domenica 28 settembre 2008

Il Mito

La parola Mito deriva dal greco μΰθος che significa racconto. È un racconto, frutto di una grande fantasia, elaborato da vati, che cercavano a loro modo di spiegare il meraviglioso mondo a loro circostante.
Il loro modo di rapportarsi alla vita era molto diverso dal nostro. Gli antichi, che non erano dominati da un atteggiamento scientifico, e condividevano quotidianamente la propria vita con il mondo naturale circostante, apprezzavano questo mondo e lo consideravano simile alla loro vita: questo mondo era a loro familiare, condivideva la stessa vita, e aveva uno spirito simile al proprio. Inoltre i grandi fenomeni naturali, l'ordine delle stagioni, il cielo e il movimento degli astri, secondo il loro punto di vista, non potevano essere lì in modo casuale, ma erano regolati da forze intelligenti che chiamavano divinità, demoni, ninfe e satiri...
Oggi con l'esplorazione del mondo con metodo scientifico rendiamo ogni evento, o essere vivente, un oggetto dominato dal principio di causa ed effetto e pertanto lo riduciamo ad un mirabile, ma freddo meccanismo. Anche se, ancora oggi, chi vive a contatto per lungo tempo con la natura e persino con macchine, prova un certo legame quasi affettivo con queste, e spesso usa un linguaggio metaforico di apprezzamento nei loro confronti come se fossero delle persone.
Il mito, per gli antichi, era il mezzo di comunicazione consono alla loro esperienza di vita, e alla trasmissione della loro sapienza.
Gli antichi poeti, i vati, dicevano di essere ispirati dalle muse o da altre divinità, spiegando in tal modo ciò che noi chiamiamo estro poetico, ispirazione poetica.
I miti raccontano l'origine degli dei, le teogonie; con tali racconti i saggi antichi tentavano di mettere ordine alla vita. Stabilendo quale divinità fosse nata prima o dopo, cercavano di spiegare l'origine dell'universo; con la loro fervida fantasia creavano la primitiva cosmologia.
I miti sostenevano anche la vita umana, esortando al rispetto dell'ordine e delle leggi.. Infatti le leggi della natura erano state date da Zeus e guai a trasgredirle, coloro che non le rispettavano sarebbero stati inesorabilmente puniti.

Anche i primi filosofi si rifacevano ai miti, ma va sottolineato l'uso particolare del mito in Platone. Questi, che ha posto con forza la necessità dell'uomo di ricercare la verità in modo da poter progettare una vita politica giusta ed efficace, ha dovuto, come tutti gli uomini, fare i conti con la limitatezza delle capacità umane. Pertanto ha cercato nei suoi dialoghi di dimostrare le sue tesi, ma non potendole giustificare totalmente, spesso ha fatto ricorso ai miti, che, in questo caso, sono dimostrazioni approssimate fondate su credenze piuttosto che su dimostrazioni razionali. Anche se le sue considerazioni possono essere più o meno condivisibile, sono comunque da accettare per fede, per convenienza, non per fondato sapere.

In sintesi, il mito per gli antichi è una narrazione, che vuole spiegare l'origine del mondo, i fenomeni naturali e dare regole al comportamento umano individuale e collettivo. Nasce dall'esigenza di conoscere sé stessi e il mondo, ma per i limiti dei loro mezzi di conoscenza immaginano forze divine, non molto difformi dagli uomini. Importante è sottolineare che questi risultati acquisiti vengono dati come conclusivi, certi, perché suggeriti ai vati dalle divinità, quindi bisogna accettarli definitivamente.

Nella storia possiamo ritrovare infiniti miti, che, pur sotto forme diverse, rappresentano situazioni simili. Si comincia con la ricerca individuale o collettiva, quindi si consegue una una meta convincente che spesso viene ritenuta come l'unica possibile conclusione della stessa. Oppure si conoscono degli individui bravi nel loro ambiente, che vengono apprezzati e esaltati come modelli, in cui si ripone la propria speranza e la propria fiducia. Questi eventi o queste persone spesso diventano miti. Si è disposti a difenderli a qualsiasi costo, anche ad offrire la propria vita.
Non starò qui a richiamare gli infiniti miti affermatisi nella storia, è una fatica impossibile, perché ogni epoca nelle varie manifestazioni della vita individuale e sociale ha i suoi miti. Faccio riferimento a quelli più comuni, da cui ancora oggi molti sono imbrigliati: le varie ideologie, i vari modelli politici, le varie superstizioni e credenze, ma anche l'esaltazione di attori, calciatori, squadre....

