Lontani ricordi,
Anni trascorsi in quel grande atrio:
voci, schiamazzi, un gran chiasso.
Un tonfo sempre uguale, misto ad urli di gioia:
goal!!! il pallone batte sul gran muro bianco
lasciando un ennesimo segno.
Il cielo sereno, il gelso in fiore,
la primavera sorrideva ai miei anni.
Corri! Corri! Dai! Scappa!
Campooo!
Tin tin tin tin....
Quel campanello ha interrotto il mio grido,
la mia fuga.
Benedicamus Dominum!
Deo Gratias!
E nel silenzio si cammina
a due a due verso lo studio.
Leggo e guardo il cielo sereno e il volo dei passeri;
scrivo e penso ai prati in fiore.
Un rombo di aereo trascina i miei sogni lontano,
su in alto, in cielo.
I miei amici, fantasie di amiche,
immagini care.
Fede, impegno, lavoro;
gioia, amicizia, serenità, tormento;
e... la vita trascorre.
G 1980
L'uomo è diverso dagli altri esseri viventi perchè dotato di ragione. Altra facoltà peculiare dell'uomo è l'immaginazione, con questa l'uomo progetta e opera.
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mercoledì 20 gennaio 2016
sabato 23 giugno 2012
L'ASCENSIONE DEL SIGNORE
Tempo fa Mario partecipò ad un'interessante visita del
Castel del Monte e del Centro storico di Andria, organizzata dal Touring Club.
La mattinata fu impegnata alla visita del Castello, con l'ottima guida del
console Cleto Bucci, suo carissimo e stimato amico. Il pomeriggio la comitiva
si trasferì ad Andria dove una giovane e brava ragazza la guidò per il centro
storico per la visita delle chiese e dei siti storici più interessanti di
Andria. Durante il percorso si fermarono sotto la Porta di Sant'Andrea, una
delle antiche porte della città di Andria. Un visitatore fermò la sua
attenzione sulle tante crocette in legno fissate sotto l'arco della porta e
chiese alla ragazza che guidava il gruppo perché erano poste lì quelle croci. La
giovane guida, un po' esitante, rispose “forse in ricordo del passaggio di
alcune processioni” e proseguì il percorso della visita.
Mario si soffermò un attimo e gli venne alla memoria che
quelle croci dovevano essere il segno di una liturgia della Chiesa Cattolica da
tempo non più praticata che ricordava l'Ascensione del Signore.
Andando in dietro nel tempo ricordò che a Ruvo di Puglia
intorno agli anni '50, il giorno dell'Ascensione, dopo la celebrazione della
messa delle dieci (messa grande) in Cattedrale, il “Capitolo” e i fedeli, in
processione, si recavano alle quattro porte della città di Ruvo di Puglia, dove
recitate le preghiere di circostanza benedetta e incensata una piccola crocetta
di legno il celebrante la fissava al muro con un chiodo all'altezza di due o
tre metri; nel corso degli anni il numero delle crocette si incrementava
ulteriormente.
Col tempo non ci fu una processione cittadina per questa
liturgia, ma fu delegata ai parroci delle parrocchie vicino alle porte. Mario
ricorda di aver partecipato alcune volte a tale cerimonia, quando il parroco
della parrocchia del Redentore, don Michele Montaruli, guidava una piccola
processione di parrocchiani all'angolo della via per Corato e fissava la
crocetta al muro, presumibilmente nelle vicinanze di Porta Castello.
In seguito tale liturgia non fu più svolta e forse è stata
dimenticata da tanti, ecco perché la giovane guida di Andria non riusciva a
dare una sicura spiegazione della presenza delle croci sulla porta di
Sant'Andrea di Andria, dove certamente si ponevano le croci in memoria dell'Ascensione,
come avveniva a Ruvo.
Mario vuole rendersi conto dello stato delle croci di Ruvo e
percorre l'itinerario dell'antica processione.
A porta Noe, in via Vittorio Veneto sul muro dell'antica
caserma dei carabinieri, ora trasformata in Banca non c'è alcuna croce; furono
tolte in seguito al restauro dell'edificio.
Anche sul muro laterale destro della Chiesa di San Giacomo,
nelle vicinanze dell'antica porta Buccettolo, sono state rimosse le croci, in
seguito al restauro della stessa chiesa.



All'angolo di piazza Giacomo Matteotti - via per Corato, Porta Castello, sono ancora presenti alcune croci erose dal tempo, e alcuni resti delle croci più antiche.
All'angolo di piazza Giacomo Matteotti - via per Corato, Porta Castello, sono ancora presenti alcune croci erose dal tempo, e alcuni resti delle croci più antiche.
In via Cattedrale, presumibilmente Porta Nuova, sono evidenti diverse croci segnate dal tempo ma ben visibili.
Anche sulla lato destro della Cattedrale sono state eliminate tutte le croci dopo gli ultimi restauri, anche se osservando con attenzione sono visibili alcune parti di croci che hanno resistito alle incursioni delle intemperie e agli ultimi lavori di restauro.
Le crocette messe il giorno della celebrazione dell'Ascensione, erano un ulteriore simbolo che i cristiani mettevano per indicare la presenza di Cristo nella società. Nessuno nel corso del tempo ha mai osato togliere le croci dalle porte della città, neppure coloro che non condividevano la fede cristiana.
L'usura del tempo e i restauri stanno cancellando questi
simboli.
Per il diffondersi del laicismo e di nuove fedi religiose, parte della società non condivide più i simboli cristiani.
E i cristiani, eliminando i simboli esteriori, continueranno a sostenere con determinazione i principi e i valori della fede cristiana?
Per il diffondersi del laicismo e di nuove fedi religiose, parte della società non condivide più i simboli cristiani.
E i cristiani, eliminando i simboli esteriori, continueranno a sostenere con determinazione i principi e i valori della fede cristiana?
sabato 7 aprile 2012
La casa della Madonna
È una calda sera di luglio, Marco e Nannina rincasano, le finestre delle case sono aperte per accogliere il venticello che dopo una giornata afosa arriva provvidenziale a rinfrescare gli ambienti. Sugli usci delle abitazioni a piano terra sostano ancora sedute delle persone a cogliere quel lieve sollievo prima di andare a riposo.
I tre figlioli scorrazzano per la strada. Non c’è traffico, i cavalli sono nelle stalle e i traini stazionano ai margini della strada. Marco ogni tanto richiama i figli per non farli allontanare. Spesso durante il percorso salutano i conoscenti che incontrano, e alcune volte si fermano qualche istante per comunicare con loro.
Intanto programmano cosa fare l’indomani. Nannina deve alzarsi presto per fare il pane poi deve andare in banca per prelevare il denaro per le necessità familiari ordinarie. I bambini non vanno a scuola e ha difficoltà a portali con sé, e rivolta a Marco gli chiede: “Come fare?”. Marco non ha un momento di esitazione, sa cosa fare, gli è capitato altre volte: “Non preoccuparti possono venire con me. Domani ti aiuto a fare il pane, poi vado a Belmonte, un podere non molto lontano e quindi posso avviarmi più tardi, quando i bambini possono svegliarsi.”
Entrati in casa, ordina ai bambini di andare subito a letto, perché domani devono levarsi presto e andare insieme a lui in campagna. Il figlio più grandicello accoglie serenamente l’invito, per lui è un fatto ordinario andare con il papà nei campi, anzi spesso lo aiuta anche a eseguire dei lavori, i due più piccoli si eccitano a questa notizia, e vanno sì a letto, ma fanno fatica a prendere sonno immaginando l’avventura che gli toccherà l’indomani.
È ancora buio quando Marco e Nannina si levano da letto. Nannina versa la farina sul “tavoliere” aggiunge man mano dell’acqua calda con sale quanto basta per amalgamare la farina, aggiunge il lievito che ha conservato dall’ultima volta che ha fatto il pane e incomincia a impastare. Interviene Marco che aiuta la moglie a rivoltare e a schiacciare più volte l’impasto fin quando non presenta più grumi e si presenta uniforme. Dividono l’impasto in pezzi, li avvolgono tra bianche bende e li poggiano su un angolo del letto, dove, ben coperti raggiungeranno la debita lievitazione.
La collaborazione di Marco è terminata, ora si affretta a raggiungere la stalla per prendere gli attrezzi da lavoro, legare la mula al carro e avviarsi al campo come prestabilito. Deve far presto, deve incominciare i lavori già all’alba, più tardi farà caldo e sarà molto pesante lavorare sotto il solleone di luglio, e poi oggi ha con sé anche i piccoli. Marco esce di casa, intanto Nannina sveglia i piccoli e lava il loro visino, li veste in modo che siano pronti al passaggio del papà.
I bambini, anche se un po’ assonnati fremono nell’attesa. Ecco è arrivato papà. “Attenzione! Fate i bravi” dice la mamma mentre li accompagna vicino le scale. Marco, che ha lasciato vicino il portone il carro, prende in braccio il più piccolo, per mano il secondo, il più grande precede tutti scendendo velocemente gli scalini. Accomodati i piccoli sul piano del carro, si avvia verso la campagna.
Alla periferia della città c’è la fontana con il pilone dove si fermano i carri per abbeverare i cavalli, Marco si avvicina e, mentre la mula beve, riempie il secchio di acqua, che servirà per bere e per rinfrescarsi durante la giornata, e lo attacca sotto il traino. “Possiamo andare”, tira le briglie, fa retrocedere la mula e a passo riprende la via.
Lungo la strada c’è una lunga fila di carri, sono gli ultimi della mattinata, quelli che vanno ai campi vicini al paese, altri si sono avviati molto tempo prima. All’orizzonte incomincia ad apparire il primo chiarore dell’alba. I bimbi un po’ assonnati, sbirciano qua e là. La mula segue il tragitto in modo ordinato e Marco lega le briglie al traino, pronto a riprenderle al momento opportuno. “Salve”, “Deo ‘raz” (Deo gratias) erano i saluti che si scambiavano i contadini quando si incontravano, a cui si rispondeva “Salve” e “Sempr” (sempre), e lungo il tragitto Marco, che conosceva tanti compaesani, spesso salutava o rispondeva ai saluti degli altri.
Raggiunto il campo, Marco aiuta a scendere dal traino i figlioli. Prende dei rami, accende il fuoco e fa accomodare a debita distanza i piccoli, intanto scioglie dai finimenti da traino la mula e la riveste con quelli per l’aratura. Oggi deve arare il campo, non è un’aratura profonda, ma una superficiale, ha portato un aratro senza vomero, ma con una barra che passando in superficie sul terreno lo rende più friabile in modo tale da renderlo meno penetrabile dai raggi del sole e capace di contenere l’umidità sottostante, e nel contempo elimina l’erbetta che soprattutto dopo la pioggia anche in estate riprende a svilupparsi.
Sistemato tutti gli arnesi incomincia a percorrere il campo in tutta la suo lunghezza. Il figliolo più grande prende una zappetta e lo aiuta spostando sotto gli alberi la terra che l’aratro non raggiunge.
I fratellini più piccoli stanno per un po’ di tempo vicino al fuoco, poi incominciano a percorrere il campo, inseguendo lucertole, osservando e tentando di prendere le cicale. Marco per tenerli impegnati, in campagna c’è sempre da fare e per tutti, ordinò loro di raccogliere le pietre e ammucchiarle vicino al viottolo.
I bimbi fecero quel po’ che potettero, trascorsero il tempo tra il gioco e il lavoro.
Intanto nel cielo lentamente si addensavano le nuvole. Marco le osservava con preoccupazione, non promettevano niente di buono, forse si avvicinava un temporale.
La pioggia soprattutto nel mese di luglio è sempre ben accetta, ma spesso si accompagna con la grandine che può distruggere il raccolto. Oggi ci sono anche i bambini e bisogna proteggerli.
Marco si affretta a finire il lavoro, il temporale sembra ancora lontano.
