere al confronto elettorale decisivo.

Ritengo che queste riflessioni possano valere per tutti i partiti e le varie coalizioni.

martedì 18 settembre 2012

Il mio partito

Non voglio fondare un nuovo partito, né un nuovo movimento politico, desidero semplicemente esprimere alcune mie considerazioni sui principi determinanti l’adesione di un cittadino ad un partito.
Aristotele tra le scienze pratiche comprendeva la morale e la politica. La prima cerca le norme più giuste per conseguire la felicità individuale, la seconda ricerca le leggi per una società giusta, in cui gli uomini possano vivere in armonia.

1.    La ricerca della felicità individuale e della giustizia è fortemente radicata nell’uomo, infatti tale ricerca è documentata sin dai primi scritti che ci sono pervenuti dal mondo antico che si avviava al vivere civile. Chi vuole approfondire questi argomenti può farlo facilmente aprendo un qualsiasi libro di storia o di filosofia o di letteratura antica e moderna …
La felicità può essere definita in tanti modi e legata a tante circostanze, personalmente penso  che sia condivisibile ciò che afferma lo stesso Aristotele, ovvero che un uomo è felice quando si sente autorealizzato, o, come si esprimeva il filosofo greco, quando conseguiva il proprio fine. L’autorealizzazione richiede che l’individuo non sia pesantemente condizionato dagli altri, ma che partecipi alla propria realizzazione con le proprie scelte, in breve, che sia libero.
La libertà personale ci pone in una situazione di scelta, ma si può scegliere  quando si ha consapevolezza delle possibile scelte. Agire per istinto, per passione ci può dare la sensazione della libertà, di fatto non c’è una scelta responsabile, anzi ci si affida alle inconsce leggi naturali come tanti altri esseri viventi. Alcune volte ci piacerebbe abbandonarci a tali passioni, vivere in modo romantico identificandoci con la natura, ma una peculiarità dell’uomo è la razionalità, che ci rende coscienti e responsabili delle nostre scelte.  L’uomo è libero, quindi responsabile in ogni momento della sua vita.
2.    L’uomo vive in società, pertanto deve trovare delle norme politiche adeguate perché tale società si sviluppi in modo giusto e armonico. Anche questo argomento si può riscontrare dai primi scritti prodotti dall’umanità fino alle teorie politiche dei giorni nostri. Gli individui, i gruppi, gli ordini, le classi sociali, perseguendo i propri interessi, hanno prodotto teorie politiche per creare un ordine sociale più giusto, spesso lottando con il sacrificio della propria vita.
Già nelle piccole comunità emergono egoismi, che si esprimono nei conflitti di vario genere: ideali, economici, egemonici. Nelle comunità statali e mondiali odierne tali egoismi si complicano e si esaltano. È compito della politica, se non si vuole ritornare alla sopraffazione e alle guerre, trovare la mediazione tra i vari interessi e conflitti e stabilire delle norme condivisibili per raggiungere una convivenza la più giusta possibile. Per raggiungere tale scopo tutti i cittadini devono ridurre la propria libertà e accettare le leggi stabilite dagli stati o dalle comunità internazionali. La politica dovrebbe essere sostenuta dalla morale dei cittadini e da una sana etica sociale.
La vita sociale comporta indiscutibili vantaggi per tutti. Platone nel “Protagora” riteneva necessaria la vita associata per la difesa dalle belve feroci. Aristotele ritiene l’uomo “animale politico” perché uniti in società gli uomini possono trarre tanti vantaggi e soddisfare ogni bisogno della vita, tramite lo scambio dei prodotti del lavoro … Tra gli uomini si stabiliscono relazioni affettive e di reciproca collaborazione. Nella società odierna per la diffusione della specializzazione e la parcellizzazione del lavoro, è quasi impossibile vivere in città senza l’apporto degli altri cittadini, per cui è indispensabile una fattiva solidarietà.
Tralasciando, in questo contesto, altre riflessioni, ritengo che operando politicamente non si possa venir meno a queste due esigenze dei cittadini: la libertà e la solidarietà. Non si può immaginare uno stato civile senza libertà, in cui l’uomo non percepisca di essere responsabile della propria esistenza. Tuttavia non può venir meno la consapevolezza della necessaria solidarietà, poiché il proprio benessere dipende anche dalle relazioni con gli altri. Gli egoismi, le sopraffazioni in ogni settore della vita bloccano lo sviluppo dei singoli e delle comunità.
Il mio partito è quello che, sottolineando queste due esigenze dell’uomo, riesce a coniugare, con la possibile giustizia, la libertà e la solidarietà e mi auguro che tutti gli elettori, prima di aderire ad un partito, riflettano su tali principi, anteponendoli ad altri interessi, sentimenti e passioni. 

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martedì 3 maggio 2011

Unità d'Italia

Ogni evento storico è frutto di molteplici fattori, che si intrecciano tra loro con esiti spesso non sempre prevedibili.

L’unità d’Italia era un’esigenza sentita dalle persone colte, socialmente e politicamente più impegnate, ma per le condizioni geopolitiche dell’Italia non si intravedeva una soluzione.
Non è questo il luogo in cui percorrere analiticamente la formazione della coscienza italiana, ma si può certamente affermare che gli italiani hanno avuto e nutrito la consapevolezza dell’unità della gente italiana contemporaneamente alle altre nazionalità europee emergenti, in seguito alla crisi del potere universale dell’Imperatore e del Papa.

