La raccolta delle mandorle è rimasta immutata, anche se il trasporto, oggi, è agevolato per la costante presenza dei trattori che, seguendo gli operai, allevia il trasporto a spalla o sui carri. Una profonda trasformazione ha subito invece il secondo atto della raccolta, ovvero la pulizia delle mandorle.
Quando le mandorle vengono raccolte sono ancora ricoperte dal mallo, in parte aperto ma ancora attaccato a queste. Oggi questa operazione avviene con delle macchine, che sfruttando la forza centrifuga e delle eliche, separano le mandorle dal mallo, riducendo il peso e costo del lavoro. Ma prima della diffusione di queste macchine, tutto doveva essere espletato a mano.
Tutti in famiglia dovevano collaborare, mamme, figli, nonni. Quando il raccolto era abbondante alcuni vicini di casa offrivano la loro collaborazione e spesso era necessario assumere delle ragazze o signore disposte a questo lavoro. Non c’era un regolare rapporto di lavoro, ma tutti avevano un adeguato compenso.
Mentre con le mani agilmente sceglievano o sbucciavano le mandorle, le operaie discutevano tra loro e spesso per rompere la monotonia cantavano canzoni popolari dell’epoca, alcune anche in dialetto(poiché le radio erano poco diffuse, durante varie attività gli operai cantavano).
Quando i cesti erano colmi di mandorle pulite, erano versati sui teli stesi sui marciapiedi per asciugarle. Nel paese sui marciapiedi di molte strade, anche sulle ampie passeggiate lungo i corsi, spesso sui terrazzi delle case, erano distese tante mandorle. Quest’anno sono andato per le strade, ma non ho notato in alcun luogo mandorle stese al sole; è vero che ai margini delle strade sono parcheggiate le auto, ma forse è vero che oggi la coltura delle mandorle si sta fortemente riducendo.
In Puglia, in settembre, le giornate sono ancora serene, tuttavia non mancano giornate piovose e con temporali; in tali circostanze, molti non potendo conservare le mandorle umide, osavano distendere le mandorle, tenendo un’attenda vigilanza nel caso che il tempo peggiorasse; nell’imminenza di un temporale si affrettavano a rientrare e riparare le mandorle dalla pioggia. Si scatenava una solidarietà collettiva e per le strade si sentivano il tintinnio delle mandorle, suoni metallici dei secchi e delle pale. In poco tempo le mandorle erano al sicuro, mentre i primi goccioloni incominciavano a cadere dalle grigie nuvole. Il vocio delle persone faceva spazio allo scroscio dell’acqua e al rombo dei tuoni.
Tra lavoro, chiacchiere e canti trascorre la giornata che, dopo la pausa di pranzo, dura fino all’imbrunire, quando rientravano dai campi i raccoglitori con altre mandorle.
Prima di rientrare la mula nella stalla bisognava togliere i mucchi di mallo accumulatisi durante la giornata. Si riempivano i sacchi e si portavano alle fornaci. Qui venivano incenerite i malli e le ceneri ricche di potassio e altre sostanze chimiche erano raccolte per uso industriale, in cambio i gestori delle fornaci pagavano; il costo non era elevato, ma contribuiva ad aumentare il gruzzolo dei figli adulti. Oggi le “scorze” non sono più valorizzate e vengono disperse nei campi.
La giornata è finita, tutti a casa per il meritato riposo; domani si riprenderà.
L'uomo è diverso dagli altri esseri viventi perchè dotato di ragione. Altra facoltà peculiare dell'uomo è l'immaginazione, con questa l'uomo progetta e opera.
lunedì 8 agosto 2011
sabato 23 luglio 2011
Il prof. Mario va in pensione
Anche per il prof. Mario è giunta l’ora della pensione di vecchiaia, e subito alcune considerazioni si impongono alla sua riflessione.
1. “Ogni essere che ha inizio ha necessariamente una fine.” È una realistica osservazione esistenziale a cui c’è poco da aggiungere.
2. Ogni esistente chiuso in se stesso non trova alcun senso di sé e degli altri, poiché non esiste un individuo che si sia fatto da sé e che possa vivere chiuso in se stesso, dal momento che è stato generato da altri, è cresciuto e si è formato in relazione agli altri; l’esistente acquista senso solo in relazione agli altri.
