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domenica 27 giugno 2021

Conoscenza del bene e del male

Molte volte quando si parla ai bambini si semplificano i concetti, spesso banalizzando il profondo significato. Ciò è avvenuto spesso per spiegare il peccato originale, identificando il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male con la mela. 

Leggiamo il testo biblico:
Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. (Genesi 2,9)


Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti». (Genesi 2, 16-17) 

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.(Genesi 3, 1-7)

Si ricorda sempre l’albero della conoscenza del bene e del male e si dimentica l’albero della vita. Ebbene la capacità di conoscere il bene e il male e la vita eterna-infinita sono gli attributi che le religioni nelle varie culture hanno attribuito a Dio. Quando Eva e Adamo, sotto il consiglio del serpente, hanno mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, hanno preteso di diventare simile a Dio, come nel testo Dio stesso riconosce: Il Signore Dio disse allora: «Ecco l'uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva sempre!». Genesi 3, 22 

Da questo evento derivano tante conseguenze, ne ricordo alcune: 
A) L’uomo disobbedendo a Dio opera un profondo distacco da Lui; questa disobbedienza le religioni la ritengono il peccato originale. 
B) Inoltre con la conoscenza del bene e del male, anche se in modo approssimato, l’uomo si fa giudice dell’opera di Dio ovvero si ritiene altro dalla natura. 
C) Distaccandosi dalle altre creature l’uomo perde lo stato di innocenza naturale, e acquista la libertà umana di giudicare e scegliere in ogni istante il bene e il male e quindi si assume anche il peso delle responsabilità delle sue scelte. E ciò è evidente dalla condanna di Dio per la disobbedienza dell’uomo: Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!». (Genesi 3, 19) 

Dio continuò a preoccuparsi ancora una volta dell’uomo: Il Signore Dio fece all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì. (Genesi 3, 21) ma non ritrattò la sua condanna, era arrivato il momento che l’uomo dovesse badare a se stesso. 
Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l'uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all'albero della vita. (Genesi 3, 23-24)
 
Tante dottrine teologiche e filosofiche si sono ispirate a questo brano biblico. Ritengo che si possa sintetizzare con un’immagine semplice e che è offerta dalla vita famigliare: quando un giovane ormai maturo incomincia a non condividere più l’operato dei genitori significa che è arrivata l’ora della separazione, il giovane deve assumersi le sue responsabilità e operare per la sua autonomia. Il padre lo lascerà andare, ma lo seguirà da lontano e al momento opportuno gli offrirà il soccorso necessario. 

Quando l’uomo nel suo percorso evolutivo raggiungerà la capacità di conoscere il bene e il male e quindi la libertà morale delle sue azioni, Dio gli lascerà percorrere la sua storia, ma non gli farà mancare l’aiuto necessario nelle difficoltà…

domenica 5 luglio 2020

La conoscenza


Oggi mi sono riemerse nella mente queste parole di Kant che condivido con voi  " Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. " ( I. Kant, Critica della Ragion Pratica)

La verità è l’Essere (Infinito?) che opera negli esistenti o, se vi piace, sono gli Esistenti che si relazionano (in una relazione infinita?) tra loro…
Il problema dell’umanità consiste nella capacità di disvelare l’Essere o gli esistenti…

Gli uomini ci provano… ma attenzione a non essere arroganti nel dire che la propria verità esprima in modo esaustivo l’Essere o gli Esistenti, perché questi sono vivi e in continua evoluzione. 




Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco,  giunsero a porsi problemi sempre maggiori…. (Aristotele, Metafisica)
Per Aristotele la filosofia è l’unica scienza libera perché noi non la ricerchiamo per alcun vantaggio che sia estraneo ad essa.
Tuttavia è anche vero che le scienze pratiche sono il sapere che liberano l’uomo dai bisogni.
“… sopraggiunse Prometeo a controllare la distribuzione: vede che tutti gli altri esseri viventi armoniosamente posseggono di tutto, e che invece l’uomo è nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi….  Prometeo allora, trovandosi appunto in grande difficoltà, ruba a Efesto e ad Atena la scienza tecnica insieme con il fuoco _  … _ e così ne fece dono all’uomo. (Platone, Protagora)
Se è vero che l’uomo per sua natura cerca di superare lo stato di ignoranza, è altrettanto vero che la necessità aguzza la mente.

