martedì 19 giugno 2007

Ruvesi ad Origgio

L’8 settembre 1943 l’Italia proclama l’armistizio, quindi la fine della belligeranza contro gli Alleati, ma non aveva avuto il tempo, forse anche la possibilità, poiché a fianco degli italiani combattevano i Tedeschi, di definire la riorganizzazione dell’esercito; per cui questo in molti luoghi subì l’aggressione tedesca; molte volte si sciolse disordinatamente: solo parte della marina mantenne una certa unità. In tale circostanza l’esercito nel nord Italia si trovò travolto dagli eventi e molti soldati fuggirono cercando ripari provvisori, o ritornando alle proprie case, o collaborando con le formazioni della Resistenza.
Un soldato Francesco Campanale di Ruvo di Puglia si trovò sbandato, era difficile per lui tornare in famiglia al proprio paese, perché era lontano e non disponeva di mezzi, inoltre ciò era molto rischioso perché avrebbe dovuto attraversare i fronti che man mano si andavano formando in Italia, tra Tedeschi e Alleati.
Decise di chiedere ospitalità presso una famiglia di Lonate Pozzolo e ebbe la fortuna di essere accolto dal capofamiglia e lui si mise a disposizione per accudire ai lavori della fattoria di proprietà del benefattore.
Finita la guerra, mentre nell’Italia meridionale si viveva un periodo di profonda crisi e quindi di disoccupazione, nel Nord Italia la ricostruzione dopo i danni della guerra e la ripresa delle attività produttive (lo sviluppo industriale, precedente la guerra, in Italia era avvenuto nel Triangolo industriale Torino, Genova, Milano) richiedeva sempre più manodopera.
Pertanto il signore di Lonate invitò Francesco, poiché non aveva un lavoro sicuro nel suo paese, a rimanere a lavorare presso la sua fattoria, anche perché nel frattempo si era affermata tra i due un buon rapporto di fiducia e di stima. Francesco decise di restare.
Il lavoro al sud del paese mancava o era precario e comunque mal pagato per cui il giovane Francesco scrivendo alla sua famiglia raccontò le sue condizioni di vita e ricevendo non altrettante notizie positive per il lavoro del fratello Ignazio lo invitò e lo incoraggiò a trasferirsi con la propria famiglia al Nord.
In questo modo si ricompose la famiglia con mogli e figli e la vita riprese con serenità, anche se il loro animo covava il ricordo e il rimpianto del proprio paese; si troverà ogni tanto un momento per ritornare e rivivere i legami, gli affetti della propria giovinezza.
Il fabbisogno di manodopera nell’azienda agricola si faceva sempre più impellente, soprattutto nel periodo primaverile ed estivo, periodo in cui per il clima favorevole è possibile lavorare nei campi; negli altri mesi, per il freddo, il lavoro era ridotto alla manutenzione ordinaria degli allevamenti.
Il proprietario e gestore dell’azienda chiese ai due fratelli di invitare loro conoscenti a formare una squadra di lavoratori per sopperire ai lavori stagionali.
Tra i due fratelli non ci fu subito accordo perché uno di loro temeva di perdere questo sicuro lavoro, e quella serenità che un numeroso gruppo di compaesani avrebbe potuto turbare, tuttavia per la gratitudine verso il loro padrone e benefattore accettarono di invitare conoscenti e amici a formare una squadra per il lavoro stagionale.
Questi operai di Ruvo, si trasferirono ad Origgio ove trovarono degli alloggi provvisori nelle cascine, dopo i circa sei mesi rientrarono al proprio paese con la promessa che sarebbero tornati l’anno successivo.
Puntualmente nella stagione, propizia ai lavori nei campi, ritornarono. Mentre si lavorava in agricoltura, alcuni esaminarono altre possibilità di lavoro nell’edilizia o nelle manifatture esistenti nel territorio. Infatti molti di questi operai trovarono impiego sia nel settore edile sia nelle manifatture di cotone o in altri settori.
Non erano certamente tutti ruvesi i nuovi operai, che arriravno da tante parti d’Italia, tanto che sul posto erano sorte degli istituti di accoglienza di operai e operaie.
Travato il lavoro sicuro e continuativo, molti operai fecero trasferire le proprie famiglie, i giovani tornati al proprio paese convinsero i loro amori a considerare le nuove situazioni e le nuove speranze che si erano create e spesso convinsero le ragazze a partire con loro. In questo modo il piccolo gruppo divenne una comunità che col tempo si è integrata nella comunità cittadina.
Nella mia permanenza ad Origgio non ho ascoltato alcuna critica nei confronti dei miei compaesani, di cui si conosceva la laboriosità e la buona convivenza. Un qualche dissenso ancora permaneva in relazione all’attribuzione dell’edilizia popolare, ma questa era una questione rivolta a tutti gli immigrati e dovuta ad una larvata gelosia dei primi residenti che vantavano dei diritti di privilegio nei loro confronti nell’attribuzione delle stesse.
Ora dissipate queste piccole questioni, l’integrazione sembra compiuta, i giovani, nati ad Origgio da genitori ruvesi a fatica ricordano il dialetto dei propri padri e quando tentano di parlarlo suscitato ilarità nei loro stessi genitori; molti affetti che li tenevano legati alla propria terra, pur forti, si vanno scemando, salvo ad emergere nei momenti dei ricordi e delle nostalgie.