“Missione compiuta.” Almeno questo compito che la società gli aveva affidato, è stato portato a termine. Ogni individuo, tramite il suo lavoro, svolge un ruolo nella società, anche chi, egoisticamente parlando, dice di svolgere un’attività per affermare se stesso, in realtà la sua attività si riversa nel bene o nel male sulla società.
A Mario è capitato di svolgere un lavoro di rilevanza sociale e di grande responsabilità, quello di stare vicino a dei giovani nella loro formazione liceale e di avviarli allo studio della storia e della filosofia.
Ora ritiene di aver profuso il suo impegno per sviluppare le capacità critiche dei giovani tramite i programmi curricolari, rispettando le varie individualità e sollecitando la ricerca e la riflessione personale.
Non tutti i giovani, condizionati da varie situazioni ambientali o coinvolti da altri interessi, hanno colto questa opportunità della loro vita. Non si può presumere che ogni nostra volontà possa realizzarsi. Ogni individuo riflette gli aspetti della vita che maggiormente lo avvincono: dovere di ciascuno è quello di operare per il meglio.
3. I problemi dell’istituzione scolastica sono tanti e meritano un’attenta analisi e un’adeguata soluzione.
Mario, per i principi filosofici, psicologici e didattici che aveva acquisito durante la sua preparazione all’insegnamento sognava una scuola più libera, più creativa, più coinvolgente e iniziò con tanto entusiasmo in previsione della riforma della scuola, invece termina la sua carriera con una legge che propone un riordino dei cicli scolastici, che sostanzialmente non modifica né i programmi, né l’organizzazione, né le strutture.
Sperando in un futuro migliore, Mario ringrazia i colleghi e gli studenti con cui ha condiviso questo tratto del percorso della sua vita.
1. “Ogni essere che ha inizio ha necessariamente una fine.” È una realistica osservazione esistenziale a cui c’è poco da aggiungere.
2. Ogni esistente chiuso in se stesso non trova alcun senso di sé e degli altri, poiché non esiste un individuo che si sia fatto da sé e che possa vivere chiuso in se stesso, dal momento che è stato generato da altri, è cresciuto e si è formato in relazione agli altri; l’esistente acquista senso solo in relazione agli altri.
“Missione compiuta.” Almeno questo compito che la società gli aveva affidato, è stato portato a termine. Ogni individuo, tramite il suo lavoro, svolge un ruolo nella società, anche chi, egoisticamente parlando, dice di svolgere un’attività per affermare se stesso, in realtà la sua attività si riversa nel bene o nel male sulla società.
A Mario è capitato di svolgere un lavoro di rilevanza sociale e di grande responsabilità, quello di stare vicino a dei giovani nella loro formazione liceale e di avviarli allo studio della storia e della filosofia.
Ora ritiene di aver profuso il suo impegno per sviluppare le capacità critiche dei giovani tramite i programmi curricolari, rispettando le varie individualità e sollecitando la ricerca e la riflessione personale.
Non tutti i giovani, condizionati da varie situazioni ambientali o coinvolti da altri interessi, hanno colto questa opportunità della loro vita. Non si può presumere che ogni nostra volontà possa realizzarsi. Ogni individuo riflette gli aspetti della vita che maggiormente lo avvincono: dovere di ciascuno è quello di operare per il meglio.
3. I problemi dell’istituzione scolastica sono tanti e meritano un’attenta analisi e un’adeguata soluzione.
Mario, per i principi filosofici, psicologici e didattici che aveva acquisito durante la sua preparazione all’insegnamento sognava una scuola più libera, più creativa, più coinvolgente e iniziò con tanto entusiasmo in previsione della riforma della scuola, invece termina la sua carriera con una legge che propone un riordino dei cicli scolastici, che sostanzialmente non modifica né i programmi, né l’organizzazione, né le strutture.
Sperando in un futuro migliore, Mario ringrazia i colleghi e gli studenti con cui ha condiviso questo tratto del percorso della sua vita.
sabato 11 giugno 2011
Le mandorle, venderle o schiacciarle?