Finito di arare, stacca la mula dall’aratro, le lega al collo la sacca con paglia e biada. Beve, si lava e guarda il cielo, non sembra tanto minaccioso, comunque bisogna far presto, sa bene che in luglio possono esplodere repentinamente i temporali. Potrebbe fermarsi nel campo dove c’è un trullo per ripararsi dalla pioggia, invece valuta che è opportuno rientrare a casa.
Lega la mula al carro e rivolto ai bambini, che si guardano anche loro incerti, “Su salite!” Il primo a salire e il più grandicello, poi afferra per mano i più piccoli e li aiuta a salire sul carro, “State giù e copritevi”e porge loro il suo pastrano.
Si ritorna a casa, ma percorso circa cinquecento metri si rende conto che il temporale viene proprio dal paese e fra poco sarà sul fronte del temporale e già cadono dei goccioloni. È inutile tornare indietro, a pochi passi c’è un piccola cappella votiva, che può contenere a
lcune persone. Questa è l’unica alternativa, bisogna raggiungere al più presto la cappella.
Ferma il traino, “Giù Rino!”, “Giù Mario!”, “Giù Nico!”. “Abbassate la testa, entrate”, prende dei sacchi che si trovavano sul carro e copre la mula, poveretta è sudata dopo una giornata di lavoro. Si abbassa, l’ingresso è piccolo, ed entra anche lui. L’ambiente è piccolo, ma sono ben coperti.
Appena entrati, scroscia la pioggia associata a chicchi di grandine. Si susseguono lampi e tuoni. I bimbi sono rannicchiati vicino l’altare, Marco vicino l’uscio rassicura i figli e controlla la mula.
Il temporale è stato violento, ma è durato poco. Cade ancora qualche residuo di pioggia, Marco ritiene opportuno riprendere il cammino. Fa salire il figlio più grande e gli offre il suo mantello, poi solleva e poggio sul piano del carro Nico e Mario, “Mettetevi sotto il mantello”. Toglie i sacchi bagnati dalla schiena della mula e sale sul carro, tira le briglie e fa avviare la mula.
Lungo la strada scorrono ruscelli di acqua melmosa, ma sembra che non ci sia più pericolo di pioggia, anzi il cielo incomincia a diventare luminoso e tra le nubi appare un raggio di sole. I bimbi mettono fuori la testolina e sgranano gli occhi quando vendono in cielo un grande arco con tanti colori, Rino esclama: “L’arcobaleno!” Gli altri guardano con meraviglia.
Da lontano scorgono la casa, è già illuminata dal sole.
Dentro c’è Nannina che aspetta i figli con trepidazione. Durante il temporale si era chiusa nella camera da letto perché ha terrore dei fulmini e dei tuoni, ogni tanto si era avvicinata alla finestra per seguire l’evolvere del temporale. Aveva attaccato ai vetri della finestra dei santini, quasi per invitare i santi protettori a osservare e a intervenire in soccorso. La luce, l’arcobaleno incominciavano a rasserenarla, ma i figli…
Marco, appena giunti al paese, porta i figli a casa, li fa scendere dal carro, li avvicina alla scala e li affida al maggiore di loro: “Su andate a casa, io porta la mula alla stalla, vengo presto”. Sale sul carro e riparte.
La mamma è dietro la vetrina dell’uscio, quando vede arrivare i tre figlioli va loro incontro, li abbraccia, sono asciutti, incredula continua a ritoccarli, non sono stati investiti dal temporale.
Mette la pentola sul fuoco, perché fra poco arriverà anche suo marito, intanto toglie ai figli gli abiti intrisi di polvere, li lava, dà loro abiti puliti. I bambini incominciano a raccontare la loro avventura.
Arriva Marco e abbraccia sua moglie, che ora va rasserenandosi.
“Su tutti a tavola, oggi siete stati in campagna e scommetto che avete fame”, tutti si mettono a tavola. Durante il pranzo continuano a raccontare degli alberi, delle cicale, delle lucertole, delle tante pietre raccolte, della grandezza del mucchio che avevano fatto, della pioggia, dei fulmini, dei tuoni.
La mamma desidera che le rimuovano quella che è stata la sua preoccupazione e chiede “Perché non vi siete bagnati?” e all’unisono i due piccini risposero: “Siamo entrati nella casa della Madonna”. Rino e il papà sorridono, la mamma li guarda con occhi lucidi di commozione e in seguito volle che ascoltassero la stessa risposta i nonni e gli zii.
Il solleone era tornato ruggente, tutti erano stanchi per la giornata trascorsa. Il papà si levò da tavola e ordinò a tutti di andare a riposare. Nico e Mario andarono a letto, ma continuarono per lungo tempo a raccontare, finché la stanchezza non li fece assopire.
I tre figlioli scorrazzano per la strada. Non c’è traffico, i cavalli sono nelle stalle e i traini stazionano ai margini della strada. Marco ogni tanto richiama i figli per non farli allontanare. Spesso durante il percorso salutano i conoscenti che incontrano, e alcune volte si fermano qualche istante per comunicare con loro.
Intanto programmano cosa fare l’indomani. Nannina deve alzarsi presto per fare il pane poi deve andare in banca per prelevare il denaro per le necessità familiari ordinarie. I bambini non vanno a scuola e ha difficoltà a portali con sé, e rivolta a Marco gli chiede: “Come fare?”. Marco non ha un momento di esitazione, sa cosa fare, gli è capitato altre volte: “Non preoccuparti possono venire con me. Domani ti aiuto a fare il pane, poi vado a Belmonte, un podere non molto lontano e quindi posso avviarmi più tardi, quando i bambini possono svegliarsi.”
Entrati in casa, ordina ai bambini di andare subito a letto, perché domani devono levarsi presto e andare insieme a lui in campagna. Il figlio più grandicello accoglie serenamente l’invito, per lui è un fatto ordinario andare con il papà nei campi, anzi spesso lo aiuta anche a eseguire dei lavori, i due più piccoli si eccitano a questa notizia, e vanno sì a letto, ma fanno fatica a prendere sonno immaginando l’avventura che gli toccherà l’indomani.
È ancora buio quando Marco e Nannina si levano da letto. Nannina versa la farina sul “tavoliere” aggiunge man mano dell’acqua calda con sale quanto basta per amalgamare la farina, aggiunge il lievito che ha conservato dall’ultima volta che ha fatto il pane e incomincia a impastare. Interviene Marco che aiuta la moglie a rivoltare e a schiacciare più volte l’impasto fin quando non presenta più grumi e si presenta uniforme. Dividono l’impasto in pezzi, li avvolgono tra bianche bende e li poggiano su un angolo del letto, dove, ben coperti raggiungeranno la debita lievitazione.
La collaborazione di Marco è terminata, ora si affretta a raggiungere la stalla per prendere gli attrezzi da lavoro, legare la mula al carro e avviarsi al campo come prestabilito. Deve far presto, deve incominciare i lavori già all’alba, più tardi farà caldo e sarà molto pesante lavorare sotto il solleone di luglio, e poi oggi ha con sé anche i piccoli. Marco esce di casa, intanto Nannina sveglia i piccoli e lava il loro visino, li veste in modo che siano pronti al passaggio del papà.
I bambini, anche se un po’ assonnati fremono nell’attesa. Ecco è arrivato papà. “Attenzione! Fate i bravi” dice la mamma mentre li accompagna vicino le scale. Marco, che ha lasciato vicino il portone il carro, prende in braccio il più piccolo, per mano il secondo, il più grande precede tutti scendendo velocemente gli scalini. Accomodati i piccoli sul piano del carro, si avvia verso la campagna.
Alla periferia della città c’è la fontana con il pilone dove si fermano i carri per abbeverare i cavalli, Marco si avvicina e, mentre la mula beve, riempie il secchio di acqua, che servirà per bere e per rinfrescarsi durante la giornata, e lo attacca sotto il traino. “Possiamo andare”, tira le briglie, fa retrocedere la mula e a passo riprende la via.
Lungo la strada c’è una lunga fila di carri, sono gli ultimi della mattinata, quelli che vanno ai campi vicini al paese, altri si sono avviati molto tempo prima. All’orizzonte incomincia ad apparire il primo chiarore dell’alba. I bimbi un po’ assonnati, sbirciano qua e là. La mula segue il tragitto in modo ordinato e Marco lega le briglie al traino, pronto a riprenderle al momento opportuno. “Salve”, “Deo ‘raz” (Deo gratias) erano i saluti che si scambiavano i contadini quando si incontravano, a cui si rispondeva “Salve” e “Sempr” (sempre), e lungo il tragitto Marco, che conosceva tanti compaesani, spesso salutava o rispondeva ai saluti degli altri.
Raggiunto il campo, Marco aiuta a scendere dal traino i figlioli. Prende dei rami, accende il fuoco e fa accomodare a debita distanza i piccoli, intanto scioglie dai finimenti da traino la mula e la riveste con quelli per l’aratura. Oggi deve arare il campo, non è un’aratura profonda, ma una superficiale, ha portato un aratro senza vomero, ma con una barra che passando in superficie sul terreno lo rende più friabile in modo tale da renderlo meno penetrabile dai raggi del sole e capace di contenere l’umidità sottostante, e nel contempo elimina l’erbetta che soprattutto dopo la pioggia anche in estate riprende a svilupparsi.
Sistemato tutti gli arnesi incomincia a percorrere il campo in tutta la suo lunghezza. Il figliolo più grande prende una zappetta e lo aiuta spostando sotto gli alberi la terra che l’aratro non raggiunge.
I fratellini più piccoli stanno per un po’ di tempo vicino al fuoco, poi incominciano a percorrere il campo, inseguendo lucertole, osservando e tentando di prendere le cicale. Marco per tenerli impegnati, in campagna c’è sempre da fare e per tutti, ordinò loro di raccogliere le pietre e ammucchiarle vicino al viottolo.
I bimbi fecero quel po’ che potettero, trascorsero il tempo tra il gioco e il lavoro.
Intanto nel cielo lentamente si addensavano le nuvole. Marco le osservava con preoccupazione, non promettevano niente di buono, forse si avvicinava un temporale.
La pioggia soprattutto nel mese di luglio è sempre ben accetta, ma spesso si accompagna con la grandine che può distruggere il raccolto. Oggi ci sono anche i bambini e bisogna proteggerli.
Marco si affretta a finire il lavoro, il temporale sembra ancora lontano.
Finito di arare, stacca la mula dall’aratro, le lega al collo la sacca con paglia e biada. Beve, si lava e guarda il cielo, non sembra tanto minaccioso, comunque bisogna far presto, sa bene che in luglio possono esplodere repentinamente i temporali. Potrebbe fermarsi nel campo dove c’è un trullo per ripararsi dalla pioggia, invece valuta che è opportuno rientrare a casa.
Lega la mula al carro e rivolto ai bambini, che si guardano anche loro incerti, “Su salite!” Il primo a salire e il più grandicello, poi afferra per mano i più piccoli e li aiuta a salire sul carro, “State giù e copritevi”e porge loro il suo pastrano.
Si ritorna a casa, ma percorso circa cinquecento metri si rende conto che il temporale viene proprio dal paese e fra poco sarà sul fronte del temporale e già cadono dei goccioloni. È inutile tornare indietro, a pochi passi c’è un piccola cappella votiva, che può contenere a
Ferma il traino, “Giù Rino!”, “Giù Mario!”, “Giù Nico!”. “Abbassate la testa, entrate”, prende dei sacchi che si trovavano sul carro e copre la mula, poveretta è sudata dopo una giornata di lavoro. Si abbassa, l’ingresso è piccolo, ed entra anche lui. L’ambiente è piccolo, ma sono ben coperti.
Appena entrati, scroscia la pioggia associata a chicchi di grandine. Si susseguono lampi e tuoni. I bimbi sono rannicchiati vicino l’altare, Marco vicino l’uscio rassicura i figli e controlla la mula.
