mercoledì 30 novembre 2011

La peggior settimana della mia vita

Il film di A. Genovesi “La peggior settimana della mia vita” a prima vista è una simpatica commedia che travolge lo spettatore in un vortice di situazioni comiche. Ma riflettendo sui comportamenti dei vari personaggi, può emergere una seria riflessione sulla quotidianità vissuta, in cui prevale un atteggiamento estetico-sentimentale a scapito di una vita etico-responsabile.
L’ex amante è fuori di sé dominata da una passione ossessiva; Margherita, la sposa, è innamorata ed è trascinata dal suo amore; l’amico di Paolo e la sorella di Margherita sono travolti da un colpo di fulmine appena si incontrano; la Madre vive, tra l’attenzione per il cane e i preparativi della festa del matrimonio, in uno stato di stordimento.
I due personaggi che avrebbero potuto controllare gli eventi con un maggiore realismo, Paolo e il padre della sposa, perdono ogni possibilità di razionale intervento, l’uno, per non contraddire i futuri suoceri non riesce ad esprimere quanto in realtà sente, mettendosi in situazioni imbarazzanti, l’altro rinunzia a qualsiasi intervento, rilassandosi nella costruzione di un muretto, che vorrebbe nelle sue intenzioni porre ordine, difatti crea solo un ostacolo all’irruento comportamento dell’amico di Paolo.
La ragionevolezza e il senso di responsabilità in questa commedia sono travolti, come spesso accade sulla scena della vita, anche se su questa scena non sempre si ride… e comunque bisogna accettarla come sembra voler dire la nonna, ridotta in fin di vita dall’irresponsabilità di Paolo.

lunedì 3 ottobre 2011

Chi sono

Mi chiamo Giulio Campanale, sono nato quando la Seconda Guerra Mondiale era già finita, ma non era stato espletato il referendum per la nascita della Repubblica Italiana, tuttavia non mi sono mai sentito monarchico.

É bello star seduto su uno scoglio quando il mare è calmo ed ascoltare il gorgoglio dell'acqua. Mi piace osservare il mare in tempesta con le onde che si infrangono sugli scogli. Ma quando sono in acqua so nuotare come una cozza attaccata ad uno scoglio.

Il cielo mi inebria di infinito, sogno di spaziare tra gli astri. Quando è possibile osservare il cielo stellato, mi soffermo su la più piccola stella, e penso: “dista milioni di anni luce, quanto tempo impiegherei per raggiungerla?”. Vorrei volare, ma non ho fatto un viaggio in aereo e forse non lo farò mai.

Il mare e il cielo sono meravigliosi, ma io, uomo di terra, su questa mi trovo a mio agio: in questa metto i semi e col tempo vedo i germogli, le piante e i frutti. Sulla terra cammino, da giovane correvo, riuscendo a superare ostacoli imprevisti. I verdi prati attirano il mio interesse, gli alberi in fiore alimentano la speranza di un buon futuro, la raccolta dei frutti mi fa felice. La natura, che cambia col trascorrere delle stagioni, si arricchisce di colori e di suoni, mi coinvolge e mi trascina nella vita.

Gli eventi della vita mi hanno condotto ad esercitare una professione molto importante, quella di docente nel liceo: essere vicino a dei giovani che nella loro adolescenza vogliono distaccarsi dal mondo adulto e sentirsi autonomi, hanno bisogno di aiuto ma spesso si rifiutano di ascoltare. Con decisione, ma con il massimo rispetto ho fatto percorrere gli eventi e i problemi dell'umanità per permettere loro di intraprendere il presente, per facilitare il loro orientamento. Non mi illudo che tutti abbiano reagito in modo positivo alle varie sollecitazioni, ma spero che il tempo speso per loro non sia stato vano.