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domenica 20 maggio 2007

La vita è mia

Spesso nella discussione con i giovani e tra i giovani, si sente l’affermazione “la vita è mia” con la conseguente affermazione spesso sottaciuta “e la gestisco io”.
Questa affermazione viene espressa soprattutto quando i giovani vengono richiamati ad una maggiore attenzione nella guida dei ciclomotori o, dopo che hanno conseguito la patente, delle auto, oppure quando sono chiamati ad una maggior senso di responsabilità nella cura della salute o nei comportamenti sociali.
È evidente in questa affermazione l’esaltazione di un individualismo esistenziale, chiuso in se stesso che non tiene conto della complessità dell’esistenza e delle relazioni da cui l’individuo stesso è forgiato.
La conferma dell’inscindibilità dell’individuo dal contesto esistenziale si ha nel caso, non poco frequente ai nostri giorni, di gravi incidenti mortali, purtroppo con la perdita di giovani vite.
I genitori, che hanno messo al mondo queste creature sono disperate e porteranno impresse nei loro cuori questo dolore per tutta la loro vita; gli amici, che si chiedono il perché di tale destino, spesso affermano nei manifesti “vivrai per sempre nei nostri cuore”, e la ragazza, che aveva riposto in lui l’amore, vede venir meno tutte le speranze del felice futuro che andava con lui progettando.
Questi gravi e tristi casi manifestano con chiarezza che se è certamente responsabile della propria esistenza il singolo, è pur vero che un individuo non si fa da sé, è un progetto che s’interseca con tanti altri progetti.

martedì 15 maggio 2007

Essenza ed Esistenza

L’uomo, sin dall’antichità ha voluto conoscere la verità, tuttavia attribuendo a questa parola il significato di una conoscenza che vale per sempre e per tutti, si è imbattuto in una grave difficoltà, già individuata da Eraclito, ovvero non è possibile descrivere un volta per sempre un essere vivo, attivo.
Parmenide a sua volta affermava che solo l’Essere si può pensare e dire ed attribuiva a tale essere gli attributi di unicità e staticità. Da Platone tanti filosofi hanno ritenuto di cogliere la verità nel mondo delle idee, delle sostanze, delle essenze ritenendo di poter andare oltre i dati soggettivi dell’esperienza e rifugiarsi nel mondo impervio di una conoscenza puramente intellettuale.
Quando i filosofi si sono resi conto dei limiti della conoscenza umana e dell’impossibilità di poter dominare tutto il reale hanno rivolto l’attenzione all’esistente e questo è apparso in tutta la sua complessità e indefinibilità.
È stato detto che l’esistenza ha come categorie fondamentali la possibilità e la scelta, quindi il rischio e la responsabilità individuale.
Le problematiche a riguardo sono tante, mi riservo di ritornarvi, ma le categorie esistenziali sono ormai radicate nella società, tanto da diventare oggetto di riflessioni comuni.