Il temporale è stato violento, ma è durato poco. Cade ancora qualche residuo di pioggia, Marco ritiene opportuno riprendere il cammino. Fa salire il figlio più grande e gli offre il suo mantello, poi solleva e poggio sul piano del carro Nico e Mario, “Mettetevi sotto il mantello”. Toglie i sacchi bagnati dalla schiena della mula e sale sul carro, tira le briglie e fa avviare la mula.
Lungo la strada scorrono ruscelli di acqua melmosa, ma sembra che non ci sia più pericolo di pioggia, anzi il cielo incomincia a diventare luminoso e tra le nubi appare un raggio di sole. I bimbi mettono fuori la testolina e sgranano gli occhi quando vendono in cielo un grande arco con tanti colori, Rino esclama: “L’arcobaleno!” Gli altri guardano con meraviglia.
Da lontano scorgono la casa, è già illuminata dal sole.
Dentro c’è Nannina che aspetta i figli con trepidazione. Durante il temporale si era chiusa nella camera da letto perché ha terrore dei fulmini e dei tuoni, ogni tanto si era avvicinata alla finestra per seguire l’evolvere del temporale. Aveva attaccato ai vetri della finestra dei santini, quasi per invitare i santi protettori a osservare e a intervenire in soccorso. La luce, l’arcobaleno incominciavano a rasserenarla, ma i figli…
Marco, appena giunti al paese, porta i figli a casa, li fa scendere dal carro, li avvicina alla scala e li affida al maggiore di loro: “Su andate a casa, io porta la mula alla stalla, vengo presto”. Sale sul carro e riparte.
La mamma è dietro la vetrina dell’uscio, quando vede arrivare i tre figlioli va loro incontro, li abbraccia, sono asciutti, incredula continua a ritoccarli, non sono stati investiti dal temporale.
Mette la pentola sul fuoco, perché fra poco arriverà anche suo marito, intanto toglie ai figli gli abiti intrisi di polvere, li lava, dà loro abiti puliti. I bambini incominciano a raccontare la loro avventura.
Arriva Marco e abbraccia sua moglie, che ora va rasserenandosi.
“Su tutti a tavola, oggi siete stati in campagna e scommetto che avete fame”, tutti si mettono a tavola. Durante il pranzo continuano a raccontare degli alberi, delle cicale, delle lucertole, delle tante pietre raccolte, della grandezza del mucchio che avevano fatto, della pioggia, dei fulmini, dei tuoni.
La mamma desidera che le rimuovano quella che è stata la sua preoccupazione e chiede “Perché non vi siete bagnati?” e all’unisono i due piccini risposero: “Siamo entrati nella casa della Madonna”. Rino e il papà sorridono, la mamma li guarda con occhi lucidi di commozione e in seguito volle che ascoltassero la stessa risposta i nonni e gli zii.
Il solleone era tornato ruggente, tutti erano stanchi per la giornata trascorsa. Il papà si levò da tavola e ordinò a tutti di andare a riposare. Nico e Mario andarono a letto, ma continuarono per lungo tempo a raccontare, finché la stanchezza non li fece assopire.
venerdì 9 dicembre 2011
La letterina di Natale
Era tradizione del paese far scrivere ai bambini una letterina ai propri genitori da leggere durante la cena della vigilia di Natale. La tradizione era condivisa da molte famiglie tanto che la letterina era preparata dagli insegnanti delle scuole elementari statali.
Nell'approssimarsi del Natale nelle varie classi gli alunni erano sollecitati ad acquistare una letterina decorata con i simboli natalizi e il bambinello. Su questa i bambini, aiutati dal maestro, scrivevano un augurio per i genitori relativo alla salute e alla serenità seguito dalla promessa di essere più buoni, poche e semplici parole che nella circostanza sollecitavano una tenera emozione.

La sera della vigilia, il bambino già preso dall'emozione di dover leggere ad un gruppo di adulti, anche se famigliari, inizia le manovre per mettere la letterina sotto il piatto del papà, fino a quando la mamma bandisce la mensa e pone i piatti, allora con la complicità della mamma, inosservato dagli altri, il bimbo pone la letterina sotto il piatto di papà.
Intanto tutti si siedono a tavola, per l'occasione oltre ai genitori e i fratelli, possono esserci altri zii e cugini.
Al cambio dei piatti della prima portata, sollevato il piatto del papà appare la letterina; tutti manifestano meraviglia e attenzione; al figliolo tacca leggere la letterina.
Con vocina tremante per l'emozione legge “miei cari genitori... auguri di buon Natale” tutti applaudono, bravo!... carino!... e si scambiano a loro volta gli auguri. Si riprende la cena, che per l'occasione si prolunga per tutta la serata.
Verso mezzanotte si pone il bambinello nel presepe.
Nell'approssimarsi del Natale nelle varie classi gli alunni erano sollecitati ad acquistare una letterina decorata con i simboli natalizi e il bambinello. Su questa i bambini, aiutati dal maestro, scrivevano un augurio per i genitori relativo alla salute e alla serenità seguito dalla promessa di essere più buoni, poche e semplici parole che nella circostanza sollecitavano una tenera emozione.

La sera della vigilia, il bambino già preso dall'emozione di dover leggere ad un gruppo di adulti, anche se famigliari, inizia le manovre per mettere la letterina sotto il piatto del papà, fino a quando la mamma bandisce la mensa e pone i piatti, allora con la complicità della mamma, inosservato dagli altri, il bimbo pone la letterina sotto il piatto di papà.
Intanto tutti si siedono a tavola, per l'occasione oltre ai genitori e i fratelli, possono esserci altri zii e cugini.
Al cambio dei piatti della prima portata, sollevato il piatto del papà appare la letterina; tutti manifestano meraviglia e attenzione; al figliolo tacca leggere la letterina.
Con vocina tremante per l'emozione legge “miei cari genitori... auguri di buon Natale” tutti applaudono, bravo!... carino!... e si scambiano a loro volta gli auguri. Si riprende la cena, che per l'occasione si prolunga per tutta la serata.
Verso mezzanotte si pone il bambinello nel presepe.
lunedì 3 ottobre 2011
Chi sono
Mi chiamo Giulio Campanale, sono nato quando la Seconda Guerra Mondiale era già finita, ma non era stato espletato il referendum per la nascita della Repubblica Italiana, tuttavia non mi sono mai sentito monarchico
.
É bello star seduto su uno scoglio quando il mare è calmo ed ascoltare il gorgoglio dell'acqua. Mi piace osservare il mare in tempesta con le onde che si infrangono sugli scogli. Ma quando sono in acqua so nuotare come una cozza attaccata ad uno scoglio.
Il cielo mi inebria di infinito, sogno di spaziare tra gli astri. Quando è possibile osservare il cielo stellato, mi soffermo su la più piccola stella, e penso: “dista milioni di anni luce, quanto tempo impiegherei per raggiungerla?”. Vorrei volare, ma non ho fatto un viaggio in aereo e forse non lo farò mai.
Il mare e il cielo sono meravigliosi, ma io, uomo di terra, su questa mi trovo a mio agio: in questa metto i semi e col tempo vedo i germogli, le piante e i frutti. Sulla terra cammino, da giovane correvo, riuscendo a superare ostacoli imprevisti. I verdi prati attirano il mio interesse, gli alberi in fiore alimentano la speranza di un buon futuro, la raccolta dei frutti mi fa felice. La natura, che cambia col trascorrere delle stagioni, si arricchisce di colori e di suoni, mi coinvolge e mi trascina nella vita.
Gli eventi della vita mi hanno condotto ad esercitare una professione molto importante, quella di docente nel liceo: essere vicino a dei giovani che nella loro adolescenza vogliono distaccarsi dal mondo adulto e sentirsi autonomi, hanno bisogno di aiuto ma spesso si rifiutano di ascoltare. Con decisione, ma con il massimo rispetto ho fatto percorrere gli eventi e i problemi dell'umanità per permettere loro di intraprendere il presente, per facilitare il loro orientamento. Non mi illudo che tutti abbiano reagito in modo positivo alle varie sollecitazioni, ma spero che il tempo speso per loro non sia stato vano.
.É bello star seduto su uno scoglio quando il mare è calmo ed ascoltare il gorgoglio dell'acqua. Mi piace osservare il mare in tempesta con le onde che si infrangono sugli scogli. Ma quando sono in acqua so nuotare come una cozza attaccata ad uno scoglio.
Il cielo mi inebria di infinito, sogno di spaziare tra gli astri. Quando è possibile osservare il cielo stellato, mi soffermo su la più piccola stella, e penso: “dista milioni di anni luce, quanto tempo impiegherei per raggiungerla?”. Vorrei volare, ma non ho fatto un viaggio in aereo e forse non lo farò mai.
Il mare e il cielo sono meravigliosi, ma io, uomo di terra, su questa mi trovo a mio agio: in questa metto i semi e col tempo vedo i germogli, le piante e i frutti. Sulla terra cammino, da giovane correvo, riuscendo a superare ostacoli imprevisti. I verdi prati attirano il mio interesse, gli alberi in fiore alimentano la speranza di un buon futuro, la raccolta dei frutti mi fa felice. La natura, che cambia col trascorrere delle stagioni, si arricchisce di colori e di suoni, mi coinvolge e mi trascina nella vita.
Gli eventi della vita mi hanno condotto ad esercitare una professione molto importante, quella di docente nel liceo: essere vicino a dei giovani che nella loro adolescenza vogliono distaccarsi dal mondo adulto e sentirsi autonomi, hanno bisogno di aiuto ma spesso si rifiutano di ascoltare. Con decisione, ma con il massimo rispetto ho fatto percorrere gli eventi e i problemi dell'umanità per permettere loro di intraprendere il presente, per facilitare il loro orientamento. Non mi illudo che tutti abbiano reagito in modo positivo alle varie sollecitazioni, ma spero che il tempo speso per loro non sia stato vano.
sabato 23 luglio 2011
Il prof. Mario va in pensione
Anche per il prof. Mario è giunta l’ora della pensione di vecchiaia, e subito alcune considerazioni si impongono alla sua riflessione.
1. “Ogni essere che ha inizio ha necessariamente una fine.” È una realistica osservazione esistenziale a cui c’è poco da aggiungere.
2. Ogni esistente chiuso in se stesso non trova alcun senso di sé e degli altri, poiché non esiste un individuo che si sia fatto da sé e che possa vivere chiuso in se stesso, dal momento che è stato generato da altri, è cresciuto e si è formato in relazione agli altri; l’esistente acquista senso solo in relazione agli altri.
“Missione compiuta.” Almeno questo compito che la società gli aveva affidato, è stato portato a termine. Ogni individuo, tramite il suo lavoro, svolge un ruolo nella società, anche chi, egoisticamente parlando, dice di svolgere un’attività per affermare se stesso, in realtà la sua attività si riversa nel bene o nel male sulla società.
A Mario è capitato di svolgere un lavoro di rilevanza sociale e di grande responsabilità, quello di stare vicino a dei giovani nella loro formazione liceale e di avviarli allo studio della storia e della filosofia.
Ora ritiene di aver profuso il suo impegno per sviluppare le capacità critiche dei giovani tramite i programmi curricolari, rispettando le varie individualità e sollecitando la ricerca e la riflessione personale.
Non tutti i giovani, condizionati da varie situazioni ambientali o coinvolti da altri interessi, hanno colto questa opportunità della loro vita. Non si può presumere che ogni nostra volontà possa realizzarsi. Ogni individuo riflette gli aspetti della vita che maggiormente lo avvincono: dovere di ciascuno è quello di operare per il meglio.
3. I problemi dell’istituzione scolastica sono tanti e meritano un’attenta analisi e un’adeguata soluzione.
Mario, per i principi filosofici, psicologici e didattici che aveva acquisito durante la sua preparazione all’insegnamento sognava una scuola più libera, più creativa, più coinvolgente e iniziò con tanto entusiasmo in previsione della riforma della scuola, invece termina la sua carriera con una legge che propone un riordino dei cicli scolastici, che sostanzialmente non modifica né i programmi, né l’organizzazione, né le strutture.