giovedì 16 aprile 2009

Ciao Marika

La conoscenza non è altro che la scoperta dell'essere, ovvero la ricerca del vero.Άλήθεια (verità), secondo i filologi, ha la stessa radice di λανθάνω (sto nascosto) con tema λαθ e ληθ, da cui, aggiungendo α privativa, deriva αληθεια, perciò la verità-scoperta è il risultato dello svelamento dell'essere, la conoscenza è tale svelamento.I testi antichi attestano che la facoltà che distingue gli uomini dagli animali è la conoscenza. Anche la Bibbia nella Genesi attesta che il primo atto compiuto dall'uomo, fu la trasgressione dell'ordine divino di “non mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male”, questo fu il peccato originale che segnò il destino dell'umanità.L'uomo vorrebbe conoscere tutto, gli antichi dicevano l'Essere, il Principio, ovvero la vita dall'origine al termine; tuttavia deve continuare a cercare, a svelare il mistero che ancora lo circonda.Cosa sollecita l'uomo alla conoscenza? Aristotele afferma che l'uomo è spinto alla filosofia (ricerca della verità) dalla meraviglia, perché solo un uomo libero da bisogni o da interessi può contemplare le meraviglie della vita. In realtà in ogni età e in ogni condizione l'uomo di fronte ad eventi ignoti, sia che questi destino meraviglia sia che suscitino paura o ansia per l'ignoto, cerca di svelare l'arcano per poterlo dominare.Ma la conoscenza non è solo filosofia (scienza teoretica), ma serve per la sopravvivenza, per soddisfare i bisogni della vita. Platone nel Protagora narra della nascita degli esseri viventi a cui Protagora e Epimeteo distribuirono i vari strumenti o attitudini per potersi difendere e sopravvivere, ma si dimenticarono dell'uomo, per cui rubarono agli dei la scienza tecnica e il fuoco e la distribuirono agli uomini perché potessero costruire gli strumenti per soddisfare i loro bisogni di vita.Cosa può conoscere l'uomo? Vorrebbe conoscere tutto, tuttavia deve lavorare costantemente per svelare quella parte di vita che gli è consentita con i propri mezzi. La sua conoscenza è limitata dal punto di vista da cui parte la sua ricerca e dagli oggetti che entrano nel suo campo di ricerca. Tuttavia l'umanità ha accumulato nel corso dei secoli una grande quantità di conoscenze che mette a disposizione delle giovani generazioni, con la speranza che queste la incrementino ulteriormente.L'incremento della conoscenza segna anche l'aumento della libertà e della responsabilità dell'uomo.Kant parlando dell'Illuminismo diceva che quell'età era l'età della giovinezza dell'umanità, perché i giovani si pongono tante domande nel momento che si affacciano alla vita e devono operare le scelte per il loro futuro. Inoltre invitava a “osare pensare” per uscire dalla minore età: molti temono di mettersi in discussione o di criticare gli altri perché non vogliono crescere, vogliono vivere in qualche certezza che gli viene offerta dal passato, ma il passato è passato e non torna più, bisogna costruire le condizioni ottimali per il futuro. Se l'uomo vuol essere libero deve pensare e assumersi le responsabilità del proprio futuro. Affrontare il futuro, affrontare l'ignoto suscita preoccupazione e paura, la conoscenza ci offre degli strumenti di orientamento, dei mezzi per valutare eventuali rischi, dei consigli di prudenza, ma noi, uomini responsabili, non possiamo fermarci, come le future generazioni sveleremo parte della vita.
Ciao, auguri per la tua vita
Giulio

sabato 10 gennaio 2009

La conoscenza come passione

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: “Quando

mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

*** … ***

“O frati”, dissi,”che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

de' nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”.

Dante, Inferno XXVI, 85-103; 112-120.