Le mandorle sono state raccolte, pulite dal mallo e asciugate, cosa fare? Vale la pena venderle o riporle in deposito?
Chi non dispone di un buon deposito deve necessariamente venderle, chi può depositarle può attendere il periodo durante il quale il mercato potrebbe offrire un prezzo più remunerativo. Oggi non mi sembrano ci siano altre soluzioni.
Qualche decennio fa chi raccoglieva grandi quantità di mandorle le vendeva già man mano che le mandorle erano ben asciutte.
Un commerciante ben vestito, con la giacca su una spalla, accompagnato da uno o più mediatori, camminava per le vie del paese, si fermava dove c’erano le mandorle e trattava il prezzo con il proprietario. Poiché le mandorle hanno resa diversa secondo le varietà e la coltura, spesso schiacciavano un chilo di mandorle, per vedere quando frutto rendeva per stabilire un prezzo congruo. Concordato il prezzo il commerciante versava la caparra e fissava il giorno del ritiro del prodotto.
Alla data stabilita arrivava la carovana (ovvero il commerciante, il mediatore, gli operai scaricatori e un grande traino). Venivano riempiti i sacchi, che dopo essere stati pesati con la stadera, erano caricati sul carro. Il commerciante versava la somma stabilita e tutta la carovana si allontanava.
Il proprietario, finalmente soddisfatto poteva contare sul frutto del suo lavoro. Chi vive di agricoltura sa bene l’incertezza del raccolto, per le varie intemperie che possono accadere lungo il corso dell’anno, per cui spesso si dice a colui che durante l’anno guarda lo sviluppo dei frutti e cerca di prevedere il raccolto di non fare affidamento delle previsioni, ma di aspettare che i soldi siano in tasca.
Molti depositano le mandorle per poterle schiacciare e vendere solo il frutto. Questa operazione può essere vantaggiosa solo se le mandorle sono di buona varietà e con alte rese, oppure se qualcuno desideri recuperare qualche giornata di lavoro, schiacciandole personalmente con l’aiuto dei familiari.
Ai giorni nostri ci sono delle macchine che schiacciano le mandorle e separano il frutto dalle scorze, ma alcuni decenni fa tutto doveva essere fatto manualmente. Inoltre sempre nel passato, quando non era ancora diffuso l’uso del gas per scopi domestici, i gusci delle mandorle erano molto ambiti sia per la durata che per il potere calorico, spesso erano preferiti alle fascine, quando non si poteva disporre della legna per il camino.
Per cui soprattutto durante le giornate piovose d’inverno, quando i contadini non potevano svolgere altro lavoro nei campi, si sentiva il picchiare dei martelli e la crepitio delle mandorle che si rompevano. Quando la quantità stabilita delle mandorle da schiacciare era esaurita, queste si riversano su dei tavoli per la cernita del frutto delle mandorle dalle scorze.
Finita la selezione, il frutto era venduto ai commercianti che provvedevano alla raccolta e alla vendita, le scorze erano in parte riposte per le esigenze domestiche della famiglia (per il camino e per fare la carbonella per il riscaldamento), la parte restante era venduta ai fornai che le bruciavano per riscaldare i forni.
Alcune famiglie povere chiedevano ai proprietari di mandorle di affidare loro il lavoro di schiacciare le mandorle in cambio di un piccolo contributo, ma soprattutto per poter avere in cambio le scorze per il fabbisogno familiare.
I tempi erano difficili e c’era tanta povertà, per cui tante persone affrontavano tanti sacrifici per soddisfare i bisogni essenziali per la sussistenza. I gusci delle mandorle contribuivano ad alleviare alcune sofferenze; oggi non hanno alcun valore e vengono bruciate se non sono versate con altri rifiuti nelle discariche; eppure dispongono in sé una grande energia.
Chi non dispone di un buon deposito deve necessariamente venderle, chi può depositarle può attendere il periodo durante il quale il mercato potrebbe offrire un prezzo più remunerativo. Oggi non mi sembrano ci siano altre soluzioni.