domenica 4 settembre 2011

La raccolta delle mandorle

Alla fine di agosto le mandorle aprono il mallo, è il momento opportuno di raccoglierle, prima che inizi la vendemmia dell’uva da vino. Si allestiscono i teli, le verghe per batterle, i sacchi necessari per trasportale. Quando tutto è pronto, di buon mattino, perché le giornate assolate di agosto e inizio settembre rendono faticoso il lavoro, i contadini, sui carri, si recano ai campi.
“Incominciamo dalla parte in fondo al campo”, “Andiamo” dice chi dirige i lavori, di solito il capo famiglia se è coltivatore diretto.
Gli operai si caricano sulle spalle gli attrezzi e vanno in fondo al campo. A pena stesi i teli sotto l’albero due giovani operai saltano sull’albero e incominciano a battere i rami, le mandorle cadono con veemenza, bisogna scostarsi dall’albero. “Attenzione! Non vi poggiate sui rami deboli”, “battete quell’altra frasca!” “Gianni, prendi la verga, fai un giro intorno per qualche mandorla dimenticata”.
Quando i battitori scendono dagli alberi, vengono raccolte anche le mandorle cadute fuori dai teli, quindi si tirano i teli in modo da ammucchiare e si versano nei sacchi.
Negli anni 50-60 c’era ancora tanta povera gente, e molti seguivano i raccoglitori di mandorle per “spigolare” ovvero ricercare qualche mandorla dimentica sugli alberi o caduta vicino al tronco. Ciò era consentito quando erano stati raccolti tutti gli alberi del campo, ma spesso gli spigolatori entravano nel campo quando gli altri stavano ancora a lavorare e spesso suscitavano degli alterchi, fino a coinvolgere le guardie campestri.
La raccolta non è un lavoro tanto pesante, ma ripetendo le stesse operazioni per l’intera giornata a ritmo sostenuto, gli operai sono sudati e stanchi. È finita la giornata di lavoro: si trasportano a spalla i sacchi ripieni sul carro, si ripongono tutti gli attrezzi sullo stesso, infine salgono gli operai e si ritorna al paese, dove devono scaricare il carro e riporre le mandorle in deposito, che spesso risulta essere la casa del coltivatore proprietario.
Il tragitto dal campo alla dimora è breve e pianeggiante, ma spesso non è così agevole. Alcune volte ci vogliono una o più ore e dei tratti di strada sono in salita. Nelle strade in salite spesso il mulo o il cavallo fanno fatica a tirare il carro carico, allora bisogna alleggerire il peso: i contadini scendono dal carro e se necessario, facendo forza sulle ruote, cercano di spingere anche loro il carro.
La giornata, iniziata al levar del sole, finalmente è terminata. È il momento del pranzo e del riposo.