Sperando in un futuro migliore, Mario ringrazia i colleghi e gli studenti con cui ha condiviso questo tratto del percorso della sua vita.
1. “Ogni essere che ha inizio ha necessariamente una fine.” È una realistica osservazione esistenziale a cui c’è poco da aggiungere.
2. Ogni esistente chiuso in se stesso non trova alcun senso di sé e degli altri, poiché non esiste un individuo che si sia fatto da sé e che possa vivere chiuso in se stesso, dal momento che è stato generato da altri, è cresciuto e si è formato in relazione agli altri; l’esistente acquista senso solo in relazione agli altri.
“Missione compiuta.” Almeno questo compito che la società gli aveva affidato, è stato portato a termine. Ogni individuo, tramite il suo lavoro, svolge un ruolo nella società, anche chi, egoisticamente parlando, dice di svolgere un’attività per affermare se stesso, in realtà la sua attività si riversa nel bene o nel male sulla società.
A Mario è capitato di svolgere un lavoro di rilevanza sociale e di grande responsabilità, quello di stare vicino a dei giovani nella loro formazione liceale e di avviarli allo studio della storia e della filosofia.
Ora ritiene di aver profuso il suo impegno per sviluppare le capacità critiche dei giovani tramite i programmi curricolari, rispettando le varie individualità e sollecitando la ricerca e la riflessione personale.
Non tutti i giovani, condizionati da varie situazioni ambientali o coinvolti da altri interessi, hanno colto questa opportunità della loro vita. Non si può presumere che ogni nostra volontà possa realizzarsi. Ogni individuo riflette gli aspetti della vita che maggiormente lo avvincono: dovere di ciascuno è quello di operare per il meglio.
3. I problemi dell’istituzione scolastica sono tanti e meritano un’attenta analisi e un’adeguata soluzione.
Mario, per i principi filosofici, psicologici e didattici che aveva acquisito durante la sua preparazione all’insegnamento sognava una scuola più libera, più creativa, più coinvolgente e iniziò con tanto entusiasmo in previsione della riforma della scuola, invece termina la sua carriera con una legge che propone un riordino dei cicli scolastici, che sostanzialmente non modifica né i programmi, né l’organizzazione, né le strutture.
Sperando in un futuro migliore, Mario ringrazia i colleghi e gli studenti con cui ha condiviso questo tratto del percorso della sua vita.
mercoledì 15 dicembre 2010
Compagni di scuola
Sono trascorsi i primi due anni scolastici, il fratellino Nicola frequenta la prima classe della scuola media.
Mario ha stretto amicizia con i compagni di scuola, soprattutto con quelli che abitano nelle vicinanze della propria dimora, con questi ha stabilito un piano per andare insieme a scuola.
Mario abita più lontano degli altri quindi è il primo a uscire di casa, solo alcune volte si incontra con Pinuccio, che abita a due passi da casa ma questi spesso è accompagnato dai familiari. Deve percorrere circa cento metri, andare verso la fontanina di quartiere, per chiamare Vincenzo, che spesso non è ancora pronto. Entra nella casa di questi, e deve ascoltare le ultime raccomandazioni della madre mentre gli indossa il grembiule o gli ravvia i capelli. Insieme devono percorrere un buon tratto di strada, per raggiungere Loris, un altro compagno di classe. Anche Loris spesso non è pronto, non ha neppure fatto colazione, e bisogna attendere, tuttavia l’attesa non è noiosa perché la mamma, mentre il figlio beve il latte, fa pulizia di alcune gabbie di canarini che alleva in casa, Mario guarda con puerile attenzione soprattutto quando nelle gabbie ci sono i nidi con i canarini ancora impiumi. Ora sono in tre e si avviano speditamente verso la scuola perché è quasi ora del suono della campanella. Le strade erano frequentate da tanti bambini e solo alcuni di prima o seconda elementare erano accompagnati dai genitori. Per le strade non c’era traffico di auto (all’epoca nel paese c’erano pochissime autovetture) né di carri, perché alle otto i contadini già lavoravano da tempo nei campi; solo raramente circolava qualche carro che procedeva con estrema prudenza soprattutto sulle strade frequentate dai bambini.
C’era una grande intesa tra i compagni di scuola, erano diventati una squadra. In classe erano attenti alle parole e agli insegnamenti del maestro e fuori c’era una coesione di intenti, pronti a soccorrersi l’uno con l’altro.
Quando si marciava lungo il corridoio della scuola e si incontrava un’altra classe il capo squadra dava l’ordine “passo!” e tutti segnavano il passo con forza quasi per sottolineare la compattezza della squadra.L’ultimo giorno di scuola segnò la fine della vita del gruppo, molti intrapresero un lavoro, altri seguirono scuole diverse, ma non è venuto meno quel legame che ci tenne uniti per cinque anni della nostra fanciullezza, e ancora oggi, quando ci si incontra con quei pochi, che sono rimasti in paese riemerge quella simpatia che ci legò in quegli anni.
Mario ha stretto amicizia con i compagni di scuola, soprattutto con quelli che abitano nelle vicinanze della propria dimora, con questi ha stabilito un piano per andare insieme a scuola.
Mario abita più lontano degli altri quindi è il primo a uscire di casa, solo alcune volte si incontra con Pinuccio, che abita a due passi da casa ma questi spesso è accompagnato dai familiari. Deve percorrere circa cento metri, andare verso la fontanina di quartiere, per chiamare Vincenzo, che spesso non è ancora pronto. Entra nella casa di questi, e deve ascoltare le ultime raccomandazioni della madre mentre gli indossa il grembiule o gli ravvia i capelli. Insieme devono percorrere un buon tratto di strada, per raggiungere Loris, un altro compagno di classe. Anche Loris spesso non è pronto, non ha neppure fatto colazione, e bisogna attendere, tuttavia l’attesa non è noiosa perché la mamma, mentre il figlio beve il latte, fa pulizia di alcune gabbie di canarini che alleva in casa, Mario guarda con puerile attenzione soprattutto quando nelle gabbie ci sono i nidi con i canarini ancora impiumi. Ora sono in tre e si avviano speditamente verso la scuola perché è quasi ora del suono della campanella. Le strade erano frequentate da tanti bambini e solo alcuni di prima o seconda elementare erano accompagnati dai genitori. Per le strade non c’era traffico di auto (all’epoca nel paese c’erano pochissime autovetture) né di carri, perché alle otto i contadini già lavoravano da tempo nei campi; solo raramente circolava qualche carro che procedeva con estrema prudenza soprattutto sulle strade frequentate dai bambini.

C’era una grande intesa tra i compagni di scuola, erano diventati una squadra. In classe erano attenti alle parole e agli insegnamenti del maestro e fuori c’era una coesione di intenti, pronti a soccorrersi l’uno con l’altro.
Quando si marciava lungo il corridoio della scuola e si incontrava un’altra classe il capo squadra dava l’ordine “passo!” e tutti segnavano il passo con forza quasi per sottolineare la compattezza della squadra.L’ultimo giorno di scuola segnò la fine della vita del gruppo, molti intrapresero un lavoro, altri seguirono scuole diverse, ma non è venuto meno quel legame che ci tenne uniti per cinque anni della nostra fanciullezza, e ancora oggi, quando ci si incontra con quei pochi, che sono rimasti in paese riemerge quella simpatia che ci legò in quegli anni.
giovedì 11 novembre 2010
E stanno a guardare
Ogni volta che Mario partiva dalla casa paterna, per andare a lavorare in Lombardia, viveva un piccolo dramma, non solo perché si allontanava dagli amici e dai luoghi a lui familiari, ma soprattutto perché doveva allontanarsi dai suoi anziani genitori, che nei loro progetti avevano riposto nel figlio la loro speranza di aiuto e sostegno.
Dopo i saluti, mentre Mario saliva in macchina e partiva, loro uscivano sul balcone e appoggiati alla ringhiera seguivano il figlio che si allontanava, avrebbero voluto trattenerlo, ma non volevano ostacolargli il percorso della sua vita.
Mario, che aveva messo su famiglia e doveva riprendere il lavoro, volgendo l’ultimo sguardo, li vedeva lì fermi, e si ripeteva “stanno a guardare”, sintetizzando così i propri sentimenti e quelli dei suoi in questo distacco, che faceva fatica ad esplicare.
Dopo i saluti, mentre Mario saliva in macchina e partiva, loro uscivano sul balcone e appoggiati alla ringhiera seguivano il figlio che si allontanava, avrebbero voluto trattenerlo, ma non volevano ostacolargli il percorso della sua vita.
Mario, che aveva messo su famiglia e doveva riprendere il lavoro, volgendo l’ultimo sguardo, li vedeva lì fermi, e si ripeteva “stanno a guardare”, sintetizzando così i propri sentimenti e quelli dei suoi in questo distacco, che faceva fatica ad esplicare.
giovedì 9 settembre 2010
Il maestro

Quando incontri una persona, questa ti lascia un segno per tutta la vita.
Mario ebbe la fortuna di incontrare un maestro, Vincenzo Iurilli, che con serena autorevolezza, lo ha guidato per ben cinque anni, l’intero corso dell’educazione elementare, e ancora oggi lo ricorda con affetto.
Ogni giorno all’ingresso della scuola prelevava gli alunni della propria classe e li conduceva in classe, la sua prima premura era la cura dell’ordine e dell’igiene della persona.
Con un eloquio semplice dialogava con i bambini mentre insegnava loro i rudimenti del linguaggio e delle varie scienze.
Non mancavano dei momenti di apparente severità, anche con delle bacchettate sulla palma della mano, ma sempre con oculata attenzione.
Con tanta gentilezza e pazienza guidava i bambini alla scrittura e alla lettura e, pur in un ambiente rigido con banchi uniti neri e cattedra oscura, il maestro era quasi sempre in piedi e tra i banchi vicino ai bambini, soprattutto presso coloro che avevano più bisogno di aiuto.
Il suo metodo era ispirato ad una scuola attiva, sono ancora vive in Mario le esperienze che il maestro sollecitava per far conoscere la storia del paese e le attività della vita quotidiana.
Divideva la classe in gruppi, secondo la prossimità delle residenze, per la visita delle varie botteghe artigianali.
“Damani dovete andare da un ciabattino, portate carta e penna, prendete nota dei prodotti che fa, come opera e fatevi descrivere gli arnesi che adopera, raccomando la massima educazione”
Lo stesso ordine e raccomandazione si ripeteva ogni settimana per andare al fabbro, al falegname, al sarto, allo stagnino…
“Questa volta dovete andare al comune, dall’impiegato che sta all’ingresso fatevi guidare ai vari uffici, prendete nota di tutto, massima educazione.”
Il maestro ritenne opportuno che i ragazzi fossero informati anche sui trasporti pubblici, anche questa volta divise gli scolari in due gruppi, uno doveva in formarsi delle linee automobilistiche e dei relativi costi, uno doveva andare alla stazione.
Gli elenchi e le annotazioni degli scolari erano letti e commentati in classe con attiva partecipazione di tutti.
L’ultimo giorno di scuola, a buon ragione, salutò con commozione e con alcune lacrime agli occhi, mal celate, quei bambini a lui affidati che erano diventata una squadra di amici solidali e porteranno per tutta la vita il segno del loro maestro.
Mario ebbe la fortuna di incontrare un maestro, Vincenzo Iurilli, che con serena autorevolezza, lo ha guidato per ben cinque anni, l’intero corso dell’educazione elementare, e ancora oggi lo ricorda con affetto.
Ogni giorno all’ingresso della scuola prelevava gli alunni della propria classe e li conduceva in classe, la sua prima premura era la cura dell’ordine e dell’igiene della persona.
Con un eloquio semplice dialogava con i bambini mentre insegnava loro i rudimenti del linguaggio e delle varie scienze.
Non mancavano dei momenti di apparente severità, anche con delle bacchettate sulla palma della mano, ma sempre con oculata attenzione.