Gli italiani divisi in tanti piccoli ‘stati’, sentivano di avere una comune cultura e, pur continuando a scrivere in latino, cominciarono a formare una propria lingua (il volgare italiano).
Le opere in volgare di Dante, Petrarca, Boccaccio e altri danno l’impronta d’italianità alla cultura.
In Italia sorgeranno e si affermeranno l’Umanesimo e il Rinascimento. Scrittori, pittori, scultori, architetti, scienziati e tecnici frequentavano le corti dei vari principati lasciando nelle varie parti d’Italia i loro capolavori, che saranno il vanto degli italiani delle varie epoche e anche dei nostri giorni.

Il Machiavelli, conoscitore degli stati europei di nuova formazione, ebbe chiara la condizione di debolezza dell’Italia, e denunciò la divisione dell’Italia come causa di tale debolezza.

Durante la prima metà dell’Ottocento esplose con rinnovato vigore il problema dell’Unità.
La rivoluzione industriale di fine Settecento cominciava a sconvolgere i sistemi produttivi dell’epoca che si reggevano ancora sull’agricoltura e sull’artigianato. L’introduzione delle nuove macchine e lo sviluppo delle aziende industriali incrementarono la produzione di prodotti finiti, e richiedevano mercati sempre più ampi per collocare i prodotti eccedenti il consumo locale.
Pertanto la borghesia industriale e capitalistica auspicava la formazione di stati sempre più grandi, ovvero mercati sempre più vasti.
Per la borghesia italiana la frantumazione dell’Italia era un ostacolo al suo sviluppo: i confini regionali impedivano gli investimenti per la ricerca e per lo sviluppo tecnologico e offrivano dei mercati molto ridotti, pertanto richiedeva l’unità dell’Italia.

La cultura romantica alimentò il sentimento nazionale: al cosmopolitismo illuministico contrappose la nazione.
Pur considerando Dio, l’Infinito, come fondamento di tutti gli esseri, i romantici ritenevano che ogni comunità, che aveva identità di lingua, di religione, di tradizione, manifestava l’unità divina, e aveva dignità di nazione.
I Paesi, come l’Italia, che possedevano da secoli tali requisiti pretesero l’indipendenza e l’unità.

All’inizio dell’Ottocento si aprì il grande dibattito sull’unità d’Italia.
Agli intellettuali e politici del tempo (C. Balbo, M. d’Azeglio, Cattaneo…) parve opportuno dare vita ad una federazione di stati. Gioberti propose una federazione di stati italiani sotto la presidenze del Papa. Il progetto non era condiviso da coloro che erano di formazione laica (illuministi, materialisti), tuttavia sembrò percorribile fino al 1848, all’inizio della Prima guerra d’indipendenza.

Il 1848 Milano e Venezia si erano sollevate contro l’Imperatore d’Austria a cui erano sottoposte. Con tali sommosse anche Milano e Venezia, diventate indipendenti, avrebbero potuto partecipare alla federazione e il problema dell’indipendenza e dell’unità italiana sarebbe stato risolto. Da tutti gli stati italiani partirono eserciti regolari e volontari per la guerra d’indipendenza.
Ma due fatti sconvolsero il progetto originale e diressero in altra direzione il corso degli eventi.
Carlo Alberto pretese, in cambio dell’aiuto militare, che Milano accettasse l’annessione al Regno di Sardegna, manifestando la volontà di estendere il proprio regno nel nord Italia, per cui quella che doveva essere la guerra d’indipendenza italiana si trasformò in guerra tra il Regno dei Savoia e l’Impero austriaco.
L’Allocuzione di Pio IX , in cui, tra l’altro, si affermava l’inopportunità per il Papa di combattere contro uno stato cristiano, attestò con chiarezza che il Papa non avrebbe potuto presiedere una confederazione di stati italiani, come aveva immaginato Gioberti.
La Prima guerra d’indipendenza finì con la sconfitta militare del Piemonte, con la fine del progetto politico neoguelfo, e con la restaurazione del potere imperiale austriaco su Milano e Venezia.

Il progetto dell’unità non venne meno. Constatata l’impossibilità di una federazione presieduta dal Papa, secondo la proposta di Gioberti, riprese vigore il disegno politico del Mazzini, che voleva l’Italia una, libera e repubblicana, come era stato espresso nel programma della Giovane Italia sin dagli anni ’30 e che si era tentato di realizzare durante la crisi della Prima guerra d’indipendenza a Roma e a Firenze.
Mazzini, anche dopo il fallimento delle esperienze del ’48, sostenuto dal suo credo romantico-religioso, tenne viva l’attenzione per l’unità d’Italia con l’azione e il sacrificio di tanti giovani che offrirono la loro vita per la libertà e l’unità d’Italia.

Intanto entrava sulla scena politica Cavour, sostenitore della monarchia costituzionale e del riformismo graduale dello stato. Primo ministro della monarchia sabauda, gestì abilmente la politica interna dello Piemonte in modo da ammodernizzare l’economia.
Nella politica estera seppe abilmente inserirsi tra le grandi potenze europee e sollecitare la soluzione del problema italiano.

Garibaldi, generale o mercenario, certamente fu un grande condottiero che seppe guidare abilmente gli eserciti dei volontari in Italia e in America Latina. Sebbene condividesse gli ideali mazziniani, si pose sempre al servizio di chi lottava per l’indipendenza e l’unità d’Italia, e a Teano seppe realisticamente rinunziare all’istituto repubblicano a vantaggio di quello monarchico, pur di conseguire l’unità del Paese.