Qualche decennio fa chi raccoglieva grandi quantità di mandorle le vendeva già man mano che le mandorle erano ben asciutte.
Un commerciante ben vestito, con la giacca su una spalla, accompagnato da uno o più mediatori, camminava per le vie del paese, si fermava dove c’erano le mandorle e trattava il prezzo con il proprietario. Poiché le mandorle hanno resa diversa secondo le varietà e la coltura, spesso schiacciavano un chilo di mandorle, per vedere quando frutto rendeva per stabilire un prezzo congruo. Concordato il prezzo il commerciante versava la caparra e fissava il giorno del ritiro del prodotto.
Alla data stabilita arrivava la carovana (ovvero il commerciante, il mediatore, gli operai scaricatori e un grande traino). Venivano riempiti i sacchi, che dopo essere stati pesati con la stadera, erano caricati sul carro. Il commerciante versava la somma stabilita e tutta la carovana si allontanava.
Il proprietario, finalmente soddisfatto poteva contare sul frutto del suo lavoro. Chi vive di agricoltura sa bene l’incertezza del raccolto, per le varie intemperie che possono accadere lungo il corso dell’anno, per cui spesso si dice a colui che durante l’anno guarda lo sviluppo dei frutti e cerca di prevedere il raccolto di non fare affidamento delle previsioni, ma di aspettare che i soldi siano in tasca.
Molti depositano le mandorle per poterle schiacciare e vendere solo il frutto. Questa operazione può essere vantaggiosa solo se le mandorle sono di buona varietà e con alte rese, oppure se qualcuno desideri recuperare qualche giornata di lavoro, schiacciandole personalmente con l’aiuto dei familiari.
Ai giorni nostri ci sono delle macchine che schiacciano le mandorle e separano il frutto dalle scorze, ma alcuni decenni fa tutto doveva essere fatto manualmente. Inoltre sempre nel passato, quando non era ancora diffuso l’uso del gas per scopi domestici, i gusci delle mandorle erano molto ambiti sia per la durata che per il potere calorico, spesso erano preferiti alle fascine, quando non si poteva disporre della legna per il camino.
Per cui soprattutto durante le giornate piovose d’inverno, quando i contadini non potevano svolgere altro lavoro nei campi, si sentiva il picchiare dei martelli e la crepitio delle mandorle che si rompevano. Quando la quantità stabilita delle mandorle da schiacciare era esaurita, queste si riversano su dei tavoli per la cernita del frutto delle mandorle dalle scorze.
Finita la selezione, il frutto era venduto ai commercianti che provvedevano alla raccolta e alla vendita, le scorze erano in parte riposte per le esigenze domestiche della famiglia (per il camino e per fare la carbonella per il riscaldamento), la parte restante era venduta ai fornai che le bruciavano per riscaldare i forni.
Alcune famiglie povere chiedevano ai proprietari di mandorle di affidare loro il lavoro di schiacciare le mandorle in cambio di un piccolo contributo, ma soprattutto per poter avere in cambio le scorze per il fabbisogno familiare.
I tempi erano difficili e c’era tanta povertà, per cui tante persone affrontavano tanti sacrifici per soddisfare i bisogni essenziali per la sussistenza. I gusci delle mandorle contribuivano ad alleviare alcune sofferenze; oggi non hanno alcun valore e vengono bruciate se non sono versate con altri rifiuti nelle discariche; eppure dispongono in sé una grande energia.
martedì 3 maggio 2011
Unità d'Italia
Ogni evento storico è frutto di molteplici fattori, che si intrecciano tra loro con esiti spesso non sempre prevedibili.
L’unità d’Italia era un’esigenza sentita dalle persone colte, socialmente e politicamente più impegnate, ma per le condizioni geopolitiche dell’Italia non si intravedeva una soluzione.
Non è questo il luogo in cui percorrere analiticamente la formazione della coscienza italiana, ma si può certamente affermare che gli italiani hanno avuto e nutrito la consapevolezza dell’unità della gente italiana contemporaneamente alle altre nazionalità europee emergenti, in seguito alla crisi del potere universale dell’Imperatore e del Papa.