Questi versi di Dante sin dalla prima lettura, mi hanno affascinato, e oggi riflettendo sulla rilevanza della conoscenza umana, sono emersi con impeto alla mia memoria. Spesso la conoscenza viene intesa come controllo razionale della realtà e viene contrapposta all'impeto delle passioni. Questi versi invece affermano che la conoscenza non è molto diversa dalle altre passioni. Dante sostiene che la conoscenza è un “ardore” che supera la “dolcezza di figlio” la “pieta del vecchio padre” e il “debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta”. La conoscenza è quindi una passione che sostiene e spinge l'uomo ad esplorare se stesso e il mondo circostante. Ed è proprio questa passione che distingue gli uomini dai “bruti”. L'uomo infatti è fatto per acquisire sempre maggiori virtù, capacità, miglioramento di sé e dominio del mondo circostante. Ciò tuttavia non avviene con facilità, ma con grande fatica, e ciò lo dimostrano i sacrifici delle avventure o disavventure che Ulisse e i suoi compagni hanno affrontato o devono affrontare. Ma la conoscenza è un grande passione perché spesso, spingendo gli uomini verso l'ignoto, può far correre dei gravi rischi e spesso la perdita stessa della vita, come l'epilogo di Ulisse, così come viene riportato da Dante. Non è possibile non condividere con Dante queste considerazioni sulla conoscenza; tanti uomini, come Ulisse, hanno rischiato e ancora mettono a rischio la propria vita per arricchire se stessi e l'umanità intera di nuove esperienza.

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giovedì 15 maggio 2008

Identità e analogia

Si afferma l’identità quando si riconosce un individuo per quel che è.
Identico significa essere se stesso e per gli altri individui significa che essi sono ciò che sono.
Aristotele sostiene l’identità col principio di non contraddizione:
“è impossibile che la stessa cosa insieme inerisca e non inerisca alla medesima cosa e secondo il medesimo rispetto.” (Metafisica, IV, 3)
“é impossibile che la stessa cosa sia e insieme non sia” (Metafisica, IV, 4)
Ovvero da un punto di vista logico non si possono affermare e negare contemporaneamente le stesse caratteristiche ad uno stesso soggetto, da un punto di vista ontologico non si può affermare e negare l’essere di un soggetto.
Tale principio difficilmente può essere messo in discussione, è immediatamente intuitivo, le difficoltà iniziano quando si vuole definire l’essere-identico. Ci sono coloro, come Eraclito, che sottolineano il continuo fluire della vita e quindi la difficoltà di definire qualsiasi essere; altri, come Aristotele, ritengono che c’è un elemento fondamentale negli esseri, la sostanza, che regge le loro varie caratteristiche: per es. Mario, dal concepimento alla morte è sempre Mario, anche se nel tempo assume varie caratteristiche: bambino… giovane… anziano, sano… malato, smemorato… intelligente, lento… veloce, studente… operaio… professionista, ecc.
Ma la sostanza, questa unità o sintesi fondamentale difficilmente potrà essere colta completamente, per cui l’essere-identico, rimane un concetto limite della conoscenza.

Se con difficoltà può essere affermata l’identità per i singoli soggetti, è impossibile dichiarare l’identità di due o più soggetti. Per oggetti costruiti con la stessa struttura e nello stesso modo si può parlare di similitudine, anche se spesso si dice impropriamente che c’è identità tra questi oggetti.
Se passiamo a considerare qualsiasi soggetto naturale, sarà più coerente parlare di analogia, infatti è impossibile che due soggetti siano identici: possono essere più o meno simili, ma identici mai, altrimenti sarebbero lo stesso soggetto. Inoltre la nostra conoscenza nasce dalla relazione di noi stessi con il mondo che ci circonda e dal confronto che noi operiamo dei vari esseri. Pertanto, non conoscendo esaurientemente né noi stessi né il mondo che ci circonda, non ci resta che una conoscenza tramite l’analogia, che ci permette di cogliere gli aspetti simili degli esseri che cadono nella nostra esperienza o scienza, con la consapevolezza di non cogliere appieno la loro identità.


Nella relazione noi ci poniamo come metro di confronto e di interesse con gli altri individui: spesso riteniamo che gli altri siano identici a noi e pretendiamo che questi pensino e si comportino come noi. Non consideriamo che la fisicità e l’esperienza esistenziale (lavorativa, interrelazione, culturale) di chi ci sta di fronte possa essere molto diversa dalle nostre; per cui i punti di visti e le prospettive, anche quando sembrano essere molto simili o “identici”, di fatti hanno in sé ampi spazi di divergenze se non di conflittualità, sono analoghi.
Le difficoltà del dialogo tra individui, come tra i popoli, sorge dalla mancata considerazione della analogia esistente tra gli individui. Se ci soffermiamo su alcuni aspetti fisici e umani, consideriamo gli altri identici a noi e misuriamo il loro comportamento secondo il nostro modo di vedere, di fatto la vita di ciascun individuo è più complessa e spesso molto lontano da noi. Solo il dialogo e il “convincimento reciproco” potrebbe far emergere la differenza e la similitudine per una possibile convivenza.