Con tanta gentilezza e pazienza guidava i bambini alla scrittura e alla lettura e, pur in un ambiente rigido con banchi uniti neri e cattedra oscura, il maestro era quasi sempre in piedi e tra i banchi vicino ai bambini, soprattutto presso coloro che avevano più bisogno di aiuto.
Il suo metodo era ispirato ad una scuola attiva, sono ancora vive in Mario le esperienze che il maestro sollecitava per far conoscere la storia del paese e le attività della vita quotidiana.
Divideva la classe in gruppi, secondo la prossimità delle residenze, per la visita delle varie botteghe artigianali.
“Damani dovete andare da un ciabattino, portate carta e penna, prendete nota dei prodotti che fa, come opera e fatevi descrivere gli arnesi che adopera, raccomando la massima educazione”
Lo stesso ordine e raccomandazione si ripeteva ogni settimana per andare al fabbro, al falegname, al sarto, allo stagnino…
“Questa volta dovete andare al comune, dall’impiegato che sta all’ingresso fatevi guidare ai vari uffici, prendete nota di tutto, massima educazione.”
Il maestro ritenne opportuno che i ragazzi fossero informati anche sui trasporti pubblici, anche questa volta divise gli scolari in due gruppi, uno doveva in formarsi delle linee automobilistiche e dei relativi costi, uno doveva andare alla stazione.
Gli elenchi e le annotazioni degli scolari erano letti e commentati in classe con attiva partecipazione di tutti.
L’ultimo giorno di scuola, a buon ragione, salutò con commozione e con alcune lacrime agli occhi, mal celate, quei bambini a lui affidati che erano diventata una squadra di amici solidali e porteranno per tutta la vita il segno del loro maestro.
La scuola elementare
Il piccolo Mario ogni mattina, con Nicola, il fratellino più grande di poco più di due anni, si recano a scuola. Di solito arrivano qualche minuto prima del suono della campanella; mentre si avvicinano all’ingresso cercano tra tanti bambini i volti dei propri compagni di classe a cui si aggregano formando dei piccoli gruppi. Iniziano a raccontarsi, con le loro vocine, gli eventi vissuti a scuola e ricordano gli impegni di scuola del giorno precedente e quelli da affrontare il giorno corrente.
Al suono della campanella si affrettano a percorrere la rampa di ingresso, sul grande ingresso i due fratellini si salutano, si ritroveranno all’uscita vicino la fontana per tornare insieme, come la mamma ha loro raccomandato.
In classe Mario va al posto assegnato e qui incomincia parlare con l’amico di banco e con i vicini fin tanto che non arriva il maestro, che spesso è già sull’uscio dell’aula e comunque non si fa attendere tanto.
In piedi dice il caposquadra e i bambini, fuori dai banchi sull’attenti salutano il maestro, che sale sulla cattedra ricambia il saluto e invita a sedersi, casa che prontamente i bimbi fanno.
Prima di cominciare la lezione, i bambini sono invitati ad uscire dai banchi e il maestro controlla la pulizia e l’ordine del grembiule e l’igiene dei bambini stessi: controlla la pulizia delle mani, il viso e il collo, se i capelli sono ben pettinati e puliti, all’epoca c’era il rischio della presenza dei pidocchi. Il maestro era attento all’igiene e puniva con bacchettate sulle mani chi non era pulito, oltre all’immediato invito alle famiglie di curare l’igiene dei ragazzi. In autunno e in inverno non emergevano inadempienze importanti, ma in primavera, quando molti bambini prima di entrare a scuola giocava sulla piazzetta antistante la scuola o sulla grande gradinata, il m
aestro doveva richiamare diversi bimbi che avevano il grembiulino nero speso intriso di polvere, il colletto bianco e il fiocco azzurro tutto in disordine.
Mario, per le continue premure e raccomandazione della madre, riusciva a presentarsi in ordine e pulito, ma una volta è toccato anche a lui essere bacchettato perché prima della lezione con il compagno di banco aveva scosso il banco facendo travasare l’inchiostro e quindi si erano insudiciate le mani.
Incomincia la lezione, vediamo se avete svolto i compiti a casa; aprite il quaderno sul banco, passa il maestro tra i banchi, osserva: “bene!” “ Vediamo, Bene anche tu…”, “e il tuo quaderno?”, “l’ho dimenticato a casa…” “bene…” “bene...” “perché non hai fatto gli esercizi?” “Ieri è andata via la luce…” (non era raro, soprattutto d’inverso che s’interrompesse la corrente elettrica)
“Prendete il testo di lettura, leggiamo a pagina…”
“Prendete il sussidiario, impariamo l’addizione…”
“Prendete il quaderno, oggi facciamo esercizio di dettato…”
“Prendete il sussidiario, impariamo la formazione del plurale…”
“Vediamo la cartina, dove si trova Ruvo di Puglia? quali sono le province della Puglia?”
“Impariamo la poesia ‘La rondinella’…”
I bimbi memorizzano, imparano ad usare l’italiano, per molti che parlano in famiglia il dialetto, è una nuova lingua. Con tanta delicatezza e pazienza il maestro segue l’apprendimento dei bimbi, che socializzano tra loro per l’istintiva voglia di aggregarsi e socializzare; l’acquisizione di un linguaggio comune permette loro di comunicare tra loro i propri sentimenti e le prime conoscenze.
Mario, uscito dal nido familiare, incomincia a far parte di una comunità più grande, acquisisce il linguaggio che gli permetterà di comunicare con tanti cittadini, apprende gli elementi fondamentali delle conoscenze necessarie per la vita quotidiana. Intanto si guarda intorno e, con curiosità, osserva il mondo che lo circonda.
Al suono della campanella si affrettano a percorrere la rampa di ingresso, sul grande ingresso i due fratellini si salutano, si ritroveranno all’uscita vicino la fontana per tornare insieme, come la mamma ha loro raccomandato.
In classe Mario va al posto assegnato e qui incomincia parlare con l’amico di banco e con i vicini fin tanto che non arriva il maestro, che spesso è già sull’uscio dell’aula e comunque non si fa attendere tanto.
In piedi dice il caposquadra e i bambini, fuori dai banchi sull’attenti salutano il maestro, che sale sulla cattedra ricambia il saluto e invita a sedersi, casa che prontamente i bimbi fanno.
Prima di cominciare la lezione, i bambini sono invitati ad uscire dai banchi e il maestro controlla la pulizia e l’ordine del grembiule e l’igiene dei bambini stessi: controlla la pulizia delle mani, il viso e il collo, se i capelli sono ben pettinati e puliti, all’epoca c’era il rischio della presenza dei pidocchi. Il maestro era attento all’igiene e puniva con bacchettate sulle mani chi non era pulito, oltre all’immediato invito alle famiglie di curare l’igiene dei ragazzi. In autunno e in inverno non emergevano inadempienze importanti, ma in primavera, quando molti bambini prima di entrare a scuola giocava sulla piazzetta antistante la scuola o sulla grande gradinata, il m
aestro doveva richiamare diversi bimbi che avevano il grembiulino nero speso intriso di polvere, il colletto bianco e il fiocco azzurro tutto in disordine.Mario, per le continue premure e raccomandazione della madre, riusciva a presentarsi in ordine e pulito, ma una volta è toccato anche a lui essere bacchettato perché prima della lezione con il compagno di banco aveva scosso il banco facendo travasare l’inchiostro e quindi si erano insudiciate le mani.
Incomincia la lezione, vediamo se avete svolto i compiti a casa; aprite il quaderno sul banco, passa il maestro tra i banchi, osserva: “bene!” “ Vediamo, Bene anche tu…”, “e il tuo quaderno?”, “l’ho dimenticato a casa…” “bene…” “bene...” “perché non hai fatto gli esercizi?” “Ieri è andata via la luce…” (non era raro, soprattutto d’inverso che s’interrompesse la corrente elettrica)
“Prendete il testo di lettura, leggiamo a pagina…”
“Prendete il sussidiario, impariamo l’addizione…”
“Prendete il quaderno, oggi facciamo esercizio di dettato…”
“Prendete il sussidiario, impariamo la formazione del plurale…”
“Vediamo la cartina, dove si trova Ruvo di Puglia? quali sono le province della Puglia?”
“Impariamo la poesia ‘La rondinella’…”
I bimbi memorizzano, imparano ad usare l’italiano, per molti che parlano in famiglia il dialetto, è una nuova lingua. Con tanta delicatezza e pazienza il maestro segue l’apprendimento dei bimbi, che socializzano tra loro per l’istintiva voglia di aggregarsi e socializzare; l’acquisizione di un linguaggio comune permette loro di comunicare tra loro i propri sentimenti e le prime conoscenze.
Mario, uscito dal nido familiare, incomincia a far parte di una comunità più grande, acquisisce il linguaggio che gli permetterà di comunicare con tanti cittadini, apprende gli elementi fondamentali delle conoscenze necessarie per la vita quotidiana. Intanto si guarda intorno e, con curiosità, osserva il mondo che lo circonda.
mercoledì 21 luglio 2010
A Elvira
Ho visto un corteo variopinto
di fanciulle silenziose,
a passi lenti,
con occhi tumidi di lacrime.
È morto l’amore
_ sussurravano _
si è fermato il cuore
di una quindicenne
di fanciulle silenziose,
a passi lenti,
con occhi tumidi di lacrime.
È morto l’amore
_ sussurravano _
si è fermato il cuore
di una quindicenne
lunedì 19 luglio 2010
IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA
Mario ha compiuto sei anni e come tutti i bambini è iscritto alle scuole elementari.
Il primo ottobre, con la manina stretta nella mano della mamma è condotto a scuola. Per la prima volta si trova con tanti bambini vestiti con il grembiule nero, il colletto bianco legato da un fiocco azzurro e con una ben visibile “I” ricamata dalla mamma sul grembiulino.
Al suono della campanella tutti si accalcano sul grande ingresso della scuola: gli scolari delle classi superiori già conoscono il loro maestro, che li raggruppa facendoli mettere su tre file e li conduce nelle aule; i primini vengono fatti entrare con i genitori nella grande palestra dove sono stati predisposti con delle panche dei recinti. Qui i maestri con gli elenchi degli scolari che sono stati loro affidati, ad alta voce fanno l’appello dei bambini e questi con titubanza, sollecitati dalle mamme, dopo uno stretto abbraccio entrano nei recinti. Il maestro, raccolti i propri scolaretti, li guida nella classe a loro
assegnata.
Mario, un po’ frastornato dalla confusione, vede allontanarsi la mamma, ed, entrato nell’aula tappezzata da tanti quadretti, ferma lo sguardo su l’unico adulto che è rimasto con loro, è il maestro.
Vincenzo Iurilli è un giovane maestro che con tanto impegno e con tanto serenità seguirà per cinque anni i bambini a lui affidati. Assegna a ciascuno il proprio banco, quindi aiuta i bambini a familiarizzare tra loro.
Questi seduti a due a due sui neri banchi di legno, sono attratti dai fori dove saranno posti i calamai e riempiti quotidianamente d’inchiostro dai bidelli. Sui muri sono attaccate tante riproduzioni di oggetti di uso quotidiano con le lettere dell’alfabeto, che in seguito i bambini impareranno a riconoscere.
Il maestro fa ripetere ai bambini il loro nome e quello di mamma e papà, intanto incomincia a ricordare gli oggetti che devono portare il giorno seguente: la matita e la penna nell’astuccio e l’asciugapennino, il quaderno e la carta assorbente. “Domani saranno messi i calamai con l’inchiostro, state attenti a non sporcarvi le mani”, “dovete essere sempre puliti ”.
Quindi racconta una favola e prova a farla ripetere ad alcuni bambini, molti parlano correttamente in italiano, tanti parlano in dialetto e il maestro li sostiene nel racconto.