La guerra di Crimea e la conseguente pace di Parigi, offrirono al Cavour l’opportunità di porre in un consesso internazionale il problema italiano.
Gli accordi di Plombières, tra Cavour e Napoleone III, se proponevano l’estromissione dell’Austria dall’Italia e l’estensione del territorio Sabaudo, di fatto stabilivano l’egemonia francese in l’Italia. La regione Italia sarebbe stata divisa in tre stati il Nord sarebbe stato annesso al Piemonte, il centro e il sud sarebbero stati controllati indirettamente dalla Francia.
Anche la Seconda guerra dell’indipendenza italiana non conseguì gli esiti stabiliti.
Napoleone III, per l’andamento della guerra in Italia a fianco di Vittorio Emanuele II e per le opposizioni politiche in Francia, firmò l’armistizio di Villafranca. Alla pace di Parigi si stabilì che l’Austria avrebbe rinunciato a Milano a vantaggio del Piemonte, che a sua volta, come stabilito nell’accordo di Plombières avrebbe ceduto la Savoia e Nizza alla Francia.

Intanto nell’Italia centrale erano scoppiate delle rivolte di mazziniani e della Società Nazionale, che avevano deposto i sovrani legittimi e dato vita a stati indipendenti.
Il Congresso di Parigi non permise l’intervento dell’Austria per restaurare i vecchi sovrani, pertanto furono indetti dei plebisciti con cui le popolazioni degli stati resisi indipendenti decisero l’annessione al Piemonte. Fu un evidente successo per la politica di Cavour, che riuscì ad unire sotto la casa Sabauda oltre alla Lombardia, anche Parma, Modena, l'Emilia, la Romagna e la Toscana.
Contro ogni previsione, il destino dell’Italia sembrava segnato.

Cavour, legato dagli accordi internazionali, era nell’impossibilità di compiere altre azioni a favore dell’unità. Ripresero l’iniziativa i mazziniani.
Con la complicità di re Vittorio Emanuele II, i Mille partirono da Quarto, andarono Talamone e poi a Marsala, da dove incominciò la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno d’Italia.
Ancora una volta interviene Cavour, che, col pretesto di sostenere l’ordine monarchico contro quello repubblicano mazziniano, permette a Vittorio Emanuele II di scendere nell’Italia meridionale, a capo dell’esercito piemontese, e ottenere, in seguito a plebiscito, l’annessione del Regno delle due Sicilie al suo regno.

Il 17 marzo 1861 viene proclamato il regno d’Italia, anche se mancano alcune parti della Penisola.
Il 1866 sarà conquistato il Veneto,in seguito alla guerra Asutro-Prussiana.

Il 1870, in seguito alla sconfitta della Francia nella guerra Franco Prussiana, anche il Lazio farà parte integrante dell’Italia, con l’occupazione di Roma da parte dell’esercito italiano e l’abbattimento dello Stato Pontificio.

Solo dopo la Prima guerra mondiale, l’Italia potrà raggiungere il confine naturale settentrionale (lo spartiacque meridionale delle Alpi) con l’annessione del Tirolo meridionale (Alto Adige), Trieste e l’Istria meridionale.

domenica 3 aprile 2011

Il camaleonte

Il camaleonte è un animale bizzarro, si mimetizza facilmente nell’ambiente in cui viene a trovarsi, come quell’individuo che, incapace di tener fede ai propri valori, si adegua a quelli degli interlocutori, mostrando piena condivisione solo fin quando è con loro.
Il camaleonte è un animale pericoloso, perché ben mimetizzato, aggredisce le proprie prede e con fulminea voracità le divora. L’ individuo che muta continuamente la propri etica, non riesce a mantenere per lungo tempo stabili legami con le persone che gli sono vicino, anche verso quelle che dice di amare. Ed pericoloso, perché riversa le responsabilità della propria incoerenza verso coloro che con fatica cercano di trasmettere quei valori umani e civili per una pacifica convivenza.
Bisogna prestare la massima attenzione all’individuo-camaleonte, non è affidabile.

lunedì 22 novembre 2010

Partito carismatico? No Grazie!