Gli italiani divisi in tanti piccoli ‘stati’, sentivano di avere una comune cultura e, pur continuando a scrivere in latino, cominciarono a formare una propria lingua (il volgare italiano).
Le opere in volgare di Dante, Petrarca, Boccaccio e altri danno l’impronta d’italianità alla cultura.
In Italia sorgeranno e si affermeranno l’Umanesimo e il Rinascimento. Scrittori, pittori, scultori, architetti, scienziati e tecnici frequentavano le corti dei vari principati lasciando nelle varie parti d’Italia i loro capolavori, che saranno il vanto degli italiani delle varie epoche e anche dei nostri giorni.
Il Machiavelli, conoscitore degli stati europei di nuova formazione, ebbe chiara la condizione di debolezza dell’Italia, e denunciò la divisione dell’Italia come causa di tale debolezza.
Durante la prima metà dell’Ottocento esplose con rinnovato vigore il problema dell’Unità.
La rivoluzione industriale di fine Settecento cominciava a sconvolgere i sistemi produttivi dell’epoca che si reggevano ancora sull’agricoltura e sull’artigianato. L’introduzione delle nuove macchine e lo sviluppo delle aziende industriali incrementarono la produzione di prodotti finiti, e richiedevano mercati sempre più ampi per collocare i prodotti eccedenti il consumo locale.
Pertanto la borghesia industriale e capitalistica auspicava la formazione di stati sempre più grandi, ovvero mercati sempre più vasti.
Per la borghesia italiana la frantumazione dell’Italia era un ostacolo al suo sviluppo: i confini regionali impedivano gli investimenti per la ricerca e per lo sviluppo tecnologico e offrivano dei mercati molto ridotti, pertanto richiedeva l’unità dell’Italia.
La cultura romantica alimentò il sentimento nazionale: al cosmopolitismo illuministico contrappose la nazione.
Pur considerando Dio, l’Infinito, come fondamento di tutti gli esseri, i romantici ritenevano che ogni comunità, che aveva identità di lingua, di religione, di tradizione, manifestava l’unità divina, e aveva dignità di nazione.
I Paesi, come l’Italia, che possedevano da secoli tali requisiti pretesero l’indipendenza e l’unità.
All’inizio dell’Ottocento si aprì il grande dibattito sull’unità d’Italia.
Agli intellettuali e politici del tempo (C. Balbo, M. d’Azeglio, Cattaneo…) parve opportuno dare vita ad una federazione di stati. Gioberti propose una federazione di stati italiani sotto la presidenze del Papa. Il progetto non era condiviso da coloro che erano di formazione laica (illuministi, materialisti), tuttavia sembrò percorribile fino al 1848, all’inizio della Prima guerra d’indipendenza.
Il 1848 Milano e Venezia si erano sollevate contro l’Imperatore d’Austria a cui erano sottoposte. Con tali sommosse anche Milano e Venezia, diventate indipendenti, avrebbero potuto partecipare alla federazione e il problema dell’indipendenza e dell’unità italiana sarebbe stato risolto. Da tutti gli stati italiani partirono eserciti regolari e volontari per la guerra d’indipendenza.
Ma due fatti sconvolsero il progetto originale e diressero in altra direzione il corso degli eventi.
Carlo Alberto pretese, in cambio dell’aiuto militare, che Milano accettasse l’annessione al Regno di Sardegna, manifestando la volontà di estendere il proprio regno nel nord Italia, per cui quella che doveva essere la guerra d’indipendenza italiana si trasformò in guerra tra il Regno dei Savoia e l’Impero austriaco.
L’Allocuzione di Pio IX , in cui, tra l’altro, si affermava l’inopportunità per il Papa di combattere contro uno stato cristiano, attestò con chiarezza che il Papa non avrebbe potuto presiedere una confederazione di stati italiani, come aveva immaginato Gioberti.
La Prima guerra d’indipendenza finì con la sconfitta militare del Piemonte, con la fine del progetto politico neoguelfo, e con la restaurazione del potere imperiale austriaco su Milano e Venezia.