Oggi è il primo giorno, il tempo trascorre velocemente; tuttavia il suono della campanella fa esultare i bambini, che fremono per andare incontro alle proprie mamme a raccontare questa prima loro avventura. “Piano, piano bambini! Mettetevi in fila così! Voi qua, voi dietro, in fila per tre! Avanti piano” all’ingresso ci sono i genitori o i fratelli maggiori ad attendere, “ricordate cosa dovete portare per domani, attenzione per la strada soprattutto voi che andate con i fratellini, buongiorno”. “Buongiorno” gridano i bambini e si dileguano, come tanti pulcini uscita dalla gabbia.
Il primo ottobre, con la manina stretta nella mano della mamma è condotto a scuola. Per la prima volta si trova con tanti bambini vestiti con il grembiule nero, il colletto bianco legato da un fiocco azzurro e con una ben visibile “I” ricamata dalla mamma sul grembiulino.
Al suono della campanella tutti si accalcano sul grande ingresso della scuola: gli scolari delle classi superiori già conoscono il loro maestro, che li raggruppa facendoli mettere su tre file e li conduce nelle aule; i primini vengono fatti entrare con i genitori nella grande palestra dove sono stati predisposti con delle panche dei recinti. Qui i maestri con gli elenchi degli scolari che sono stati loro affidati, ad alta voce fanno l’appello dei bambini e questi con titubanza, sollecitati dalle mamme, dopo uno stretto abbraccio entrano nei recinti. Il maestro, raccolti i propri scolaretti, li guida nella classe a loro
assegnata.Mario, un po’ frastornato dalla confusione, vede allontanarsi la mamma, ed, entrato nell’aula tappezzata da tanti quadretti, ferma lo sguardo su l’unico adulto che è rimasto con loro, è il maestro.
Vincenzo Iurilli è un giovane maestro che con tanto impegno e con tanto serenità seguirà per cinque anni i bambini a lui affidati. Assegna a ciascuno il proprio banco, quindi aiuta i bambini a familiarizzare tra loro.
Questi seduti a due a due sui neri banchi di legno, sono attratti dai fori dove saranno posti i calamai e riempiti quotidianamente d’inchiostro dai bidelli. Sui muri sono attaccate tante riproduzioni di oggetti di uso quotidiano con le lettere dell’alfabeto, che in seguito i bambini impareranno a riconoscere.
Il maestro fa ripetere ai bambini il loro nome e quello di mamma e papà, intanto incomincia a ricordare gli oggetti che devono portare il giorno seguente: la matita e la penna nell’astuccio e l’asciugapennino, il quaderno e la carta assorbente. “Domani saranno messi i calamai con l’inchiostro, state attenti a non sporcarvi le mani”, “dovete essere sempre puliti ”.
Quindi racconta una favola e prova a farla ripetere ad alcuni bambini, molti parlano correttamente in italiano, tanti parlano in dialetto e il maestro li sostiene nel racconto.
Oggi è il primo giorno, il tempo trascorre velocemente; tuttavia il suono della campanella fa esultare i bambini, che fremono per andare incontro alle proprie mamme a raccontare questa prima loro avventura. “Piano, piano bambini! Mettetevi in fila così! Voi qua, voi dietro, in fila per tre! Avanti piano” all’ingresso ci sono i genitori o i fratelli maggiori ad attendere, “ricordate cosa dovete portare per domani, attenzione per la strada soprattutto voi che andate con i fratellini, buongiorno”. “Buongiorno” gridano i bambini e si dileguano, come tanti pulcini uscita dalla gabbia.
giovedì 20 maggio 2010
Carta penna e calamaio - Atto primo
- Bimbi attenti, non urtate i banchi perché i calamai sono stati riempiti dal bidello. - Prendete la penna e il quaderno. - Bagnate la punta del pennino nell’inchiostro e lentamente tracciate una lineetta nel primo quadrato del quaderno. - Guardate come dovete tenere la penna… si così. - Tracciate la linea con leggerezza altrimenti l’inchiostro cade tutto sul foglio. - Oh, no, vedete che macchia si è fatta sul foglio, immergete solo la punta del pennino nel calamaio, e tracciate con leggerezza sul foglio. – Bene così – Bene! - Continuate negli altri quadretti per tutto il primo rigo.
I bimbi in silenzio con grande impegno tracciavano le aste, come il maestro aveva ordinato. Ad un tratto un pianto. – Cosa è successo! Si è sporcato il quaderno dice un bambino. – Non piangere, rassicura il maestro, prendi la carta assorbente poggiala sulla pagina e con attenzione sollevala. - Ecco così; - Un momento che si asciughi e poi continua a tracciare le altre aste, stai attento a non fare altre macchie.
- Avete completato il primo rigo? - Passate al secondo.
- Avete completato tutti? Ora basta, pulite il pennino, mettete la penna nella scatoletta; completerete la pagina a casa. Ora vi racconto una favola, attenti!
I bimbi in silenzio con grande impegno tracciavano le aste, come il maestro aveva ordinato. Ad un tratto un pianto. – Cosa è successo! Si è sporcato il quaderno dice un bambino. – Non piangere, rassicura il maestro, prendi la carta assorbente poggiala sulla pagina e con attenzione sollevala. - Ecco così; - Un momento che si asciughi e poi continua a tracciare le altre aste, stai attento a non fare altre macchie.
- Avete completato il primo rigo? - Passate al secondo.
- Avete completato tutti? Ora basta, pulite il pennino, mettete la penna nella scatoletta; completerete la pagina a casa. Ora vi racconto una favola, attenti!
martedì 11 maggio 2010
Carta penna e calamaio - Atto secondo
- Prendete quaderno e penna. – Oggi scriveremo la ‘o’; - nei quadratini della prima riga del quaderno segnate un tondino. - Attenzione! senza uscire dai margini. - Tenete la penna in modo leggero. - Avanti, scrivete.
- Piano, non macchiate il quaderno. - Bene, così.
- Maestro ho completato il rigo. - Bene, lasciate un rigo, ripetete al terzo rigo. Un quadratino si, uno no, avanti!
- Basta, completerete la pagina nello stesso modo, a casa.
Il maestro prende una lunga asta di legno e richiama l’attenzione dei bambini sui quadretti esposti sul muro, alle sue spalle. Sono riprodotti tanti aggetti comuni, con i loro nomi scritti in corsivo e stampatello. Il maestro invita i bambini a dire il nome degli oggetti, intanto con l’asta indica la lettera iniziale dei nomi.
Casa, Albero, Imbuto, Gnomo, Rosa, Zappa…
- Piano, non macchiate il quaderno. - Bene, così.
- Maestro ho completato il rigo. - Bene, lasciate un rigo, ripetete al terzo rigo. Un quadratino si, uno no, avanti!
- Basta, completerete la pagina nello stesso modo, a casa.
Il maestro prende una lunga asta di legno e richiama l’attenzione dei bambini sui quadretti esposti sul muro, alle sue spalle. Sono riprodotti tanti aggetti comuni, con i loro nomi scritti in corsivo e stampatello. Il maestro invita i bambini a dire il nome degli oggetti, intanto con l’asta indica la lettera iniziale dei nomi.
Casa, Albero, Imbuto, Gnomo, Rosa, Zappa…
lunedì 19 aprile 2010
Carta penna e calamaio - Atto terzo
- Buongiorno bambini. State a posto in ordine. - Raccomando la massima pulizia, dovete conservare il grembiulino sempre pulito; - su le mani, anche le mani devono essere ben lavate. - E i capelli ben pettinati e puliti - Attenzione a qualche animaletto. - Da domani prima di iniziare la lezione, controllerò se siete ben puliti. - Michele, non hai ben allacciato il fiocco. - Mauro, dove hai poggiato le mani. - Attenzione, l’igiene è molto importante per stare bene in solute vostra e degli altri.
- Riprendiamo gli esercizi di scrittura. - Prendete dalla cartella il quaderno e la penna. - Oggi faremo una cornicetta alla pagina del quaderno; vedete, così, una lineetta in un quadratino e tre foglie, ciascuna in un quadratino, ecco così come ho disegnato sulla lavagna.- Va bene, piano, con la mano leggera, senza macchiare il foglio, continuate sulle prime due linee.
- Fate attenzione non dovete uscire dai margini. - Maestro ho messo la lineetta in un altro quadratino. - Vediamo, cerchiamo di sistemare, così; fai attenzione non sbagliare più. - Chi ha terminato la parte superiore della pagina deve continuare ripetendo i disegni sotto il primo della riga superiore, così. - Poi continuerete facendo i disegnini sotto l’ultimo della parte superiore, infine unirete le due colonne con una riga inferiore.
I bambini con grande attenzione eseguono il compito loro attribuito.
- Oggi, bambini, andremo in palestra. – Su, la prima fila qui davanti a me, la seconda fila accanto alla prima, la terza accanto alla seconda. - Pietro tu sei più alto, mettiti dietro, i più bassi avanti. - Sollevate il braccio destro, questo, e poggiatelo sulla spalla di chi vi sta avanti, questa è la distanza che dovete tenere quando si commina. - Andiamo in palestra!
- Riprendiamo gli esercizi di scrittura. - Prendete dalla cartella il quaderno e la penna. - Oggi faremo una cornicetta alla pagina del quaderno; vedete, così, una lineetta in un quadratino e tre foglie, ciascuna in un quadratino, ecco così come ho disegnato sulla lavagna.- Va bene, piano, con la mano leggera, senza macchiare il foglio, continuate sulle prime due linee.
- Fate attenzione non dovete uscire dai margini. - Maestro ho messo la lineetta in un altro quadratino. - Vediamo, cerchiamo di sistemare, così; fai attenzione non sbagliare più. - Chi ha terminato la parte superiore della pagina deve continuare ripetendo i disegni sotto il primo della riga superiore, così. - Poi continuerete facendo i disegnini sotto l’ultimo della parte superiore, infine unirete le due colonne con una riga inferiore.
I bambini con grande attenzione eseguono il compito loro attribuito.
- Oggi, bambini, andremo in palestra. – Su, la prima fila qui davanti a me, la seconda fila accanto alla prima, la terza accanto alla seconda. - Pietro tu sei più alto, mettiti dietro, i più bassi avanti. - Sollevate il braccio destro, questo, e poggiatelo sulla spalla di chi vi sta avanti, questa è la distanza che dovete tenere quando si commina. - Andiamo in palestra!
sabato 10 aprile 2010
Il linguaggio
Mentre i bambini venivano esercitati ad usare la penna con aste, bastoncini, cerchietti, cornicette disegnate sul quaderno, il maestro raccontava degli aneddoti, delle favole, facendole ripetere dai bambini. Mostrava oggetti, definendoli in lingua italiana. Doveva creare una certa armonia all’interno della classe: c’erano bambini, che, pervenendo da famiglia di impiegati o di liberi professionisti, parlavano in italiano e a contatto con gli altri apprendevano delle parole in dialetto; c’erano molti ragazzi, che, figli di operai o contadini, parlavano solo in dialetto e facevano fatica ad esprimersi in italiano. Mario si districava fra i due linguaggi, perché il padre, piccolo coltivatore diretto e analfabeta, aveva difficoltà a parlare in italiano, che pure comprendeva, e quando era costretto ad esprimersi in italiano lo faceva con un linguaggio suo personale, mentre quando era in compagnia di altri contadini, dovendo esprimere una parola in italiano, modificava delle vocali in modo da renderle assonanti al linguaggio dialettale. La mamma, che aveva frequentato la scuola elementare, sapeva leggere e scrivere e spesso si dedicava alla lettura di alcuni libri che le capitavano, cercava di non far parlare i figlioli in dialetto, ma doveva arrendersi quando questi parlavano con il papà.
Il maestro ogni mattina, faceva esercitare i bambini a scrivere una pagina di a, una di b, ogni giorno una lettera da scrivere su una pagina in classe, su un’altra a casa. Quindi incominciava a far comporre le parole, da ripetere dieci-venti volte, chi incontrava delle difficoltà era obbligato a ripetere l’esercizio più volte.