Fino ad oggi ho ritento di essere nato e vissuto in una società laica e democratica, in cui la sovranità, come afferma la nostra Costituzione, appartiene al Popolo che la esercita nei modi e limiti stabiliti dalle leggi.
In una democrazia rappresentativa, l’esercizio della sovranità del popolo è sostanzialmente ridotta all’elezione dei parlamentari, i quali, al momento delle elezioni, presentano un progetto reale o un indirizzo politico, per cui gli elettori eleggono un rappresentante piuttosto che un altro. Ciò avviene con maggiore consapevolezza se il candidato è un cittadino che è radicato nel territorio e pertanto ha dei rapporti diretti con i concittadini.
Tempo fa, quando, si dice, c’era la Prima Repubblica, erano i partiti a redigere le liste di coloro che dovevano essere eletti. Questi erano espressione, comunque, del territorio e il popolo eleggeva coloro che riteneva più coerenti ai propri interessi o alle idealità politiche.
In Parlamento non sempre il partito che era risultato maggioritario riusciva a realizzare il proprio programma, perché spesso doveva addivenire ad un accordo con altri partiti. Ciò non era visto come un tradimento, ma con realismo era considerato un’efficace opera politica, purché i parlamentari eletti rimanessero nei limiti del programma e dei principi con cui si erano presentati agli elettori, a cui dovevano le dovute giustificazioni, come spesso avveniva.
Col tempo il numero dei partiti si moltiplicava rendendo più difficili formare le coalizioni che dovevano formare il Governo, per cui giustamente si ritenne di mettere un limite minimo di voti perché un partito potesse entrare in Parlamento, un grave sacrificio dell’espressione democratica, in parte giustificato dall’efficienza del Parlamento.
Nel contempo però si tolse il voto di preferenza, in pratica gli elettori possono scegliere un progetto politico tra quelli proposti, (due o tre ?); non possono scegliere chi deve valutare la realizzazione di tale progetto né la sua efficacia.
Oggi si sta affermando una nuova concezione della politica, che si fonda sul partito carismatico o più precisamente sul leader carismatico.
Il concetto di “leader carismatico” mi preoccupa per la tenuta della democrazia. Perché mi rimanda in dietro di secoli quando i sovrani e i principi erano eletti da Dio per dirigere il suo gregge (charisma = dono divino).
Anche se volessi assumere il termine carisma nel significato più laico del termine di “capacità di avere una forte influenza su altri” non sento alleviata la mia preoccupazione. Certo, nei gruppi ci sono delle persone che emergono per capacità di conoscenze, di organizzazione, di amministrazione, e spesso diventano leader dei gruppi, ma chi emergerà tra i tanti a livello nazionale?
Chi si metterà in tutte le liste? Chi potrà disporre dei mezzi di comunicazione di massa? Chi farà includere nel simbolo del partito il suo nome? O chi effettivamente, da leader, saprà mettere a disposizione dello Stato le proprie capacità?
Modestamente e democraticamente ritengo che sia opportuno lasciare agli elettori scegliere i propri leader, rappresentanti dei propri interessi e delle proprie idealità. Questo potrà avvenire non elevando misticamente attraverso i mass-media un capo carismatico, ma attraverso la libera elezione popolare di rappresentanti territoriali al Parlamento.

mercoledì 20 ottobre 2010

Il PARLAMENTO

Spesso nei dibattiti politici vengono definiti ideologici alcuni partiti.Mi sono chiesto se questo appellativo abbia un valore negativo e cosa possa significare un'ideologia.
Ho consultato il Dizionario Palazzi, per un riferimento più indipendente. Nel citato dizionario si afferma che l’ideologia è “il sistema dei principi teorici che è alla base di un movimento politico o culturale”.
In tale definizione non riscontro alcunché di negativo, anzi riscontro l'impegno di un gruppo di individui che cercano una visione comune, delle linee, dei principi condivisi con cui commisurare le scelte politiche per risolvere dei problemi reali. Sarà un’ ideologia di parte, un modo di vedere la realtà di una classe sociale, tuttavia offrirà al paese un progetto condiviso da tanti cittadini.
Marx, criticava l’ideologia, che riteneva fosse una costruzione di principi astratti per mascherare la concreta realtà dei fatti materiali, riteneva l’ideologia la visione del mondo della classe dominante, che giustificava con questa surrettiziamente il proprio status politico.
Ma lo stesso Marx sollecitava la formazione della coscienza di classe tra gli operai, voleva che gli operai si rendessero conto del valore sociale del loro lavoro per rivendicare una società per loro più giusta e più libera. Anche lui proponeva un progetto teorico (ideologico) con cui aggregare gli operai per modificare il loro stato di vita.
La borghesia liberale del Settecento e dell’Ottocento aveva progettato un mondo più libero e più giusto, e per questo progetto hanno sostenuto tante rivoluzioni per realizzarlo.
Il movimento operaio dell’Ottocento e del Novecento per un progetto di un mondo più giusto e più libero hanno sostenuto numerose lotte, conquistando quei diritti sociali e la partecipazione politica che oggi viene riconosciuta in tanti paesi del mondo.
Oltre ai liberali e ai socialisti, altri cittadini, condividendo valori e visioni del mondo comuni, hanno dato vita a partiti che sostengono progetti teorici, utopie politiche che loro ritengono di possibile realizzazione.
Oggi questi partiti vengono tacciati di ideologia, in nome di una politica basata sulla prassi, sul fare. Ma per fare cosa? In favore di chi? Per raggiungere quale obiettivo? Per sostenere quali valori condivisi?
La storia degli ultimi due secoli ci insegna che l’immaginazione, i sogni, la progettazione ideale ha fatto progredire l’affermazione dei diritti umani e il benessere materiale, non senza ostacoli e conflitti. Tali conflitti sono stati più forti quando e dove si è manifestato una maggiore resistenza a riconoscere i diritti di giustizia e di libertà e una chiusura al dialogo e al confronto fra i partiti (parti del popolo, classi sociali…); dove le ideologie sono state trasformate in miti, in dogmi immodificabili. Ma nei paesi più democratici le ideologie si sono confrontate, migliorando la loro progettualità e le condizioni politiche e sociali dello Stato.
Il governo di un Paese deve pervenire ad una mediazione delle esigenze reali ed ideali dei suoi cittadini o deve affidarsi ad un’intuizione teorica di uno o alcuni individui?
Spesso c’è la tentazione di delegare ad altri la responsabilità delle scelte, oppure si vuol seguire l’istinto del gregge che ha bisogno del pastore o del branco che ha bisogno del capo.
Un popolo che vuole essere libero non può rinunziare alla partecipazione politica, a sognare e a progettare all’interno della società a cui appartiene, soprattutto non può affidare senza garanzia e limiti il governo del proprio paese ad uno o più individui che comunque sono portatori di interessi e progettualità individuali.
Il Parlamento nei paesi democratici è il luogo dove i partiti ideologici e programmatici si confrontano nella consapevolezza che le ideologie dei partiti sono di parte, non sono assoluti.
Nel Parlamento deve esercitarsi quel pensiero critico, che è confronto tra ideologie e interessi, per addivenire a soluzioni dei problemi che la storia quotidiana ogni giorno produce, e che tali soluzioni siano decise con la più ampia condivisione possibile.