Il progetto dell’unità non venne meno. Constatata l’impossibilità di una federazione presieduta dal Papa, secondo la proposta di Gioberti, riprese vigore il disegno politico del Mazzini, che voleva l’Italia una, libera e repubblicana, come era stato espresso nel programma della Giovane Italia sin dagli anni ’30 e che si era tentato di realizzare durante la crisi della Prima guerra d’indipendenza a Roma e a Firenze.
Mazzini, anche dopo il fallimento delle esperienze del ’48, sostenuto dal suo credo romantico-religioso, tenne viva l’attenzione per l’unità d’Italia con l’azione e il sacrificio di tanti giovani che offrirono la loro vita per la libertà e l’unità d’Italia.
Intanto entrava sulla scena politica Cavour, sostenitore della monarchia costituzionale e del riformismo graduale dello stato. Primo ministro della monarchia sabauda, gestì abilmente la politica interna dello Piemonte in modo da ammodernizzare l’economia.
Nella politica estera seppe abilmente inserirsi tra le grandi potenze europee e sollecitare la soluzione del problema italiano.
Garibaldi, generale o mercenario, certamente fu un grande condottiero che seppe guidare abilmente gli eserciti dei volontari in Italia e in America Latina. Sebbene condividesse gli ideali mazziniani, si pose sempre al servizio di chi lottava per l’indipendenza e l’unità d’Italia, e a Teano seppe realisticamente rinunziare all’istituto repubblicano a vantaggio di quello monarchico, pur di conseguire l’unità del Paese.
La guerra di Crimea e la conseguente pace di Parigi, offrirono al Cavour l’opportunità di porre in un consesso internazionale il problema italiano.
Gli accordi di Plombières, tra Cavour e Napoleone III, se proponevano l’estromissione dell’Austria dall’Italia e l’estensione del territorio Sabaudo, di fatto stabilivano l’egemonia francese in l’Italia. La regione Italia sarebbe stata divisa in tre stati il Nord sarebbe stato annesso al Piemonte, il centro e il sud sarebbero stati controllati indirettamente dalla Francia.
Anche la Seconda guerra dell’indipendenza italiana non conseguì gli esiti stabiliti.
Napoleone III, per l’andamento della guerra in Italia a fianco di Vittorio Emanuele II e per le opposizioni politiche in Francia, firmò l’armistizio di Villafranca. Alla pace di Parigi si stabilì che l’Austria avrebbe rinunciato a Milano a vantaggio del Piemonte, che a sua volta, come stabilito nell’accordo di Plombières avrebbe ceduto la Savoia e Nizza alla Francia.
Intanto nell’Italia centrale erano scoppiate delle rivolte di mazziniani e della Società Nazionale, che avevano deposto i sovrani legittimi e dato vita a stati indipendenti.
Il Congresso di Parigi non permise l’intervento dell’Austria per restaurare i vecchi sovrani, pertanto furono indetti dei plebisciti con cui le popolazioni degli stati resisi indipendenti decisero l’annessione al Piemonte. Fu un evidente successo per la politica di Cavour, che riuscì ad unire sotto la casa Sabauda oltre alla Lombardia, anche Parma, Modena, l'Emilia, la Romagna e la Toscana.
Contro ogni previsione, il destino dell’Italia sembrava segnato.
Cavour, legato dagli accordi internazionali, era nell’impossibilità di compiere altre azioni a favore dell’unità. Ripresero l’iniziativa i mazziniani.
Con la complicità di re Vittorio Emanuele II, i Mille partirono da Quarto, andarono Talamone e poi a Marsala, da dove incominciò la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno d’Italia.
Ancora una volta interviene Cavour, che, col pretesto di sostenere l’ordine monarchico contro quello repubblicano mazziniano, permette a Vittorio Emanuele II di scendere nell’Italia meridionale, a capo dell’esercito piemontese, e ottenere, in seguito a plebiscito, l’annessione del Regno delle due Sicilie al suo regno.
Il 17 marzo 1861 viene proclamato il regno d’Italia, anche se mancano alcune parti della Penisola.
Il 1866 sarà conquistato il Veneto,in seguito alla guerra Asutro-Prussiana.