Anche le scienze si dibattono tra identità e analogia.
Infatti le scienze, con l’analisi e la descrizione sempre più accurata e profonda dei vari oggetti di loro competenza, cercano di coglierne l’“identità”.Quindi, utilizzando il metodo statistico, e un procedimento analogico, definiscono modelli di comportamento o modelli interpretativi degli esseri sottoposti al loro controllo. Da ciò consegue la massima prudenza nella valutazione e nell’applicazione dei risultati ottenuti.

Analisi dei termini secondo il significato

Un termine può essere usato per significare uno o più oggetti, per cui può essere detto univoco, equivoco e analogo.
Un termine è univoco (dal latino unus, uno, e vocare, chiamare) quando esprime un solo significato.
Un termine è equivoco (dal tardo latino aequivocus, chiamato in modo uguale) quando ha dei significati del tutto diversi. Per esempio il termine “toro” può indicare l’animale toro, la costellazione Toro, il monte Toro.
Un termine è analogo (dal greco ảnalogìa, relazione) quando indica più esseri che hanno caratteristiche in parte simili in parte diverse. Per esempio il termine “vivente” può essere attribuito ad una pianta, ad un animale, all’uomo, nei tre casi presi in considerazione indica la presenza della vita (nascita, crescita, morte) tuttavia il vivere della pianta, dell’animale e dell’uomo sono molto diversi.

Nella filosofia dell’antica Grecia è stato rilevante il problema circa la possibilità di conseguire la verità.
Parmenide afferma che l’unica verità è l’Essere, infatti se consideriamo la verità come una conoscenza, che coincida esattamente con l’oggetto conosciuto e che valga per sempre e per tutti, non può essere altrimenti. Tuttavia questo Essere deve essere ingenerato, imperituro, immobile e l’esperienza sensibile umana non avrà alcuna valida giustificazione perché si nutre della molteplicità e del movimento.
La sofistica con Gorgia dimostra l’impossibilità della conoscenza dell’Essere e della verità, pertanto affida al dialogo e alla forza della parola ogni relazione umana.
Con Socrate, Platone e Aristotele si tenta di giustificare la possibilità di conseguire la verità superando il modo di pensare di Parmenide. Il termine Essere, che Parmenide usava in modo univoco, precludendosi ogni altra conoscenza vera, per Platone assume vari significati, i sommi generi; pertanto esiste l’essere identico, l’essere diverso, l’essere in quiete, l’essere in moto. Anche Aristotele afferma che il termine essere ha vari significati, le categorie; in tal modo prima Platone poi Aristotele attribuendo al termine essere vari significati potevano spiegare la molteplicità degli esseri, e il movimento altrimenti inspiegabili per Parmenide.
Con la logica medioevale verrà precisato l’uso analogico del termine, già di fatto utilizzato da Platone ed Aristotele.
Tommaso d’Aquino, utilizzando arditamente l’analogia, oserà parlare di Dio, rapportandolo all’uomo.