Tali miti possono esercitare delle influenze benevoli perché creano condivisioni di obiettivi sociali da conseguire e quindi coesione sociale, offrono agli individui delle finalità da conseguire, oppure dei modelli da emulare... ma spesso, purtroppo, questi miti, appunto perché fondati su sentimenti e fede, sono accettati come risultati ultimi della ricerca per cui ottundono le menti umane, bloccano la criticità e la creatività del pensiero, sfociano nel fanatismo. Spesso coloro che condividono alcuni miti si scontrano con altri, che sostengono miti diversi. Si alimenta in tal modo la faziosità, che può sfociare in scontri di gruppo, in conflitti sociali, nelle guerre.
Bisognerebbe aver sempre presente che i miti sono anch'essi creazione umana, e come tali possono facilmente cadere ed evolvere; ma può accettare questa consapevolezza chi è avvinto dal mito?

giovedì 7 agosto 2008

Il gelso rosso

Era una serena mattina di luglio e i ragazzi alla spicciolata uscivano dalle tende e respiravano l'aria frizzante del primo mattino. Sull'orizzonte una grande palla di fuoco faceva presagire che sarebbe stata una di quelle giornate infuocate d'estate. I ragazzi si lavarono, indossarono i vestiti per l'escursione, quindi si radunarono per l'alzabandiera, recitarono le preghiere del mattino quindi la guida espose il programma della mattinata: “...oggi visiteremo una masseria, è alquanto lontana, bisogna sbrigarsi...”
I ragazzi fecero colazione, e s'incamminarono verso la masseria, per abbreviare il percorso decisero di seguire il viottolo che sovrasta l'acquedotto. Sembrava un piccolo drappello dell'armata Brancaleone, che andava alla conquista di nuove esperienze, qualcuno si era armato di bastone recuperato dai rami secchi al margine del viottolo.
Tra discussione e alcuni canti di gruppo si arrivò alla masseria. La guida, un giovane di qualche anno più grande dei ragazzi, raccomandò di tenere un comportamento corretto e di stare attenti ai cani e agli altri animali che erano nell'aia, quindi richiamò l'attenzione del massaro, lo salutò e presentò il gruppo dei ragazzi, questi salutarono a loro volta ed entrarono nell'aia. Altri operai si resero disponibili a guidare il gruppo.
Visitarono le stalle e i recinti dove erano le mucche, quindi a gruppetti visitarono i laboratori dove il latte veniva trasformato in formaggio. A tutti furono offerti dei provini dei formaggi e delle ricotte che produceva la masseria. Tutto si svolse con gentilezza e cortesia e con tanta attenzione dei ragazzi.
La calura di luglio si era elevata e i ragazzi trovarono rifugio sotto un grande albero, era un albero di gelso rosso. Qualcuno incominciò ad osservare i frutti, poi decisero di chiedere il permesso al massaro di poterli raccogliere. All'assenso di questi subito ringraziarono e incominciarono la raccolta, i più ardimentosi si arrampicarono sull'albero. Per le scosse da una “frasca” si staccò un gelso e cadde sulla maglietta di un ragazzo; questi ritenendo che il gelso fosse stato lanciato da un suo amico rispose con un lancio di un altro gelso. Incominciò una battaglia e in poco tempo i ragazzi, con le mani rosse per il liquore che emanava dai gelsi, impiastrarono di rosso tutti i vestiti. Sopravvenne la signora del massaro, che, visto la furiosa battaglia, richiamò con voce alta i ragazzi, “ragazzi le macchie di gelso non vengono facilmente via con il bucato, state rovinando i vestiti, smettetela”. I ragazzi sbigottiti smisero, si guardarono e scoppiarono in una grande risata, ci fu qualcuno che incominciò a recriminare dell'accaduto gli altri, avviene spesso così che per giustificare il proprio operato si scarica la responsabilità sugli altri. Era ormai l'ora del ritorno, né c'era la possibilità di una doccia né la possibilità di cambiarsi gli abiti, la guida ordinò il ritorno, era necessario giungere al campo all'ora di pranzo. Tutti sudici di rosso di gelso, stanchi sotto l'arsura del sole di luglio, i ragazzi, come gli ultimi reduci della disfatta di Waterloo, ripercorsero il cammino del mattino per il rientro.
L'arrivo fu puntuale, ma la vista dei ragazzi così sporchi e malconci allarmò le mamme, volontarie addette alla cucina, e don Vincenzo. Questo sacerdote, che dedicava la sua opera soprattutto ai ragazzi, era l'unico organizzatore e responsabile del campo. Appena arrivati, i ragazzi ripresero la ricusazione delle responsabilità; don Vincenzo, come era suo solito con ilarità ma con decisione, raccolse i ragazzi e fece loro osservare tra l'altro come il male è sempre presente nell'animo degli uomini anche nei momenti più sereni e più belli, quindi esortò i ragazzi a mettere da parte rancori, egoismi e aggressività e a curare con maggiore impegno la solidarietà e l'amicizia.
Il pasto era pronto e le donne chiamarono a tavola i ragazzi, che affamati e assetati com'erano non si fecero rinnovare l'invito come spesso accadeva.

