lunedì 13 maggio 2013

…“Siamo noi stessi a prendere direttamente le decisioni o almeno a ragionare come si conviene sulle circostanze politiche: non riteniamo nocivo il discutere all'agire, ma il non rendere alla luce, attraverso il dibattito, tutti i particolari possibili di un'operazione, prima di intraprenderla”… (TUCIDIDE)


 
In democrazia è essenziale la discussione e il dialogo, se tutti i cittadini (o almeno quelli che vogliono partecipare alle scelte politiche) devono conoscere le condizioni e gli obiettivi delle azioni da intraprendere. Perciò è indispensabile la conoscenza dei fatti, il possesso di competenze, ma è altrettanto importante la consapevolezza della complessità degli eventi e che spesso offrono prospettive diverse che risolvono in modo differente o discorde gli interessi dei cittadini. Da ciò consegue la necessità della discussione per una condivisione o una mediazione delle scelte che non avvantaggino solo alcuni, ma si consegua un obiettivo che migliori il benessere comune e trovino soddisfazione gli interessi della maggior parte, compresa anche quella parte che risulti minoranza o opposizione politica. Ciò non significa che le scelte debbano necessariamente essere decise all’unanimità, perché nei dibattiti tale unanimità si consegue raramente. Dopo un’analisi accurata dei fatti, un’adeguata discussione per cercare un convincimento possibile, si deve passare dalla discussione ai fatti. Dalla riflessione deve conseguire un’azione decisa e attiva. È assurdo prolungare la discussione a tempo indeterminato senza operare delle scelte fattive; così operando si paralizza la vita democratica e potrebbe sfociare alla fine stessa della democrazia. È altrettanto irragionevole che in democrazia ciascuno non voglia mettere in discussione i suoi punti di vista e le sue scelte, si bloccherebbe ogni discussione, ogni confronto, manifestando l’arroganza di possedere l’unica certezza degli eventi e la volontà di sopraffazione, elementi, anche questi, che provocano fine  della democrazia.

martedì 23 aprile 2013

… si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, per cui, eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità…(TUCIDIDE)


 
Chi eleggere? Per quanto tempo?

Con il sistema elettorale in vigore (legge n. 270 del 21 dicembre 2005) queste domande emergono spontanee, perché non c’è un diretto rapporto tra parlamentari e popolo, in quanto questi non sono scelti dai cittadini ma dalle direzioni di partito con l’avvallo esplicito o implicito del presidente o del segretario o non so come definire i dirigenti (fuori del Parlamento) del M5S. Giustamente ci si chiede perché devono stare lì per tanto tempo? Oppure, come qualcuno si è chiesto, chi può arrogarsi il diritto di giudicare i parlamentari come presentabili o impresentabili? Non esiste alcuna istituzione, tranne la Magistratura per alcuni reati, che possa dare risposte a tale domande.

Anche quando un partito, per un criterio interno, stabilisce che si può essere candidati per due o tre legislature non mi sembra un criterio adeguato, perché possono esserci dei parlamentari che, oltre ad aver stabilito dei rapporti efficaci con il popolo, si sono distinti per il loro impegno politico, e hanno acquisito efficaci esperienze di politica nazionale e internazionale, che sono utili ai fini della gestione della res pubblica.

Ritengo che una risposta possa essere data riprendendo in considerazione l’affermazione di Tucidide della Grecia classica: anche nell’Atene democratica si poneva il problema di chi dovesse occupare un ruolo pubblico. Ecco la risposta: in un popolo ci sono tanti interessi e tante occupazioni, ognuno cittadino stabilisce tante relazioni per cui “si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, e eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità”.

La valutazione di chi andrà in Parlamento spetta al popolo che riconoscendo le capacità professionali e i rapporti politici dei candidati sceglierà l’uno piuttosto che l’altro. Per rendere conoscibili tali capacità, è opportuno che ci siano collegi elettorali legati al territorio e poco estesi, sufficienti per poter stabilire dei rapporti politici tra eletti ed elettori, basati sulla stima e sulla fiducia.

Certamente la scelta spesso può essere non del tutto ponderata, per disinformazione, per ingannevole retorica elettorale, alcune volte per subordinazione socio-economica.

Chi vuole vivere in un paese democratico deve informarsi e interessarsi, anche quando vige una democrazia rappresentativa. Gli effetti delle leggi ricadono sulla vita di ciascuno, e se i cittadini non sono tutti esperti di politica, possono valutare l’incidenza delle leggi sulla vita di ogni giorno e comportarsi di conseguenza.

Per quante legislature devono essere elette le stesse persone? Fino a quanto resiste il rapporto di stima tra ciascun rappresentante e i suoi elettori. Ritengo opportuno comunque che venga stabilito un limite di età (75 anni come avviene per i vescovi?) oltre il quale  l’esperienza e la saggezza degli uomini politici possa essere messa al servizio della comunità sotto altre forme, piuttosto che con un impegno parlamentare o istituzionale (ciò potrebbe essere opportuno anche in tanti enti istituzionali ed economici).   

sabato 13 aprile 2013

re[L]azioni presentata dall’attrice Bianca Nappi


Ho seguito con piacere e interesse lo spettacolo teatrale     re[L]azioni. L’attrice Bianca Nappi ha presentato i due monologhi di Neil LaBute, con grande efficacia, trascinando il pubblico nei labirinti del pensiero dell’autore, con una recitazione avvincente e coinvolgente. Attraente è stata quando, rivolta verso il pubblico, ha inveito contro lo spasimante. Brava Bianca nel rendere reale sulla scena ogni evento che racconta.