sabato 21 agosto 2010

Leader

Ogni individuo, vivendo nel proprio ambiente, progetta secondo la sua esperienza e il suo punto di vista, progetta il suo futuro, disegnando le linee di condotta del proprio comportamento.
Nella vita pratica, dovendo vivere con altri individui, deve confrontarsi necessariamente con loro. Ciò avviene già dai primi anni di vita, lo sanno bene i genitori e gli insegnanti dell’infanzia, che con tanto amore e pazienza devono aiutare i propri piccini a socializzare con fratellini e amici.
Gli eventi della vita, l’ambiente socio-economico-culturale, lo sviluppo psico-fisico, il confronto con gli altri conformano la personalità degli individui e condizionano le relazioni sociali.
Nella vita di gruppo, a seconda dei condizionamenti e delle capacità acquisite, emergono i vari ruoli di mansione e di comando. Tali ruoli nascono nel gruppo e in relazione al gruppo, per cui sono funzionali a questo, tuttavia non viene meno in ciascuno la tendenza alla libera progettazione del proprio futuro.
Queste due esigenze, la libera creatività e la necessaria condivisione con gli altri, coesistono in ogni momento dell’esistenza, e si esplicitano in vario modo nei vari ambienti in cui si esplica la vita umana.
Coloro che hanno avuto o hanno acquisito la responsabilità di coordinare o di dirigere i gruppi di lavoro o le società economiche o i partiti politici devono essere consapevoli di tali esigenze. Leader diventa colui che ha capacità di iniziativa, che riesce a coinvolgere gli altri nei progetti ideati e che sa farsi accogliere dagli altri.
Il leader è un buon coordinatore, è colui che sa creare armonia in un gruppo, che esercita la sua funzione con autorevolezza senza sacrificare la creatività e la volontà di collaborazione dei componenti il gruppo. È colui che sa fare squadra, ovvero che sollecita la solidarietà e la compartecipazione di tutti, facendoli sentire parte attiva della comunità.
Un’eccessiva autostima, potrebbe suscitare un senso di superiorità sugli altri, e questi potrebbero reagire stabilendo un distacco e nutrendo un senso di indifferenza se non proprio di avversione verso il capo. Le relazioni tra il gruppo o la comunità e il capo, apparentemente improntato da rispetto dei ruoli specifici, in pratica diventano freddi, poco creativi e produttivi e potrebbero sfociare in una situazione conflittuale.

sabato 19 giugno 2010

Il parlamentare

Ogni parlamentare, deputato o senatore, è la manifestazione della volontà del popolo, da cui è stato eletto, pertanto esprime la sovranità del popolo; tuttavia la Costituzione lo svincola da un mandato diretto degli elettori, perché i legislatori devono tendere al bene della comunità. Ciò non significa che debba tradire la fiducia e le esigenze dei propri elettori, ma che, in seguito ai dibattiti parlamentari, agli approfondimenti operati, alla maturazione di una convinzione condivisibile anche dai suoi elettori, faccia le scelte più opportune per addivenire ad una legge che possa essere un bene per l’intera comunità nazionale, di ciò, comunque, dovrà rendere conto ai suoi elettori.
L’Art. 67 della Costituzione Italiana dichiara:
“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”
Con questo articolo i costituenti hanno assegnato ad ogni parlamentare la responsabilità di superare le contrapposizioni politiche e di parte per addivenire ad una sintesi delle varie opinioni nell’interesse del bene comune.
La democrazia si rafforza e si arricchisce con il dialogo e il contributo della maggior parte dei cittadini e dei loro rappresentanti. Mentre nell’esperienza della vita politica italiana, questo articolo spesso è stato disatteso, quando si è affermata la necessità della disciplina di partito, o il cosiddetto centralismo democratico, quando si è stabilito un patto con i propri elettori.
Così facendo è stata strozzata sul nascere ogni forma di dialogo tra i vari partiti, e sono state alimentate le contrapposizioni in Parlamento rendendo faticosa e scarsamente produttiva l’attività dello stesso.E se i parlamentari sono designati dalle segreterie dei partiti e inseriti nelle liste secondo la volontà dei dirigenti, mentre gli elettori non possono esprimere le loro preferenze nei confronti degli stessi, potrebbe qualcuno immaginare che i membri del Parlamento rispettino l’art. 67? E la democrazia come sarebbe alimentata?