mercoledì 6 agosto 2008

Egregio Onorevole

Durante il periodo della mia giovinezza ho vissuto con entusiasmo la vita politica del tempo; anche se con contrapposte linee politiche si dialogava con i compagni e spesso si passavano intere serate a discutere le varie opinioni.
Nella piazza principale del paese spesso si tenevano dei comizi, soprattutto, ovviamente, in prossimità delle elezioni, e la piazza era quasi sempre gremita dal popolo. Allora ero un democristiano e partecipavo ai comizi dell'on. Aldo Moro, iscritto nella lista per la Camera del Collegio elettorale Bari-Foggia, che con stile sobrio ed elegante dipanava la sua linea politica con decisa fermezza, ricevendo applausi e approvazione anche dalla parte avversa.
Per il Senato candidato unico per la Democrazia Cristiana nel collegio, che comprendeva anche il mio comune, era Onofrio Iannuzzi, un grande oratore, che riusciva a galvanizzare la piazza con i suoi discorsi, e, pur esprimendo una critica ideologico-politica, aspra in quel momento, era sempre rispettosa dell'opinione altrui, e comunque non scadeva mai in volgarità.
I cittadini alla fine del comizio si soffermavano a discutere, confrontando le proprie valutazioni sia di adesione che di opposizione.
Ho ricordato questi due onorevoli, ma anche gli altri, di maggioranza e di opposizione, si distinguevano per solidità culturale-ideologica e per eleganza di stile.
Anche quando teneva i comizi Almirante, che pure sollevava delle serie tensioni per il forte conflitto ideologico dell'epoca, non veniva meno il reciproco rispetto e l'eloquio era sostenuto e di stile elevato.
Da tempo rilevo che il dibattito politico, pur non mancando di acute riflessioni politiche ed economiche, spesso scade in diatribe di parte. Inoltre il comportamento e il linguaggio dei leaders di grandi partiti sta diventando goliardico e triviale. Di riflesso tale linguaggio viene ulteriormente aggravato dai loro seguaci, che nella rete internet invece di confrontarsi sulle questioni politiche con serenità, tifano per uno e l'altro schieramento con un linguaggio che spesso riprende quello dei leaders nelle espressioni più colorite. Non è bello leggere volgarità nei dibattiti che dovrebbero essere “politici”.
Ritenevo che la nostra società avesse avuto un notevole progresso di civiltà e di cultura, ma dalle considerazioni suddette mi sembra che si vada verso un imbarbarimento, e ciò viene ulteriormente confermato quando per scusare alcune espressioni volgari dei leaders si dice “stava parlando alla pancia del suo partito”. È mai possibile che un leader di altra epoca rivolgendosi agli operai e a dei “rozzi” contadini usava un linguaggio decoroso ed elegante, mentre oggi per farsi capire debba usare un linguaggio volgare se non scurrile?
Se il linguaggio denota l'animo dell'uomo ...