venerdì 18 aprile 2008

Le scienze umanistiche

Sin dall’antichità gli uomini, oltre a guardarsi intorno per scoprire e per usufruire del territorio circostante, si sono posti delle domande circa la propria esistenza, ovvero che ruolo avevano nella natura e come dovevano comportarsi per vivere nel miglior modo (per essere felici). A queste domande hanno risposto come hanno potuto, con gli strumenti in loro possesso.
L’immaginazione primitiva considerava ogni essere, in analogia all’uomo, come esseri animati: il cielo, la terra, il mare, gli astri, il vento…erano esseri viventi, anzi divinità; anche molti stati d’animo o virtù come la giustizia, la bellezza, la legge avevano analogie con l’uomo, erano divinità con sembianze e comportamenti umani. Tutti gli esseri vivevano in rapporto tra loro, a volta in lotta, a volta in amicizia, nell’insieme formavano l’armonia della vita.
Ma l’uomo aveva qualcosa che lo differenziava dagli altri esseri, la mente che gli permetteva di forgiare gli strumenti per produrre il necessario per soddisfare i propri bisogni, e la virtù politica, che liberandolo dalla solitudine, lo rendeva più forte.
Gli argomenti dell’ordine, dell’origine delle leggi, della giustizia hanno dato vita dall’antichità ai nostri giorni a vivaci dibattiti, a volte a lotte sociali, maturando in tal modo cultura e modi di vita associata, creando ciò che noi oggi diciamo civiltà.
Intanto si cercava di definire un ruolo dell’uomo all’interno della natura, distinguendolo dagli altri esseri viventi, e un ruolo all’interno della stessa società, che lentamente si andavano costituendo. Emergevano in modo più decisivo le discussioni sul comportamento dell’uomo per vivere una vita armoniosa, ovvero serena e felice.
Le risposte a tali problemi sono state svariate, tuttavia, in modo molto sommario, si possono ridurre a due. Alcuni, rimpiangendo uno stato naturale innocente e felice, vogliono che il comportamento umano sia lasciato alla spontaneità, o, esagerando, all’irrazionalità della volontà. Altri, ritenendo che con il dibattito politico l’uomo ha guadagnato una maggiore sicurezza e maggiori vantaggi, affermano che con la conoscenza e con la ragione gli uomini devono stabilire delle norme politiche ed etiche per un ulteriore progresso.
Il rimpianto della naturale spontaneità spesso riemerge nei sentimenti umani, ma la conoscenza e la ragionevolezza degli uomini hanno permesso lo sviluppo dell’umanità, anche se non hanno conseguito né conseguiranno mai una definitiva organizzazione.
Oggi ci sono città con centinaia di migliaia, alcune volte di milioni, di individui, che vivono uno accanto all’altro, e ciò è possibile grazie alle conquiste della conoscenza umana. Sarebbe stata possibile una tale convivenza senza leggi, senza una maturità civile, senza un’etica condivisa?
Certo non tutti possono condividere tali considerazioni, perché nella società permangono tanti problemi irrisolti, e molti non trovano in essa un posto secondo le proprie aspettative, tuttavia non si intravede un’altra via se non una continua e ulteriore ricerca razionale per migliorare il presente.
Oggi varie scienze si occupano della società, spesso a loro volta suddivise in varie specializzazioni: filosofia, scienze giuridiche, scienze politiche, psicologia, sociologia…. Tutte contribuiscono a una maggiore consapevolezza dell’uomo e delle comunità in cui vive. I progressi della scienza pongono ulteriori e gravi interrogativi non solo sul comportamento individuale e comunitario, ma anche sui limiti di intervento sulla vita umana, sia al momento della nascita sia al momento del termine della vita: la bioetica.

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La conoscenza

In alcuni momenti della nostra vita, sia in quelli che appaiono i più sereni che in quelli più difficili, ci chiediamo chi siamo? quale valore ha la nostra vita? Perché…? Perché…?
Nel porre le domande e nel tentativo di rispondere diamo per scontato la nostra esistenza materiale, la nostra corporeità; le nostre domande vertono piuttosto sul senso della nostra esistenza, perché mentre ci sentiamo soggetti attivi, autosufficienti e liberi, nel nostro operare ci rendiamo conto dei limiti delle nostre potenzialità e delle enormi energie che ci sovrastano e ci condizionano.
Eppure bisogna cominciare la nostra ricerca da ciò che riusciamo o comprendere con una relativa certezza: il nostro essere e il mondo circostante.

La conoscenza è determinante nell’agire umano, anche se spesso il nostro comportamento sembra essere sostenuto da impulsi irrazionali, sentimenti, passioni, conformismo. Si ritiene di solito responsabile solo chi opera con consapevolezza, ovvero colui che opera con cognizione dei fatti, con conoscenza e razionalità. I tribunali emettono le loro sentenze solo di fronte alla piena consapevolezza, altrimenti non condannano o riducono la pena.

La vita dell’uomo, dall’origine dell’umanità ad oggi, oppure dalla nascita di un uomo fino alla morte, si intreccia, si identifica soprattutto con la sua conoscenza.