venerdì 18 giugno 2010

Il Partito

La parola è di per sé significativa, deriva da parte e indica che esprime opinioni di una parte dell’elettorato. In democrazia il partito dovrebbe nascere dall’esigenza dei cittadini di partecipare alla gestione del bene comune, esprimendo i propri punti di vista, le proprie necessità e le eventuali possibili soluzioni.
Il partito dovrebbe essere una punto d’incontro dove gli iscritti (e iscritti ai vari partiti dovrebbero esseri tutti i cittadini) possano esprimere le proprie esigenze le proprie valutazioni sui vari eventi politici.
I dirigenti delle segreterie dovrebbero essere capaci all’ascolto e a compiere le prime sintesi delle opinioni espresse, per poi comporle con quelle raccolte da altri partiti nella sede del Parlamento, prima della formazione delle leggi valide per tutti, per il bene comune.
In riunioni periodiche, soprattutto in prossimità delle elezioni ai vari livelli istituzionali, i coordinatori delle sezioni dovrebbero esprimere le linee politiche condivise dagli scritti, con ipotesi di programmi per la soluzione dei problemi più impellenti e chiedere la disponibilità di quanti siano ritenuti in grado di sostenerli e di portarli ad attuazione.
Il partito dovrebbe essere scuola di politica. Già discutere dei problemi individuali e condividerli con altri sarebbe un ottimo strumento di socializzazione e responsabilizzazione. Se questi fossero approfonditi e confrontati con tematiche di politica nazionale e internazionale con eventuali dibattito con cittadini esperti nei vari settori, il partito assolverebbe una funzione socializzatrice e politica di elevato livello.
Maturato dopo ampie discussioni il consenso e il sostegno consapevole non dovrebbero mancare.

Costituzione italiana, Art. 49 “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

mercoledì 27 gennaio 2010

Un male atavico

“A questo pensate, o re, raddrizzate le vostre parole,
voi mangiatori di doni, e le vostre inique sentenze scordate;
a se stesso prepara mali l’uomo che mali per altri prepara …”
(Esiodo, Opere e giorni)

Esiodo, nel VII sec a C, richiama gli uomini al rispetto della giustizia per una vita ordinata e pacifica e si rivolge ai re responsabili del governo delle ‘polis’ affinché siano giusti nell’emanare le loro sentenze.
Purtroppo constata che i re non erano sempre giusti e spesso nell’esercizio delle proprie funzioni erano condizionati dai doni piuttosto che dall’esigenza della giustizia.
E sottolinea che i governanti, i quali invece di pensare a ben governare la “res-publica” sono più attenti a soddisfare il proprio tornaconto, producono guai per la comunità e per sé stessi.
In ogni età la storia evidenzia la perenne conflittualità tra i governanti e i propri sudditi che spesso sono stati ridotti in condizione di schiavitù.
Molti hanno immaginato e proposto modelli ideali di buon governo in ogni età.
Per richiamarne uno noto a tanti:
Platone nell'antica Grecia aveva proposto un modello di stato, in cui i governanti, i filosofi, non dovevano possedere né beni, né famiglia per potersi dedicare alla guida dello stato. Era un modello ideale, un’evidente utopia, che sottolineava l’esigenza dell’imparzialità e il distacco dell’interesse privato da quello pubblico.
Di fatto i più forti in ricchezza e in capacità si sono sempre imposti al governo delle comunità, anche in quelle poche esperienze democratiche che nel tempo maturavano, e permanendo costantemente e perennemente diffuso il principio della necessità della giustizia e di un comportamento virtuoso.
Nell'età comunale, nei locali dove si riunivano le assemblee cittadine venivano affrescate le pareti con i simboli della giustizia, delle virtù, della pace.
Significativo è l'affresco del Buon Governo di Siena.
In ogni epoca accanto a pochi probi governanti si ha memoria di innumerevoli governanti che hanno approfittato del loro ruolo per accumulare ricchezze per sé e per i propri parenti.
Con una maggiore diffusione della ricchezza e lo sviluppo della cultura le classi più abbienti hanno preteso la condivisione del governo.
Le ingiustizie e i soprusi non sono diminuite affatto, anzi si sono moltiplicate assumendo forme diverse.
Nel '400, '500, '600, mentre si esaltava la dignità dell'uomo, si moltiplicavano i progetti politici, le utopie, e la richiesta di una maggiore giustizia e della libertà individuale.
Nei secoli successivi si accentua l'esigenza di giustizia, di uguaglianza, di libertà, ma questi diritti, affermati come universali, di fatto sono riservati ai cosiddetti cittadini attivi che intrigano tra loro per sopraffarsi a vicenda, mentre sfruttano la povera gente sia contadini che operai.
Con l’affermazione dell’industria moderna gli imprenditori filantropi sono emarginati e sconfitti.
I governanti, espressione della classe imprenditoriale, intrecciano i loro interessi con l'esercizio dell'autorità di governo.
Intanto nel Settecento e nell’Ottocento si affermano due strumenti per il controllo del buon governo: la divisioni dei poteri e la democrazia a suffragio universale, tuttavia l'antico vizio della cura dei propri interessi ai danni del bene pubblico non viene meno e gli scandali tra i governanti si moltiplicano.
Dagli inizi del Novecento, soprattutto dopo la prima guerra mondiale, l’attività dello stato pervade ogni ambito della vita sociale, le costituzioni enunciano che la sovranità appartiene al popolo, ma questo elegge sì i propri rappresentanti al Parlamento, ma non riesce a controllare né gli atti dei parlamentari né l’operato dell’esecutivo che si frammenta nei tanti rivoli dell’apparato burocratico e delle varie commesse.
Con una maggiore trasparenza delle attività politiche e amministrative e con il controllo della gestione delle risorse pubbliche si potrebbe limitare la prevaricazione e la gestione impropria di tali risorse.
I gestori della cosa pubblica dovrebbero avere un forte senso etico e una concezione alta della politica per frenare le proprie ambizioni e gli interessi privati.
Ma ciò non è sufficiente infatti quando si passa nell’azione pratica nell’affidamento dei lavori nei vari settori operativi i governanti dovrebbero avere la capacità di selezionare persone affidabili e questi a loro volta utilizzare amministratori e maestranze altrettanto affidabili; ma in un mondo degli affari, degli interessi, del profitto si può pretendere tanto?
Il male atavico può essere limitato con un forte senso civico da parte di tutti, con un’accorta vigilanza democratica, con una sana legislazione ed un’efficacia opera della magistratura, che sostengano l’operato del retto governare.

domenica 10 gennaio 2010

"Processo breve?"