Il 1870, in seguito alla sconfitta della Francia nella guerra Franco Prussiana, anche il Lazio farà parte integrante dell’Italia, con l’occupazione di Roma da parte dell’esercito italiano e l’abbattimento dello Stato Pontificio.
Solo dopo la Prima guerra mondiale, l’Italia potrà raggiungere il confine naturale settentrionale (lo spartiacque meridionale delle Alpi) con l’annessione del Tirolo meridionale (Alto Adige), Trieste e l’Istria meridionale.
L’unità d’Italia era un’esigenza sentita dalle persone colte, socialmente e politicamente più impegnate, ma per le condizioni geopolitiche dell’Italia non si intravedeva una soluzione.
Non è questo il luogo in cui percorrere analiticamente la formazione della coscienza italiana, ma si può certamente affermare che gli italiani hanno avuto e nutrito la consapevolezza dell’unità della gente italiana contemporaneamente alle altre nazionalità europee emergenti, in seguito alla crisi del potere universale dell’Imperatore e del Papa.
Gli italiani divisi in tanti piccoli ‘stati’, sentivano di avere una comune cultura e, pur continuando a scrivere in latino, cominciarono a formare una propria lingua (il volgare italiano).
Le opere in volgare di Dante, Petrarca, Boccaccio e altri danno l’impronta d’italianità alla cultura.
In Italia sorgeranno e si affermeranno l’Umanesimo e il Rinascimento. Scrittori, pittori, scultori, architetti, scienziati e tecnici frequentavano le corti dei vari principati lasciando nelle varie parti d’Italia i loro capolavori, che saranno il vanto degli italiani delle varie epoche e anche dei nostri giorni.
Il Machiavelli, conoscitore degli stati europei di nuova formazione, ebbe chiara la condizione di debolezza dell’Italia, e denunciò la divisione dell’Italia come causa di tale debolezza.
Durante la prima metà dell’Ottocento esplose con rinnovato vigore il problema dell’Unità.
La rivoluzione industriale di fine Settecento cominciava a sconvolgere i sistemi produttivi dell’epoca che si reggevano ancora sull’agricoltura e sull’artigianato. L’introduzione delle nuove macchine e lo sviluppo delle aziende industriali incrementarono la produzione di prodotti finiti, e richiedevano mercati sempre più ampi per collocare i prodotti eccedenti il consumo locale.
Pertanto la borghesia industriale e capitalistica auspicava la formazione di stati sempre più grandi, ovvero mercati sempre più vasti.
Per la borghesia italiana la frantumazione dell’Italia era un ostacolo al suo sviluppo: i confini regionali impedivano gli investimenti per la ricerca e per lo sviluppo tecnologico e offrivano dei mercati molto ridotti, pertanto richiedeva l’unità dell’Italia.
La cultura romantica alimentò il sentimento nazionale: al cosmopolitismo illuministico contrappose la nazione.
Pur considerando Dio, l’Infinito, come fondamento di tutti gli esseri, i romantici ritenevano che ogni comunità, che aveva identità di lingua, di religione, di tradizione, manifestava l’unità divina, e aveva dignità di nazione.
I Paesi, come l’Italia, che possedevano da secoli tali requisiti pretesero l’indipendenza e l’unità.
All’inizio dell’Ottocento si aprì il grande dibattito sull’unità d’Italia.
Agli intellettuali e politici del tempo (C. Balbo, M. d’Azeglio, Cattaneo…) parve opportuno dare vita ad una federazione di stati. Gioberti propose una federazione di stati italiani sotto la presidenze del Papa. Il progetto non era condiviso da coloro che erano di formazione laica (illuministi, materialisti), tuttavia sembrò percorribile fino al 1848, all’inizio della Prima guerra d’indipendenza.
Il 1848 Milano e Venezia si erano sollevate contro l’Imperatore d’Austria a cui erano sottoposte. Con tali sommosse anche Milano e Venezia, diventate indipendenti, avrebbero potuto partecipare alla federazione e il problema dell’indipendenza e dell’unità italiana sarebbe stato risolto. Da tutti gli stati italiani partirono eserciti regolari e volontari per la guerra d’indipendenza.
Ma due fatti sconvolsero il progetto originale e diressero in altra direzione il corso degli eventi.