Nel corso della storia la conoscenza si sviluppa e ramifica in ogni settore dell’esistenza umana primo fra tutti quello della ricerca dei mezzi per soddisfare i propri bisogni quali il mangiare, il ripararsi dalle avverse condizioni della natura, il difendersi dagli altri animali soprattutto da quelli più forti di lui. Né trascura di porsi domande sul senso della vita, e sul rapporto da tenere con i propri simili.

Oggi viviamo in una società in cui la conoscenza si è spezzettata in tante specializzazioni, affrontando in modo settoriali i problemi dell’umanità; anche se in molti c’è consapevolezza della necessità di una visione globale del sapere, spesso si smarriscono nel chiuso della loro specificità.
La più grave scissione del sapere è quella tra scienze sperimentali e scienze umane, come se le une e le altre non avessero la loro origine dalla stessa umanità e non avessero la stessa finalità, ovvero quella di migliorare e offrire maggiore consapevolezza all’agire umano e quindi al benessere dell’uomo.

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martedì 8 gennaio 2008

La scienza politica

Quale sia stato lo stile di vita dei primi uomini lo possiamo solo immaginare.
I filosofi dell’antica Grecia hanno ritenuto la scienza politica una necessità dell’uomo e una facoltà insita in esso. Nel Protagora di Platone Zeus, che si era preoccupato di aiutare il genere umano, dà ordine a Ermes di distribuire a tutti la scienza politica (pudore e giustizia). Aristotele chiama l’uomo animale politico perché, insieme, gli uomini possono rispondere alle necessità della vita.
Durante l’Umanesimo e il Rinascimento mentre viene esaltata la dignità e la libertà dell’uomo, si pone la riflessione sull’origine delle leggi e sul ruolo dei sovrani; si afferma, tra l’altro, il giusnaturalismo.
Nel 600-700 alcuni filosofi hanno immaginato lo stato primitivo dell’uomo e ciascuno, secondo la propria prospettiva, ha immaginato l’uomo come lupo per l’altro uomo, oppure come buon selvaggio, prospettando una propria teoria politica.
Dalla storia dei popoli, che circondano il Mediterraneo, emergono varie forme di istituzioni politiche, che vanno dalla monarchia alla democrazia.
Nel 700 e nell’800, si affermano le istituzioni parlamentari. Intanto vanno maturando i progetti politici del socialismo e della democrazia.
Nel secolo scorso alcune dittature hanno interrotto il corso della democrazia, che tuttavia è riuscita a riemergere dopo gravissime prove.
Ancora oggi si pongono domande sul ruolo della politica e sulla ricerca di strumenti idonei per la partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato.
La scienza politica non offre una risposta univoca perché deve trovare una sintesi delle esigenze che provengono dal groviglio esistenziale: esigenza di soddisfare bisogni primari, esigenza di maggiore benessere, conflitti di egoismi personali e di classe, voglia di dominio e di potere e timore di perdere vantaggi acquisiti…
Tutte le tensioni esistenziali vengono sostenute da ideologie o da apparente pensiero critico; anche i teorici che si dicono neutrali vengono travolti nella mischia, direttamente o indirettamente.
La scienza politica non può rimanere nell’ambito puramente teorico, (i politologi offrono degli ottimi contributi di analisi politica e spesso propongono delle soluzioni anche ottimali), ma la politica deve essere viva, ovvero deve coinvolgere tutti i cittadini; perché se manca il senso civico, questi cercheranno di soddisfare individualmente i propri bisogni, e vivranno passivamente se non in contrapposizione ogni decisione delle Istituzioni.
I nemici della politica sono coloro che infondono sfiducia, che parlano di disinteresse dei cittadini, che riducono gli spazi di partecipazione, che controllano i mezzi di comunicazione.
Tuttavia i nemici più temibili vengono dalla miseria e dal disimpegno: tanti cittadini non hanno il tempo per soddisfare i propri bisogni primari e non hanno il tempo per la partecipazione politica; tanti altri, pur avendo l’opportunità di informarsi e di partecipare, si disinteressano, preferendo l’evasione e lo svago all’impegno.