In questi giorni si discute in Parlamento del “processo breve”.
È giusto che i processi si celebrino in tempi adeguati, commisurati alle difficoltà di espletare le dovute indagini e di operare le opportune riflessioni dalle parti in contrasto. È difficile stabilire i tempi di tali operazioni, ma è opportuno che, raccolte le prove gli avvocati e i magistrati, esaminino con le loro competenze le varie situazioni e in base alle leggi emanino le dovute sentenze.
Se per mancanza di magistrati o per lunghe procedure burocratiche i processi dovessero prolungarsi nel tempo sarebbe necessario intervenire sulle défaillances accertate, ma non è giusto prescrivere i reati, sarebbe la più grave violazione dello stato di diritto e sancirebbe l'incapacità dello stato di amministrare la giustizia, comportamento il più ignobile per lo stato e offensivo per i cittadini offesi e potrebbe suscitare dei gravi disordini nella vita civile.
Un'amministrazione della giustizia deve fare rispettare le leggi dello Stato con moderazione, ma con decisione e in tempo il più breve possibile.
La prescrizione dei reati, senza un giudizio, potrebbe far diffondere tra i cittadini il senso di impunità, con conseguenze gravi per la convivenza serena e pacifica.
Anche i ritardi nell'emettere le sentenze sono causa d'ingiustizia e di disordine sociale.
Si ha notizia di tanti importanti casi di reati e di liti che la Magistratura non riesce a dirimere, ma in questa sede riferisco una banale questione di condominio.
In un condominio sorge una lite per l'interpretazione di una norma per la partizione delle spese di manutenzione. Dopo una lunga discussione, alcuni condomini si rivolgono al tribunale denunciando la maggioranza che aveva approvato il bilancio, secondo loro, non rispettando il regolamento condominiale. Un'operazione legittima, che con un intervento del magistrato, avrebbe potuto rasserenare la convivenza tra i vari condomini, turbata da tale questione. Dopo alcuni mesi si ha la prima udienza, vengono convocati gli avvocati di parte davanti al giudice e non si prende una decisione, eppure non ci sono indagini da fare, si deve interpretare una norma, più volte oggetto di giurisprudenza. Si aggiorna l'udienza fra sei anni, chi sa quando verrà emanata la sentenza?
Intanto ogni volta che si approva il bilancio si ripropone la stessa questione, si approfondisce l'astio tra i condomini e la convivenza diventa sempre più difficile. Una soluzione della lite avrebbe potuto, in poco tempo, ridurre le frizioni e contribuire a una vita più serena.
È mai possibile che due avvocati e un giudice abbiano bisogno di tanto tempo per interpretare una norma condominiale?

venerdì 20 novembre 2009

L'illusione della democrazia

La Costituzione Italiana afferma che la sovranità appartiene al popolo.
Tale sovranità il popolo la esercita con l'elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, con un'eventuale proposta di legge popolare, con il referendum.
La seconda e la terza possibilità dell'esercizio della sovranità vengono effettuate raramente e in circostanze straordinarie.
L'elezione dei componenti le due camere del Parlamento è l'unica partecipazione ordinaria dell'esercizio della sovranità popolare; tuttavia tale attività è mediata dai partiti che propongono i programmi, preparano le liste dei candidati, e cercano il consenso soprattutto al momento delle elezioni.
È comprensibile che persone con preparazione culturale e tecnica oltre che di riconosciuto impegno politico siano preposte alla direzione dei partiti o siano elette quali rappresentanti ai vari livelli politici. Ma chi valuterà l'efficacia della loro azione politica? Chi giudicherà che il loro impegno profuso rispetti la sovranità popolare?
Sarà il dialogo costante con i cittadini a sostenere la loro azione e questi esprimeranno il loro giudizio e il loro consenso con le elezioni.
Pertanto i candidati a rappresentare il popolo ai vari livelli istituzionali, dovrebbero condividere le varie problematiche politiche ed essere il più vicino possibile ai propri elettori.
Con la legge elettorale in vigore in Italia la sovranità popolare è gravemente limitata, perché con il premio di maggioranza è vero che si facilita la formazione di una maggioranza parlamentare e la formazione di un governo, ma tale maggioranza non rappresenta nemmeno la metà della sovranità popolare.
Inoltre la medesima legge, proponendo la votazione per liste bloccate, toglie al popolo l'esercizio del diritto di scegliere come suoi rappresentanti quei candidati che ritiene più vicini alle sue esigenze politiche e che ritiene più efficaci nel loro impegno.
Infine riduce ulteriormente la possibilità di valutazione e di scelta dei candidati, perché permette che i candidati proposti dagli organi centrali dei partiti siano inseriti in più liste.
Se durante la “Prima Repubblica” si criticava la partitocrazia perché riduceva la sovranità popolare; in questa nuova esperienza politica sembra che il popolo si stia affidando ad una équipe manageriale, rinunciando ad esercitare la propria sovranità.
L'ardente desiderio della democrazia, intesa come partecipazione, come coinvolgimento, come sovranità popolare per cui tanti animi generosi si sono sacrificati è ridotto all'illusione di scegliere un programma astratto, la cui gestione è affidata a individui selezionati e imposti dai partiti (o da qualcuno che si è imposto come leader, infatti anche i partiti hanno perso i loro connotati ideologici per diventare semplici strumenti di potere).