I due monologhi, anzi tre, riferiscono tre stati d’animo differenti in qualche modo unificati dalla immediatezza della reazione, e dalla visione estetica delle circostanze.

Una donna in attesa è tradita dal suo uomo, pertanto decide di cogliere dell’amore l’esaltazione del piacere non ripetibile; "uno, uno per una volta", la relazione rimane sensuale, superficiale, viene meno in lei la fede nell'amore grande, duraturo, eterno.

Inveire contro l’Islamismo in modo paradossale  ed esaltare l’operato del presidente Bush, se può essere una reazione comprensibile, una reazione immediata all’attentato dell’11 settembre, che giustamente richiede l’individuazione e la punizione dei colpevoli, non può essere trasformata in guerra di cultura (o di religione). Si sarebbe trascinati nello stesso fanatismo e acuirebbe ancora di più la radicalizzazione culturale, per cui la critica  della scelta politica di Obama mi sembra esagerata.

Anche l’invettiva contro il corteggiatore  è una reazione  forte, immediata, della donna che vuole difendere la propria dignità e libertà, nei confronti dell'uomo che la vorrebbe  legata a sè con un vincolo di subordinazione.

La libertà è la possibilità di autorealizzarsi di scegliere il proprio modo di vivere, ciascuno con la propria bellezza e con i propri rischi. E' l’esistente (uomo o donna) che porta il peso della scelta, sperando che non cadi nell’angoscia...

sabato 23 marzo 2013

La preghiera di Gesù


 
 
1.      Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te.

2.      Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.

3.      Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.

4.      Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare.

5.      E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.

6.      Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola.

7.      Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te,

8.      perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.

9.      Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi.

10.  Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro.

11.  Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.

12.  Quand'ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura.

13.  Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.

14.  Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

15.  Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno.

16.  Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

17.  Consacrali nella verità. La tua parola è verità.

18.  Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo;

19.  per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.

20.  Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me;

21.  perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

22.  E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.

23.  Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.

24.  Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.

25.  Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato.

26.  E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Giovanni 17, 1-26

 

sabato 16 marzo 2013

Quanti in Parlamento?

Il numero dei parlamentari dipende da come si intende la democrazia e quali funzioni si affidano alle istituzioni.

Nell’Europa, tra il ‘600 e il ‘700, si è affermato il bicameralismo; tale istituzione era determinata dalle condizioni sociali dell’epoca e da come era gestita la sovranità. Il monarca deteneva tutti i poteri dello stato che spesso delegava ad un primo ministro e ad altri funzionari. Quando il terzo stato, in modo particolare la borghesia, diventa classe determinante per lo sviluppo del paese, impone al re o ai suoi ministri il controllo del loro operato, soprattutto delle spese e delle tasse, nasce il parlamento con due camere. La camera bassa esprime la volontà del popolo, la camera alta la volontà del sovrano: le leggi si consideravano approvate quando si raggiungeva un accordo tra le due camere.

Tale bicameralismo è stato confermato non solo nelle monarchie costituzionali contemporanee, ma anche quando gli stati si sono dati istituzioni repubblicane, per una rilettura e approvazione delle leggi prima della promulgazione.

La democrazia, anche quella rappresentativa, dovrebbe riassumere le volontà del popolo, per cui la Costituzione italiana, prevede l’elezione dei parlamentari da parte del popolo, al quale devono giustificare il loro operato tramite il passaggio elettorale. Tuttavia ritiene che il mandato chiesto al popolo non sia vincolante, perché i parlamentari devono pur giungere a sintetizzare le volontà popolari in una norma condivisa.

La prima sintesi si realizza tramite i partiti, coloro che rappresentano bisogni simili e di conseguenza possono assumere iniziative parlamentari affini, si riuniscono in gruppi partiti.

Nel tempo i partiti hanno assunto il ruolo di  creare e di orientare il consenso, riducendo l’intervento individuale dei parlamentari. Affermandosi il principio di centralismo democratico o della disciplina di partito si è pervenuto alla partitocrazia, degenerata in seguito nei partiti personali.

Quanti al Parlamento?

1.    Anzitutto, poiché non c’è più la monarchia e la base elettorale è uguale, in quanto espressa dagli stessi partiti politici presenti nelle due camere in modo proporzionale, il Senato è inutile e potrebbe essere abolito o ridotto con funzioni diverse da quelle della Camera dei deputati.

2.    Se il Parlamento è espressione di partiti personali, il numero dei parlamentari, il cui ruolo è ridotto a votare le decisioni del leader e nelle migliori delle ipotesi al ruolo di consulenti del capo, potrebbe essere drasticamente ridotto.

3.    Una decisione simile potrebbe essere adottata in uno stato di partitocrazia, in quanto le scelte politiche avvengono nelle direzioni dei partiti. Non cambia la rappresentanza democratica con il M5S, i cui rappresentanti, per ora, seguono le direttive di due personaggi (uno noto, l’altro non del tutto conosciuto), che sono fuori dal Parlamento.

4.    Se il Parlamento è veramente espressione del popolo, allora dovrebbe esserci un numero congruo per esprimere le varie esigenze del popolo sia come espressione dei bisogni generali, sia come espressione delle necessità territoriali. Essendo la popolazione italiana intorno ai 60.000.000 e considerando che ci sono delle istituzioni intermedie, Comuni e Regioni (le Provincie, in quanto enti amministrativi potrebbero essere eliminate), il numero attuale dei parlamentari alla Camera dei deputati, in funzione della effettiva rappresentanza popolare, non dovrebbe essere ridotto eccessivamente.