domenica 30 dicembre 2007

La conoscenza tecnico-scientifica

Gli uomini nel lungo percorso della storia hanno cercato di soddisfare le loro necessità applicando le conoscenze che andavano accumulando e le abilità che perfezionavano con l’esercizio. Hanno imparato a difendersi dagli altri animali, a ripararsi nel caso di eventi atmosferici sfavorevoli, a migliorare le proprie condizioni di vita. In tal modo lentamente, lungo il percorso della storia, hanno arricchito l’umanità di conoscenze tecniche e di invenzioni che non solo hanno permesso la loro sopravvivenza, ma li hanno trasformati.
Tra il 1500 e il 1600, coordinando il sapere accumulato dalle precedenti generazioni e spinti da nuove esigenze che la società dell’epoca imponeva, l’evoluzione tecnica ebbe un’accelerazione. Si ritenne che la conoscenza dovesse servire al benessere dell’esistenza umana, perciò la conoscenza tecnica che fino ad allora era considerata un’attività servile, incomincia ad assumere una grande dignità tanto da opporsi alla filosofia del tempo.
Galilei, Bacone incominciano a sostenere l’autonomia e i caratteri della scienza e ne fissano il metodo. Da questo momento la scienza e la tecnica si sviluppano con un ritmo sempre più sostenuto, penetrando in ogni settore della vita, apportando costanti e notevoli contributi alla conoscenza umana e offrendo all’umanità mezzi sempre più potenti per migliorare le proprie condizioni di vita, anche se spesso questi strumenti sono stati anche causa di distruzione e di morte.
Lo sviluppo non è apparso sempre positivo, perché i tecnici e spesso anche gli scienziati, preoccupati a difendere i particolari ambiti del loro sapere, non si sono resi conto dei danni e degli squilibri naturali che andavano a creare, soprattutto quando erano spinti dagli interessi economici che le loro scoperte suscitavano. Dopo lungo tempo, quando si rendevano conto che le loro attività, invece che indurre dei vantaggi all’umanità, erano causa di morte, applicando le loro ricerche sono riesciti in parte a riparare i guasti prodotti, forse spingendo un passo avanti il progresso generale.
Oggi, la scienza e la tecnica controllano mezzi potentissimi, che applicano oltre che alla produzione di beni quotidiani, anche all’esplorazione dell’universo, e alla manipolazione del DNA, e degli embrioni umani.
Destano meraviglia il percorso e le potenzialità della scienza e della tecnica, e suscitano un senso di orgoglio per le capacità del genere umano, ma pongono, con grande preoccupazione, alcune domande; gli scienziati si accorgeranno in tempo utile dei potenziali errori e saranno capaci di non rompere l’armonia della vita? Questi meravigliosi successi della scienza, impongono all’umanità un’ulteriore grande responsabilità di decisione sulla vita e sulla morte.