I bambini apprendevano un linguaggio comune, chiamavano con lo stesso nome gli oggetti e le persone circostanti, comunicavano tra loro, e quel sentimento di simpatia che lega i bambini, diventava più chiaro, più comprensibile, più solido. Si formava una nuova piccola comunità.
Il maestro ogni mattina, faceva esercitare i bambini a scrivere una pagina di a, una di b, ogni giorno una lettera da scrivere su una pagina in classe, su un’altra a casa. Quindi incominciava a far comporre le parole, da ripetere dieci-venti volte, chi incontrava delle difficoltà era obbligato a ripetere l’esercizio più volte.
I bambini apprendevano un linguaggio comune, chiamavano con lo stesso nome gli oggetti e le persone circostanti, comunicavano tra loro, e quel sentimento di simpatia che lega i bambini, diventava più chiaro, più comprensibile, più solido. Si formava una nuova piccola comunità.
mercoledì 2 dicembre 2009
Santa Lucia

Santa Lucia è una vergine, martire del IV secolo, venerata dalla Chiesa e ritenuta protettrice dei ciechi.
A Ruvo di Puglia la celebrazione della ricorrenza annuale avviene nella parrocchia che porta il suo nome.
Oggi è stata costruita una nuova chiesa; non molto tempo fa la parrocchia di Santa Lucia, aveva come sede una chiesetta attigua al vecchio convento dei cappuccini, che da tempo erano andati via abbandonando al degrado il convento.
Nell'antica chiesa si svolgevano le liturgie secondo il riti della Chiesa Cattolica, i giorni precedenti si teneva la novena, il giorno tredici dicembre per l'intera giornata si alternavano le varie messe e infine si faceva la processione, che percorreva le principali vie del paese.
Nannina, che aveva subito un danno alla vista ed era preoccupata che questo male si aggravasse, coltivava una profonda devozione verso santa Lucia, nella speranza e nella fede che la santa proteggesse anche la sua vista.
Durante la novena, che si svolgeva nelle prime ore del mattino, prima dell'alba si recava nella chiesetta per la santa messa e la novena. (Era consuetudine, in alcune importanti festività come quella in onore di santa Lucia e la novena del Natale, celebrare le liturgie prima dell'alba per dare la possibilità alle mamme e ai contadini di parteciparvi senza essere di ostacolo agli obblighi delle mansioni di ciascuno). Ritornata riprendeva le normali faccende di casa: se aveva già preparato il pane lo mandava al forno comune per la cottura, quindi faceva svegliare i figli e li preparava per mandali in ordine a scuola.
Come per tante feste religiose, anche per quella di santa Lucia, alle liturgie ufficiali della Chiesa si affiancano delle tradizioni popolari.
In questa circostanza nelle famiglie si preparavano e poi si distribuivano i ceci “fritti” (non erano fritti nell'olio, ma abbrustoliti con una tecnica particolare: si prendeva una pentola consumata e si riempiva di tufo bianco ridotto in polvere sufficiente per avvolgere i ceci selezionati e di calibro sufficientemente grandi e veniva posta sul fuoco. Quando i ceci al calore scoppiettavano, la pentola veniva tolta dal fuoco e si faceva raffreddare, infine si tiravano dal tufo ed erano pronti da distribuire e da mangiare).
Un'altra tradizione era l'accensione dei falò. Verso il tramonto sulle strade, non ancora asfaltate, si eregevano delle cataste di tronchi e di fascine e si incendiavano, con la partecipazione dei vicini di casa. Le grandi fiamme alcune volte lambivano le finestre del primo piano, e tanti si avvicinano per riscaldarsi, tenendosi a debita distanza mantenendo per mano i bambini.
A fine serata, quando il fuoco delle fascine era diventato cenere, soprattutto gli uomini si avvicinavano al fuoco e con delle pale raccoglievano la brace più consistente dei tronchi e la versavano nei bracieri o in appositi contenitori in ferro che venivano chiusi ermeticamente in modo tale da spegnere il fuoco e conservare il carbone per altri usi domestici. Ognuno cercava di approvvigionarsi come poteva.
I tozzi di tronco non ancora consumati si accostavano e si lasciavano riaccendere, per offrire ai passanti un breve sollievo dal freddo della notte.
Questa tradizione era uno dei momenti di vita corale del vicinato, poi, quando le strade furono asfaltate, andò scemando, perché era necessario preparare una base tale da non fare sciogliere o peggio incendiare il catrame.
Ma il fascino che la tradizione suscita, ha sostenuto la volontà di alcuni cittadini a continuare ad accendere i falò, ed oggi alla ricorrenza della festa, in piazza si accende un enorme falò con la distribuzione dei ceci e del vino caldo.
A Ruvo di Puglia la celebrazione della ricorrenza annuale avviene nella parrocchia che porta il suo nome.
Oggi è stata costruita una nuova chiesa; non molto tempo fa la parrocchia di Santa Lucia, aveva come sede una chiesetta attigua al vecchio convento dei cappuccini, che da tempo erano andati via abbandonando al degrado il convento.
Nell'antica chiesa si svolgevano le liturgie secondo il riti della Chiesa Cattolica, i giorni precedenti si teneva la novena, il giorno tredici dicembre per l'intera giornata si alternavano le varie messe e infine si faceva la processione, che percorreva le principali vie del paese.
Nannina, che aveva subito un danno alla vista ed era preoccupata che questo male si aggravasse, coltivava una profonda devozione verso santa Lucia, nella speranza e nella fede che la santa proteggesse anche la sua vista.
Durante la novena, che si svolgeva nelle prime ore del mattino, prima dell'alba si recava nella chiesetta per la santa messa e la novena. (Era consuetudine, in alcune importanti festività come quella in onore di santa Lucia e la novena del Natale, celebrare le liturgie prima dell'alba per dare la possibilità alle mamme e ai contadini di parteciparvi senza essere di ostacolo agli obblighi delle mansioni di ciascuno). Ritornata riprendeva le normali faccende di casa: se aveva già preparato il pane lo mandava al forno comune per la cottura, quindi faceva svegliare i figli e li preparava per mandali in ordine a scuola.
Come per tante feste religiose, anche per quella di santa Lucia, alle liturgie ufficiali della Chiesa si affiancano delle tradizioni popolari.
In questa circostanza nelle famiglie si preparavano e poi si distribuivano i ceci “fritti” (non erano fritti nell'olio, ma abbrustoliti con una tecnica particolare: si prendeva una pentola consumata e si riempiva di tufo bianco ridotto in polvere sufficiente per avvolgere i ceci selezionati e di calibro sufficientemente grandi e veniva posta sul fuoco. Quando i ceci al calore scoppiettavano, la pentola veniva tolta dal fuoco e si faceva raffreddare, infine si tiravano dal tufo ed erano pronti da distribuire e da mangiare).
Un'altra tradizione era l'accensione dei falò. Verso il tramonto sulle strade, non ancora asfaltate, si eregevano delle cataste di tronchi e di fascine e si incendiavano, con la partecipazione dei vicini di casa. Le grandi fiamme alcune volte lambivano le finestre del primo piano, e tanti si avvicinano per riscaldarsi, tenendosi a debita distanza mantenendo per mano i bambini.
A fine serata, quando il fuoco delle fascine era diventato cenere, soprattutto gli uomini si avvicinavano al fuoco e con delle pale raccoglievano la brace più consistente dei tronchi e la versavano nei bracieri o in appositi contenitori in ferro che venivano chiusi ermeticamente in modo tale da spegnere il fuoco e conservare il carbone per altri usi domestici. Ognuno cercava di approvvigionarsi come poteva.
I tozzi di tronco non ancora consumati si accostavano e si lasciavano riaccendere, per offrire ai passanti un breve sollievo dal freddo della notte.
Questa tradizione era uno dei momenti di vita corale del vicinato, poi, quando le strade furono asfaltate, andò scemando, perché era necessario preparare una base tale da non fare sciogliere o peggio incendiare il catrame.
Ma il fascino che la tradizione suscita, ha sostenuto la volontà di alcuni cittadini a continuare ad accendere i falò, ed oggi alla ricorrenza della festa, in piazza si accende un enorme falò con la distribuzione dei ceci e del vino caldo.
domenica 19 luglio 2009
Quattro amici
Mario, Franco, Nico e Rino si erano incontrati, ancora ragazzi, nell'oratorio Don Bosco tra loro si stabilì subito una buona amicizia. Frequentavano le riunioni tenute dal parroco, nelle giornate uggiose d'inverno si trattenevano a giocare nel locale dell'oratorio, quando il tempo permetteva, come tanti ragazzi del paese percorrevano più volte la parte del corso frequentato dai giovani.
Nella scelta degli studi ognuno scelse l'indirizzo che ritenne a sé più adatto e le discussioni nel gruppo divennero più articolate e interessanti.
Mario e Franco si incontravano spesso sul treno perché andavano a Bari, e lungo il tragitto si scambiavano le proprie esperienze di vita e di studio. Sebbene seguissero studi differenti, Mario frequentava la facoltà di Lettere e Filosofia, mentre Franco era studente dell'Istituto Tecnico Industriale, si scambiavano le esperienze più significative dei propri studi, con grande interesse e partecipazione reciproca.
Si parlava di dottrine politiche, si confrontavano correnti di pensiero in modo approssimato ma animato; Franco raccontava gli esperimenti di laboratorio, ma era entusiasta soprattutto per le visite dei laboratori di informatica. Spesso portava delle schede perforate e tramite quelle illustrava il funzionamento dei computer, e cosa era il calcolo binario (all'epoca i computer erano delle grandi macchine che occupavano anche una sala e richiedevano degli operatori che dovevano perforare delle schede per la programmazione). Alle discussioni spesso partecipavano altri ragazzi, compagni di scuola o semplicemente di viaggio.
La sera puntualmente si usciva, d'inverno per circa un'ora dalle 19 alle 20 circa, d'estate l'uscita era posticipata alle 20 e si rientrava verso le 22. L'appuntamento era il primo albero di tiglio del corso Cavour. All'ora stabilita puntualmente avveniva l'incontro, si concedeva una tolleranza di 5-10 minuti, passato tale tempo si era liberi di andare, ciò era stato deciso sia per il rispetto della puntualità, sia perché poteva sempre accadere nelle proprie famiglie che emergessero altri impegni, e non sarebbe stato giusto sacrificare il tempo disponibile ad aspettare, c'erano altri amici e non sarebbe stato difficile incontrarsi per il corso.
Il gruppo degli amici si incrementava, veniva Nico, Rino e tanti altri: si parlava di scuola, del lavoro che ciascuno prestava, quando poteva, nelle aziende famigliari, si parlava di sentimenti, di amori, di ragazze, alcune volte con serietà altre volte con pettegolezzi vari. Nelle discussioni serie e facete si maturava, si progettava il futuro proprio e del mondo intero.
La canzone di G. Paoli “Eravamo quattro amici al bar”, esprime con efficacia queste esperienze giovanili, quando i giovani vogliono porre tutte le proprie energie per migliorare il mondo.
Per un lungo periodo si discusse come poter usare l'acqua come combustibile delle auto, convinti come erano e come avevano studiato della grande energia in essa racchiusa con l'idrogeno e l'ossigeno. E tanti, tanti altri progetti...
Poi, quando furono preparati, Mario si laureò in Filosofia, Franco, dopo alcuni anni in Ingegneria elettronica, Nico in Lettere, Rino in Medicina, il gruppo degli amici si sfaldò, non per propria volontà, è rimasto sentimentalmente unito, ma per motivo di lavoro. Alcuni si sono trasferiti al nord, disperdendo tanti sogni e mettendo a disposizione di altre regioni o città la propria professionalità. Quelli che sono rimasti in Paese continuano a prestare con impegno e onestà la loro opera nel campo professionale e politico.
Saluto tutti gli amici della mia giovinezza e auguro ai giovani di sognare e progettare il loro futuro.