lunedì 8 agosto 2011

Mondare le mandorle

La raccolta delle mandorle è rimasta immutata, anche se il trasporto, oggi, è agevolato per la costante presenza dei trattori che, seguendo gli operai, allevia il trasporto a spalla o sui carri. Una profonda trasformazione ha subito invece il secondo atto della raccolta, ovvero la pulizia delle mandorle.
Quando le mandorle vengono raccolte sono ancora ricoperte dal mallo, in parte aperto ma ancora attaccato a queste. Oggi questa operazione avviene con delle macchine, che sfruttando la forza centrifuga e delle eliche, separano le mandorle dal mallo, riducendo il peso e costo del lavoro. Ma prima della diffusione di queste macchine, tutto doveva essere espletato a mano.
Tutti in famiglia dovevano collaborare, mamme, figli, nonni. Quando il raccolto era abbondante alcuni vicini di casa offrivano la loro collaborazione e spesso era necessario assumere delle ragazze o signore disposte a questo lavoro. Non c’era un regolare rapporto di lavoro, ma tutti avevano un adeguato compenso.
Mentre con le mani agilmente sceglievano o sbucciavano le mandorle, le operaie discutevano tra loro e spesso per rompere la monotonia cantavano canzoni popolari dell’epoca, alcune anche in dialetto(poiché le radio erano poco diffuse, durante varie attività gli operai cantavano).
Quando i cesti erano colmi di mandorle pulite, erano versati sui teli stesi sui marciapiedi per asciugarle. Nel paese sui marciapiedi di molte strade, anche sulle ampie passeggiate lungo i corsi, spesso sui terrazzi delle case, erano distese tante mandorle. Quest’anno sono andato per le strade, ma non ho notato in alcun luogo mandorle stese al sole; è vero che ai margini delle strade sono parcheggiate le auto, ma forse è vero che oggi la coltura delle mandorle si sta fortemente riducendo.
In Puglia, in settembre, le giornate sono ancora serene, tuttavia non mancano giornate piovose e con temporali; in tali circostanze, molti non potendo conservare le mandorle umide, osavano distendere le mandorle, tenendo un’attenda vigilanza nel caso che il tempo peggiorasse; nell’imminenza di un temporale si affrettavano a rientrare e riparare le mandorle dalla pioggia. Si scatenava una solidarietà collettiva e per le strade si sentivano il tintinnio delle mandorle, suoni metallici dei secchi e delle pale. In poco tempo le mandorle erano al sicuro, mentre i primi goccioloni incominciavano a cadere dalle grigie nuvole. Il vocio delle persone faceva spazio allo scroscio dell’acqua e al rombo dei tuoni.
Tra lavoro, chiacchiere e canti trascorre la giornata che, dopo la pausa di pranzo, dura fino all’imbrunire, quando rientravano dai campi i raccoglitori con altre mandorle.
Prima di rientrare la mula nella stalla bisognava togliere i mucchi di mallo accumulatisi durante la giornata. Si riempivano i sacchi e si portavano alle fornaci. Qui venivano incenerite i malli e le ceneri ricche di potassio e altre sostanze chimiche erano raccolte per uso industriale, in cambio i gestori delle fornaci pagavano; il costo non era elevato, ma contribuiva ad aumentare il gruzzolo dei figli adulti. Oggi le “scorze” non sono più valorizzate e vengono disperse nei campi.
La giornata è finita, tutti a casa per il meritato riposo; domani si riprenderà.

sabato 23 luglio 2011

Il prof. Mario va in pensione

Anche per il prof. Mario è giunta l’ora della pensione di vecchiaia, e subito alcune considerazioni si impongono alla sua riflessione.
1. “Ogni essere che ha inizio ha necessariamente una fine.” È una realistica osservazione esistenziale a cui c’è poco da aggiungere.
2. Ogni esistente chiuso in se stesso non trova alcun senso di sé e degli altri, poiché non esiste un individuo che si sia fatto da sé e che possa vivere chiuso in se stesso, dal momento che è stato generato da altri, è cresciuto e si è formato in relazione agli altri; l’esistente acquista senso solo in relazione agli altri.
“Missione compiuta.” Almeno questo compito che la società gli aveva affidato, è stato portato a termine. Ogni individuo, tramite il suo lavoro, svolge un ruolo nella società, anche chi, egoisticamente parlando, dice di svolgere un’attività per affermare se stesso, in realtà la sua attività si riversa nel bene o nel male sulla società.
A Mario è capitato di svolgere un lavoro di rilevanza sociale e di grande responsabilità, quello di stare vicino a dei giovani nella loro formazione liceale e di avviarli allo studio della storia e della filosofia.
Ora ritiene di aver profuso il suo impegno per sviluppare le capacità critiche dei giovani tramite i programmi curricolari, rispettando le varie individualità e sollecitando la ricerca e la riflessione personale.
Non tutti i giovani, condizionati da varie situazioni ambientali o coinvolti da altri interessi, hanno colto questa opportunità della loro vita. Non si può presumere che ogni nostra volontà possa realizzarsi. Ogni individuo riflette gli aspetti della vita che maggiormente lo avvincono: dovere di ciascuno è quello di operare per il meglio.
3. I problemi dell’istituzione scolastica sono tanti e meritano un’attenta analisi e un’adeguata soluzione.
Mario, per i principi filosofici, psicologici e didattici che aveva acquisito durante la sua preparazione all’insegnamento sognava una scuola più libera, più creativa, più coinvolgente e iniziò con tanto entusiasmo in previsione della riforma della scuola, invece termina la sua carriera con una legge che propone un riordino dei cicli scolastici, che sostanzialmente non modifica né i programmi, né l’organizzazione, né le strutture.
Sperando in un futuro migliore, Mario ringrazia i colleghi e gli studenti con cui ha condiviso questo tratto del percorso della sua vita.