sabato 28 aprile 2007

La dieta

Non sono un dietologo, ma voglio esprimere una mia semplice opinione frutto di proprie esperienze, di letture e di vita. I dietologi, come i medici e tanti studiosi, dopo varie ricerche definiscono i principi della nostra alimentazione, quindi in relazione a tali principi stabiliscono le varie diete. (Certamente sto affermando delle ovvietà di cui tutti sono convinti soprattutto chi con professionalità esercita tale attività).
Gli studi scientifici si basano su tante osservazioni, su dati statistici, sull’analisi dei dati raccolti. Le conclusioni a cui pervengono sono la sintesi di tali esperienze, che offrono delle indicazioni generali valide, ed è opportuno tenerle presenti quando si stabilisce una dieta. Ma quando si definisce la dieta per un individuo, bisogna operare con la massima cautela, perché bisogna seguire un processo inverso a quello seguito negli studi, ovvero nell’applicazione dei principi generali bisogna considerare le condizioni particolari dell’individuo: il suo metabolismo, il suo comportamento e direi anche le condizioni climatiche dell’ambiente in cui lo stesso vive.
Ecco perché nell’adottare una dieta bisogna prestare la massima attenzione e come gli specialisti raccomandano, quando si fa una dieta impegnativa, è opportuno consultare il medico o il dietologo, i quali dopo una seria conoscenza dell’individuo definiranno la dieta opportuna e seguiranno le sue varie fasi.

venerdì 6 aprile 2007

La dignità dell’uomo

L’uomo si è sempre considerato un essere privilegiato nei confronti degli altri esseri, anche se le sue peculiarità sono state interpretate in vario modo nel corso della storia.

Nell’antichità l’uomo era un essere animato tra tanti esseri animati, e la sua anima poteva incarnarsi anche in altri esseri viventi (nella trasmigrazione delle anime), tuttavia nell’uomo l’anima appariva con la sua intelligenza.

Aristotele distingue gli esseri viventi in esseri vegetali, sensitivi, razionali attribuendo a ciascuno un’anima che governa il proprio stato; all’uomo attribuisce la capacità intellettiva, ovvero la capacità di cogliere le idee.
Anche gli altri filosofi greci, pur se con differenti accezione, considerano l’uomo capace di conoscenza, di libertà e di felicità.

Nelle religioni monoteistiche l’uomo ha una particolarità, che lo distingue dagli altri esseri, è simile a Dio, è l’essere prediletto di Dio, perchè Dio gli ha comunicato direttamente la vita dandogli l’anima, il soffio divino. Tuttavia le religioni, pur riconoscendo all’uomo la libertà, ritengono che Dio si preoccupi di lui e lo guidi alla salvezza.

Durante l’Umanesimo, all’uomo, pur sempre creatura di Dio, viene riconosciuta la libertà di prendere autonomamente decisioni per la sua vita, e di essere attore nella storia. L’uomo è al centro nella scala degli esseri.

Nel ‘600 e ‘700 l’uomo è soprattutto ragione che illumina e domina ogni cosa, ma intanto il suo corpo è diventato un oggetto di scienza così come tutti gli altri esseri viventi. Vivo è in questo periodo il dibattito tra i razionalisti empiristi e i razionalisti innatisti, cioè tra coloro che sottolineano la superiorità dell’uomo in quanto essere spirituale e libero e coloro che riducono l’uomo ad una meravigliosa macchina, regolata da leggi fisiche; questione ancora aperta.

Da sempre si è posto con forza il problema della difesa dell’individualità o dell’appartenenza ad un’entità superiore: l’uomo ha valore in sé in quanto individuo o acquista un senso in quanto partecipe della vita di Dio o dell’umanità o di una società?

Le risposte differiscono secondo la sensibilità insita in ciascuno. Ma da ottimista, che sono, ritengo che l’uomo abbia una propria dignità, che va rispettata e difesa.

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