martedì 1 luglio 2008

Un paese senza immondizia

Negli anni 1940-50 nei piccoli centri urbani, come Ruvo di Puglia, la spazzatura non era ancora diventato un grave problema.
Nelle case non si produceva tanta spazzatura perché non c'erano né oggetti di plastica né buste di plastica. I vari imballaggi di carta o di legno venivano riutilizzati fin quando era possibile, quindi venivano bruciati nel camino domestico (in quegli anni si cucinava nei camini o su cucine a legna).
Gli abiti venivano usati fino all'usura quasi totale: prima venivano usati quando si usciva la sera in piazza, o per incontrasi con amici e parenti in città; poi si indossavano per il lavoro, e spesso le mamme quando i vestiti erano in parte rotti cercavano di rattopparli. C'era un detto che sollecitava all'igiene che diceva: non bisogna vergognarsi delle toppe ma delle macchie e della scarsa igiene. Quando i vestiti erano mal ridotti alcuni venivano trasformati in strofinacci, altri erano scambiati con altri oggetti o venduti agli straccivendoli, che passavano spesso nel paese. Persino i capelli delle donne, che cadevano nella pettinatura, erano raccolti e venduti.
Tegami di alluminio o di rame rotti e non più utilizzabili, e altri arnesi di metallo erano venduti ad alcuni acquirenti, che più volte durante la settimana, passavano con il loro carretto trainato dall'asino.
I residui dei prodotti agricoli erano riciclati, la morchia dell'olio era venduta per fare il sapone, se proprio non lo si faceva in casa; il mallo delle mandorle era bruciato per ricavare sostanze chimiche; le bucce dure delle stesse erano una risorsa, perché avevano un alto potere calorico ed erano utilizzate dai fornai, che le bruciavano per riscaldare il forno e ne ricavano la carbonella, che la rivendevano per uso domestico: per cucinare o per riscaldare la casa durante l'inverno.
Anche la cenere spesso era utilizzata per preparare la lisciva, molto utile per pulire la biancheria.
Le giare, le brocche e spesso i grandi piatti di terracotta erano riparati da artigiani ambulanti con punti di ferro e cemento.
I contadini, che erano la maggioranza della popolazione, portavano nei campi gran parte dei residui umidi della cucina, quindi rimaneva poca spazzatura che durante la notte o al primo mattino veniva accumulata agli angoli delle strade. Questa veniva raccolta dagli spazzini, che con con una pala la caricava su un carro e tutto restava pulito.
Una maggiore attenzione richiedeva la pulizia delle strade: queste se nel centro storico fino al corso erano lastricate, nel resto del paese erano sterrate o brecciate (ricoperte di sassi spezzati in modo da trattenere la terra e per evitare l'accumulo di fango), inoltre erano frequentate da carri trainati da muli o cavalli, che spesso lasciavano escrementi. Questi resti, quotidianamente, erano raccolti con particolari scope e pale dagli addetti all'igiene urbana.
Non c'era una grave difficoltà per lo smaltimento di tali rifiuti, perché, tranne qualche residuo di ceramica o di vetro, erano quasi tutti di sostanza organica che venivano dispersi in alcuni campi come concimazione, particolarmente accettati erano i residui raccolti dalle strade periferiche più frequentate dai carri.
Non ricordo questi fatti con rimpianto, perché all'epoca non c'erano il benessere e l'igiene dei nostri giorni, tuttavia è da ammirare come i nostri padri riuscivano ad utilizzare e a riciclare quei beni che riuscivano a produrre. Oggi, invece, produciamo una grande quantità di beni, che usiamo solo in parte e poi buttiamo via, accumulando una grande quantità di rifiuti che spesso non riusciamo a gestire.

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Il problema spazzatura

Riprendo il discorso sui rifiuti solidi urbani di una cittadina con una popolazione prevalentemente dedita all'agricoltura. (Riferisco le mie esperienze)
Intorno agli anni 60 i problemi dello smaltimento dei rifiuti incominciano ad evidenziarsi. La diffusione delle lattine e della plastica fanno crescere i rifiuti solidi urbani che non possono più essere versati nei campi, non servono per la concimazione, creano disagio alla coltivazione e sono inquinanti.
Si diffondono le cucine a gas e non si bruciano i residui della carta e del legno; la popolazione, pur occupata in maggioranza nell'agricoltura, si articola con altre attività economiche e impiegatizie, i cui addetti generano maggiore quantità di rifiuti che non posso smaltire da sé; inoltre le strade vengono tutte asfaltate, si sviluppano nuovi prodotti per l'igiene della casa, si sviluppa il consumo, diminuisce la sensibilità al recupero, pertanto si accumulano maggiore quantità di residui.
Cambia la raccolta dei rifiuti urbani: non possono essere versati all'angolo delle strade, ma sarà raccolta, come si dice ora “porta a porta”, non più con carri a trazione animale, ma con mezzi meccanizzati.
I netturbini durante la prima mattina passavano e con i fischietti segnavano la loro presenza, le mamme o i ragazzi uscivano di casa e versavano le pattumiere sui carretti con bidoni dei netturbini, quindi passavano gli autocarri che caricavano la spazzatura per trasferirle nelle discariche.
Siamo nel cosiddetto periodo del “boom economico” la società cambia, il benessere si incrementa sempre di più, crescono i consumi, crescono a dismisura gli scarti, a cui solo pochi si interessano, la soluzione più facile e più comune diventano le discariche.
Anche le industrie pensano alla produzione di beni, con tecnologie sempre più sofisticate, con la ricerca di nuove materie sintetiche, con lo sviluppo di prodotti chimici, ma non si preoccupano dei residui e degli scarti, che versano nei fiumi o nelle discariche a cielo aperto.
Mentre ci si preoccupa del benessere, si sta creando un disastro ecologico.

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