Nella scelta degli studi ognuno scelse l'indirizzo che ritenne a sé più adatto e le discussioni nel gruppo divennero più articolate e interessanti.
Mario e Franco si incontravano spesso sul treno perché andavano a Bari, e lungo il tragitto si scambiavano le proprie esperienze di vita e di studio. Sebbene seguissero studi differenti, Mario frequentava la facoltà di Lettere e Filosofia, mentre Franco era studente dell'Istituto Tecnico Industriale, si scambiavano le esperienze più significative dei propri studi, con grande interesse e partecipazione reciproca.
Si parlava di dottrine politiche, si confrontavano correnti di pensiero in modo approssimato ma animato; Franco raccontava gli esperimenti di laboratorio, ma era entusiasta soprattutto per le visite dei laboratori di informatica. Spesso portava delle schede perforate e tramite quelle illustrava il funzionamento dei computer, e cosa era il calcolo binario (all'epoca i computer erano delle grandi macchine che occupavano anche una sala e richiedevano degli operatori che dovevano perforare delle schede per la programmazione). Alle discussioni spesso partecipavano altri ragazzi, compagni di scuola o semplicemente di viaggio.
La sera puntualmente si usciva, d'inverno per circa un'ora dalle 19 alle 20 circa, d'estate l'uscita era posticipata alle 20 e si rientrava verso le 22. L'appuntamento era il primo albero di tiglio del corso Cavour. All'ora stabilita puntualmente avveniva l'incontro, si concedeva una tolleranza di 5-10 minuti, passato tale tempo si era liberi di andare, ciò era stato deciso sia per il rispetto della puntualità, sia perché poteva sempre accadere nelle proprie famiglie che emergessero altri impegni, e non sarebbe stato giusto sacrificare il tempo disponibile ad aspettare, c'erano altri amici e non sarebbe stato difficile incontrarsi per il corso.
Il gruppo degli amici si incrementava, veniva Nico, Rino e tanti altri: si parlava di scuola, del lavoro che ciascuno prestava, quando poteva, nelle aziende famigliari, si parlava di sentimenti, di amori, di ragazze, alcune volte con serietà altre volte con pettegolezzi vari. Nelle discussioni serie e facete si maturava, si progettava il futuro proprio e del mondo intero.
La canzone di G. Paoli “Eravamo quattro amici al bar”, esprime con efficacia queste esperienze giovanili, quando i giovani vogliono porre tutte le proprie energie per migliorare il mondo.
Per un lungo periodo si discusse come poter usare l'acqua come combustibile delle auto, convinti come erano e come avevano studiato della grande energia in essa racchiusa con l'idrogeno e l'ossigeno. E tanti, tanti altri progetti...
Poi, quando furono preparati, Mario si laureò in Filosofia, Franco, dopo alcuni anni in Ingegneria elettronica, Nico in Lettere, Rino in Medicina, il gruppo degli amici si sfaldò, non per propria volontà, è rimasto sentimentalmente unito, ma per motivo di lavoro. Alcuni si sono trasferiti al nord, disperdendo tanti sogni e mettendo a disposizione di altre regioni o città la propria professionalità. Quelli che sono rimasti in Paese continuano a prestare con impegno e onestà la loro opera nel campo professionale e politico.
Saluto tutti gli amici della mia giovinezza e auguro ai giovani di sognare e progettare il loro futuro.
La “signorina”
Mario ha compiuto tre anni e la mamma ritiene opportuno di iscriverlo all'asilo (così si chiamava la scuola materna), ma c'era in solo asilo, tenuto dalle suore. ed era molto lontano; in alternativa c'era la possibilità di mandare il figlio alla “signorina”, (le signorine erano delle donne non sposate, spesso adulte, che avevano frequentato alcuni anni di istruzione scolastiche e che per sopravvivere trattenevano i bambini).
Bene, la mamma scelse questa alternativa, era per lei più comoda: poteva accompagnare lei stessa il proprio figliolo, o affidarlo ad una persona amica, in casi estremi avrebbe potuto, dopo ripetute esortazioni, fare andare il bambino da solo, fidando sulle amicizie o i parenti che abitavano lungo il percorso e controllando tutto dal balcone di casa fino all'ingresso della “signorina”.
Ogni mattina preparava il cestino di vimini con dei biscotti o taralli di latte, da lei stessa preparati, della frutta secca, noccioline o fichi secchi, spesso dei pezzi ci cotognata o qualche frutto, secondo le stagioni.
Mario indossato il grembiulino bianco, afferrato il cestino si avviava alla “signorina”; qui in una stanza, liberata dai mobili di casa, c'erano tante 'sedioline', acquistate e portate dalle mamme al momento dell'assunzione dell'impegno di affidare i figli.
In poco tempo la stanza si riempiva di bambini, accolti dalla “signorina”. Quando tutti erano arrivati, la “signorina” faceva segnare tutti con il segno di croce, quindi faceva recitare le preghiere del mattino con alcuni canti di chiesa.
Durante il resto della giornata leggeva alcune favole, o insegnava alcune canzoncine. Non era facile far muovere i ragazzi per lo spazio molto limitato, ma alcune volte si riusciva a fare un piccolo girotondo.
Dopo mezzogiorno, si rientrava a casa prelevati dalle mamme o da amici fidati e la stanza si trasformava in sala da pranzo per coloro che vi abitavano.
Bene, la mamma scelse questa alternativa, era per lei più comoda: poteva accompagnare lei stessa il proprio figliolo, o affidarlo ad una persona amica, in casi estremi avrebbe potuto, dopo ripetute esortazioni, fare andare il bambino da solo, fidando sulle amicizie o i parenti che abitavano lungo il percorso e controllando tutto dal balcone di casa fino all'ingresso della “signorina”.
Ogni mattina preparava il cestino di vimini con dei biscotti o taralli di latte, da lei stessa preparati, della frutta secca, noccioline o fichi secchi, spesso dei pezzi ci cotognata o qualche frutto, secondo le stagioni.
Mario indossato il grembiulino bianco, afferrato il cestino si avviava alla “signorina”; qui in una stanza, liberata dai mobili di casa, c'erano tante 'sedioline', acquistate e portate dalle mamme al momento dell'assunzione dell'impegno di affidare i figli.
In poco tempo la stanza si riempiva di bambini, accolti dalla “signorina”. Quando tutti erano arrivati, la “signorina” faceva segnare tutti con il segno di croce, quindi faceva recitare le preghiere del mattino con alcuni canti di chiesa.
Durante il resto della giornata leggeva alcune favole, o insegnava alcune canzoncine. Non era facile far muovere i ragazzi per lo spazio molto limitato, ma alcune volte si riusciva a fare un piccolo girotondo.
Dopo mezzogiorno, si rientrava a casa prelevati dalle mamme o da amici fidati e la stanza si trasformava in sala da pranzo per coloro che vi abitavano.
giovedì 5 marzo 2009
Fontana
Fontanina, ti hanno destinata ad un altro cantuccio, eri ingombrante, occupavi un angolo di marciapiede e parte della carreggiata della strada, le stalle a te vicine sono state abbattute e al loro posto sono state costruite delle moderne case. Tu sei in questo nuovo cantuccio, tranquillo, come una vecchietta in attesa di qualche volto amico con cui ricordare la grande vitalità del passato. Ti ricordi di me? Quando bambino venivo a prendere l'acqua fresca per i miei? Sono passati tanti anni e le sembianze degli uomini si trasformano, ma tu anche se ti hanno trasferito in un luogo diverso mantieni le stesse sembianze, sebbene qualche ritocco lo han
no fatto anche a te. Mantieni il nome “Acquedotto Pugliese” e la data di nascita “1914”.
Adesso solo alcuni vengono ad attingere acqua con qualche bottiglia, ma quando eri all'altro angolo intorno a te c'era sempre gente: bambini, giovani, adulti, uomini e donne e qualche vecchietta; si comunicavano tante notizie della vita del quartiere, che venivano diffuse nelle singole case dai portatori d'acqua.
Alcune volte erano tutti gentili: “per favore fate riempire la brocca alla nonnina”, “quel bambino è spinto sempre dietro, su fate riempire il suo secchio”. Intanto arrivano i contadini dalla campagna e si fermano ad abbeverare gli animali da traino, “per cortesia fatemi bere”, “fate dissetare la mula che ha lavorato... “
Era un continuo via vai di persone frettolose che dovevano accumulare l'acqua per le faccende domestiche, non solo per cucinare, che richiedeva poca acqua, ma per lavare e soprattutto per fare il bucato per cui bisognava riempire grandi tinozze.
Altre volte c'era grande vivacità, soprattutto quando arrivavano quei due monelli che volevano precedere gli altri senza rispettare il proprio turno, e si arrivava a qualche parola inopportuna e alcune volta al litigio, che spesso veniva sedato dall'intervento autorevole di una persona adulta.
D'estate, nel tardo pomeriggio, prima che mio padre si levasse dal riposo, mia madre mi ordinava di andare ad attingere l'acqua fresca dalla fontana; era un piacere, c'era poca gente e sgorgava un'acqua freschissima che bevevo direttamente dalla fontana, e riempito la brocca di argilla (c'cc'nato), che teneva fresca l'acqua per un po' di tempo, correvo a casa; quell'acqua valeva più di un rinfresco.
Mia cara fontanina, ora le cose son cambiate, in tutte le case arriva l'acqua, ed è distribuita secondo le necessità dai vari rubinetti, ma molti non si fidano della potabilità di questa e spesso vanno ad acquistare l'acqua confezionata; io vengo ancora ad attingerla da te, perché tu la offre in modo diretto, prendendola dai canali centrali, invece quella di casa pur essendo la stessa acqua che tu offri, prima di arrivare in casa passa dai serbatoi e da altre tubazioni. Insomma, voglio ancora venirti a trovare, mi fido ancora di te.
Adesso solo alcuni vengono ad attingere acqua con qualche bottiglia, ma quando eri all'altro angolo intorno a te c'era sempre gente: bambini, giovani, adulti, uomini e donne e qualche vecchietta; si comunicavano tante notizie della vita del quartiere, che venivano diffuse nelle singole case dai portatori d'acqua.
Alcune volte erano tutti gentili: “per favore fate riempire la brocca alla nonnina”, “quel bambino è spinto sempre dietro, su fate riempire il suo secchio”. Intanto arrivano i contadini dalla campagna e si fermano ad abbeverare gli animali da traino, “per cortesia fatemi bere”, “fate dissetare la mula che ha lavorato... “
Era un continuo via vai di persone frettolose che dovevano accumulare l'acqua per le faccende domestiche, non solo per cucinare, che richiedeva poca acqua, ma per lavare e soprattutto per fare il bucato per cui bisognava riempire grandi tinozze.
Altre volte c'era grande vivacità, soprattutto quando arrivavano quei due monelli che volevano precedere gli altri senza rispettare il proprio turno, e si arrivava a qualche parola inopportuna e alcune volta al litigio, che spesso veniva sedato dall'intervento autorevole di una persona adulta.
D'estate, nel tardo pomeriggio, prima che mio padre si levasse dal riposo, mia madre mi ordinava di andare ad attingere l'acqua fresca dalla fontana; era un piacere, c'era poca gente e sgorgava un'acqua freschissima che bevevo direttamente dalla fontana, e riempito la brocca di argilla (c'cc'nato), che teneva fresca l'acqua per un po' di tempo, correvo a casa; quell'acqua valeva più di un rinfresco.
Mia cara fontanina, ora le cose son cambiate, in tutte le case arriva l'acqua, ed è distribuita secondo le necessità dai vari rubinetti, ma molti non si fidano della potabilità di questa e spesso vanno ad acquistare l'acqua confezionata; io vengo ancora ad attingerla da te, perché tu la offre in modo diretto, prendendola dai canali centrali, invece quella di casa pur essendo la stessa acqua che tu offri, prima di arrivare in casa passa dai serbatoi e da altre tubazioni. Insomma, voglio ancora venirti a trovare, mi fido ancora di te.
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