giovedì 19 novembre 2009

Sovranità popolare e governanti

Quando un popolo rivendica la propria libertà, chiede di partecipare alla gestione della sovranità, con l'intervento quanto più diretto possibile nella formazione delle leggi e con il controllo della loro applicazione. In tal caso l'assemblea legislativa occupa un ruolo determinante nella vita politica di una comunità.
La divisione dei poteri dello stato è un'ulteriore garanzia della libertà, perché soprattutto negli stati di grande estensione, i cui rappresentanti sono un piccolo numero nei confronti della popolazione, questi potrebbero sostenere interessi di parte piuttosto che espletare compiutamente il loro mandato che è la difesa del bene comune, il controllo da parte del potere giudiziario, limita tale rischio. Inoltre il potere esecutivo, dovendo rispettare le leggi approvate dal legislativo, non agirebbe arbitrariamente, ma opererebbe nel rispetto della libertà del popolo.
Dopo momenti di arbitrio, di assolutismo o di dittatura, spesso il popolo, ribellandosi, riesce a conquistare la democrazia che garantisce la libertà politica di quanti l'hanno richiesta e ottenuta.
Purtroppo coloro che sono preposti al governo dello stato, quelli che, ripetutamente eletti, diventano professionisti della politica, cercano di difendere il ruolo acquisito, e riducono l'incidenza delle scelte dei cittadini.
La democrazia, basata sul consenso del popolo e dei suoi rappresentanti, sembra difficile da gestire, soprattutto quando nelle assemblee si difendono interessi di parte piuttosto che l'interesse generale del popolo, si prolungano consapevolmente le discussioni e si rimandano le decisioni, provocando la lentezza legislativa se non proprio l'immobilismo.
In tale circostanza l'esecutivo ritiene di proporre nuove norme di amministrazione della sovranità, riducendo il potere del legislativo e assumendosi la responsabilità delle decisioni con decreti propri, riducendo di fatto il parlamento ad una funzione di semplice consenso dell'operato del governo.
Un parlamento, rassegnato a tale ruolo, perde la propria funzione di espressione della volontà popolare e quindi propositiva, la democrazia e la sovranità popolare è sacrificata.
Il parlamento dovrebbe darsi dei regolamenti, che pur non svilendo il dialogo e i vari dibattiti tra le varie espressioni politiche che il popolo ha manifestato con le elezioni, possa addivenire in tempi convenienti a delle determinazioni largamente condivise.
Invece spesso cede alle pressioni dell'esecutivo, approvando delle leggi elettorali che limitano l'espressione della volontà dei cittadini e dello stesso parlamento, e sacrifica la sovranità popolare.

mercoledì 21 ottobre 2009

Giustizia rimandata...

Non è un racconto di fantascienza, ma un fatto realmente accaduto: tre coltivatori diretti erano confinanti: il campo di uno dei tre era il doppio dei campi di ciascuno degli altri due coltivatori, pertanto un lato segnava il confine comune con gli altri due. Il proprietario del campo più grande decise di piantare degli alberi lungo il confine. Uno dei due proprietari dei campi più piccoli ritenne che i nuovi alberi piantati non rispettassero la dovuta distanza dal confine, erano troppo vicino al proprio campo e manifestò il proprio dissenso al proprietario del fondo maggiore. Non si addivenne ad un accordo, anzi si passò alle offese e si ricorse al giudice.
In tale circostanza fu coinvolto anche il terzo agricoltore, il quale, con poca convinzione si associò con il proprietario del campo dell'estensione simile al suo. Come avviene in ogni ricorso a giudizio si rivolsero agli avvocati per sostenere la propria causa. Da quel momento il terzo agricoltore non si preoccupò più della controversia, e col passar del tempo la dimenticò del tutto. La questione passò nelle mani degli avvocati e del giudice. Questi durante diciassette anni si incontrarono solo quattro volte, tre volte praticamente per non decidere nulla, all'ultima, quella del diciassettesimo anno, il giudice emise il giudizio di primo grado.
Un anno prima della sentenza i campi non erano più di uso agricolo, ma erano già aree edificabili e tutti gli alberi erano stati sradicati.
Non mi interessa la sentenza, ma da persona, non coinvolta nei fatti, mi sono posto delle domande, è possibile che per una causa, in cui non ci sono da svolgere tante indagini, siano necessari ben diciassette anni? A cosa è servita la sentenza dal momento che le proprietà non sono più adibite all'agricoltura ma all'edilizia? Quanti rancori ha fatto radicare negli animi in questi anni?
Eppure gli avvocati di parte hanno preteso compensi ben retribuiti.
Penso che ogni cittadino di buon senso si ponga tali domande, e nello stesso tempo si renda conto dell'inefficienza della giustizia.
Non penso che ciò dipenda dall'incapacità dei giudici, né dall'insufficienza dei mezzi, ma da insensate procedure forensi, che nel tempo si sono radicate nel sistema e, mi verrebbe da pensare, artatamente procurate.