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lunedì 19 novembre 2007

La conoscenza: uno strumento per la sopravvivenza

Se nella “Genesi” la conoscenza è data sì da Dio, ma è l’uomo che sin dall’inizio si assume la responsabilità delle sue conseguenze, infatti mangia dell’albero della “conoscenza del Bene e del Male” contravvenendo all’ordine di Dio, nel mondo antico della Grecia la conoscenza è un dono, non del tutto spontaneo, degli dei.
Platone nel dialogo “Protagora” narra l’origine dell’uomo. Gli uomini, come tutti gli altri animali, vengono plasmati con la terra e con il fuoco dagli dei, quindi viene affidato a Epimeteo e a Prometeo la distribuzione delle facoltà naturali in modo che ciascuno possa sostenersi e difendersi, ma lo sbadato Epimeteo dette tutte le facoltà agli animali, lasciando nudo l’uomo. “Prometeo allora, trovandosi appunto in grande imbaraz­zo per la salvezza dell'uomo, ruba a Efesto e ad Atena il sapere tecnico, insieme con il fuoco e ne fece dono all'uomo. L'uo­mo, dunque, ebbe in tal modo la scienza della vita” (Platone, Protagora).
L’uomo, avendo acquisito il sapere tecnico, proprio delle divinità greche, per poter provvedere alle sue esigenze di vita, si distacca ulteriormente dagli altri animali e si avvicina alla natura divina. In qualche modo l’uomo è diventato responsabile di sé stesso, in quanto deve provvedere, diversamente dagli altri esseri viventi, a procurarsi i mezzi per sostenersi e per difendersi dalle intemperie e dalla minaccia degli altri animali.
Ma la conoscenza non può ridursi solo al sapere tecnico, essa serve soprattutto per la vita ‘politica’, infatti ogni uomo, non potendo svolgere tutte le mansioni sociali, ha bisogno della solidarietà degli altri. Per raggiungere tale finalità l’uomo deve superare il proprio egoismo (il proprio isolamento) e stabilire le norme di una convivenza pacifica e solidale.
È detto ancora nel ‘Protagora’ che gli uomini, vivendo sparsi e non riuscendo a vivere in società, erano ancora deboli nei confronti degli animali feroci. “Allora Zeus, temendo per la nostra specie, minacciata di andar tutta distrutta, inviò Ermes per­ché portasse agli uomini il pudore e la giustizia affinché servissero da ordinamento della città e da vincoli costituenti unità di amicizia(Platone, Protagora).
La conoscenza sia nel testo biblico che nel pensiero greco qualifica l’uomo, lo distingue dagli altri esseri viventi e lo avvicina alla divinità, tuttavia sembra in ambedue i contesti che la conoscenza sia un qualcosa in più offerto all’uomo, aggiunta al suo stato primitivo e serve appunto a sostenere, a moderare, e a difendere in qualche modo la prima funzione immediata e istintiva a lui attribuita.
La conoscenza razionale, come già detto, permette all’uomo di scoprire nuovi strumenti per sostenere e migliorare le condizioni umane sia nel sapere tecnico-scientifico sia nelle relazioni socio-politiche, ma questo sapere non riesce sempre a controllare gli istinti, pertanto spesso emergono dei comportamenti impulsivi, a volte violenti; né riesce a cogliere in una visione globale i vari aspetti della vita, di conseguenza, pur migliorando in molti aspetti la vita umana, spesso deforma il naturale evolvere degli esseri e degli eventi.


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mercoledì 7 novembre 2007

La conoscenza: il frutto dell’albero proibito

Nel primo libro della Bibbia “La Genesi”, dopo la narrazione della creazione dell’universo, delle piante e degli animali, si parla della speciale creazione dell’uomo. “Poi Iddio disse: ‘facciamo l’uomo a nostra immagine’…”(Gen. 1.26)
Pur avendo creato l’uomo a sua immagine, Dio ha voluto che l’uomo esercitasse le sue facoltà, assumendosi le responsabilità della propria vita, pertanto gli ha offerto la conoscenza come un’ulteriore opportunità.
Ovvero aveva dato agli uomini come a tutti gli altri esseri viventi i mezzi per vivere, gli aveva dato una superiorità e la padronanza sugli altri, “e il Signore Iddio fece germogliare dal suolo ogni specie di alberi piacevoli di aspetto e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino, e l’albero della conoscenza del bene e del male”. (Gen. 2.9)
Tuttavia aveva proibito di mangiare dell’albero della conoscenza, mangiando di quest’albero l’uomo avrebbe perso l’innocenza e in questo modo si sarebbe fatto carico delle conseguenze delle sue scelte. L’uomo ha osato mangiare dell’albero proibito, ma appena mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo prova il primo senso del pudore scoprendosi nudo, e quindi sente il peso della vita.
La conoscenza è una facoltà dell’uomo che lo distingue dagli altri esseri, o come disse il serpente “qualora ne mangiaste si aprirebbero gli occhi vostri e diventereste come Dio”(Gen. 3.5), difatti oltre a rendere consapevole l’uomo delle sue azioni, lo rende libero, in quanto tramite questa riesce a distinguere il bene dal male. Tale consapevolezza fa superare lo stato di innocenza e rende l’uomo responsabile delle proprie azioni, e ad ogni incremento della conoscenza ne consegue un ulteriore grado di responsabilità. Non tutti vogliono osare utilizzare a pieno la conoscenza e spesso ricorrono a miti, a modelli, ad abitudini tramandate rifiutando di affrontare il rischio del sapere. Ma l’uomo da quando ha cominciato a conoscere non può arrestarsi, senza venir meno allo statuto fondamentale della sua natura, anche se spesso emerge il rimpianto di uno stato primitivo di innocenza o la paura di non riuscire a dominare gli esiti delle conoscenze acquisite.

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