Carlo Alberto pretese, in cambio dell’aiuto militare, che Milano accettasse l’annessione al Regno di Sardegna, manifestando la volontà di estendere il proprio regno nel nord Italia, per cui quella che doveva essere la guerra d’indipendenza italiana si trasformò in guerra tra il Regno dei Savoia e l’Impero austriaco.
L’Allocuzione di Pio IX , in cui, tra l’altro, si affermava l’inopportunità per il Papa di combattere contro uno stato cristiano, attestò con chiarezza che il Papa non avrebbe potuto presiedere una confederazione di stati italiani, come aveva immaginato Gioberti.
La Prima guerra d’indipendenza finì con la sconfitta militare del Piemonte, con la fine del progetto politico neoguelfo, e con la restaurazione del potere imperiale austriaco su Milano e Venezia.
Il progetto dell’unità non venne meno. Constatata l’impossibilità di una federazione presieduta dal Papa, secondo la proposta di Gioberti, riprese vigore il disegno politico del Mazzini, che voleva l’Italia una, libera e repubblicana, come era stato espresso nel programma della Giovane Italia sin dagli anni ’30 e che si era tentato di realizzare durante la crisi della Prima guerra d’indipendenza a Roma e a Firenze.
Mazzini, anche dopo il fallimento delle esperienze del ’48, sostenuto dal suo credo romantico-religioso, tenne viva l’attenzione per l’unità d’Italia con l’azione e il sacrificio di tanti giovani che offrirono la loro vita per la libertà e l’unità d’Italia.
Intanto entrava sulla scena politica Cavour, sostenitore della monarchia costituzionale e del riformismo graduale dello stato. Primo ministro della monarchia sabauda, gestì abilmente la politica interna dello Piemonte in modo da ammodernizzare l’economia.
Nella politica estera seppe abilmente inserirsi tra le grandi potenze europee e sollecitare la soluzione del problema italiano.
Garibaldi, generale o mercenario, certamente fu un grande condottiero che seppe guidare abilmente gli eserciti dei volontari in Italia e in America Latina. Sebbene condividesse gli ideali mazziniani, si pose sempre al servizio di chi lottava per l’indipendenza e l’unità d’Italia, e a Teano seppe realisticamente rinunziare all’istituto repubblicano a vantaggio di quello monarchico, pur di conseguire l’unità del Paese.
La guerra di Crimea e la conseguente pace di Parigi, offrirono al Cavour l’opportunità di porre in un consesso internazionale il problema italiano.
Gli accordi di Plombières, tra Cavour e Napoleone III, se proponevano l’estromissione dell’Austria dall’Italia e l’estensione del territorio Sabaudo, di fatto stabilivano l’egemonia francese in l’Italia. La regione Italia sarebbe stata divisa in tre stati il Nord sarebbe stato annesso al Piemonte, il centro e il sud sarebbero stati controllati indirettamente dalla Francia.
Anche la Seconda guerra dell’indipendenza italiana non conseguì gli esiti stabiliti.
Napoleone III, per l’andamento della guerra in Italia a fianco di Vittorio Emanuele II e per le opposizioni politiche in Francia, firmò l’armistizio di Villafranca. Alla pace di Parigi si stabilì che l’Austria avrebbe rinunciato a Milano a vantaggio del Piemonte, che a sua volta, come stabilito nell’accordo di Plombières avrebbe ceduto la Savoia e Nizza alla Francia.
Intanto nell’Italia centrale erano scoppiate delle rivolte di mazziniani e della Società Nazionale, che avevano deposto i sovrani legittimi e dato vita a stati indipendenti.
Il Congresso di Parigi non permise l’intervento dell’Austria per restaurare i vecchi sovrani, pertanto furono indetti dei plebisciti con cui le popolazioni degli stati resisi indipendenti decisero l’annessione al Piemonte. Fu un evidente successo per la politica di Cavour, che riuscì ad unire sotto la casa Sabauda oltre alla Lombardia, anche Parma, Modena, l'Emilia, la Romagna e la Toscana.
Contro ogni previsione, il destino dell’Italia sembrava segnato.
Cavour, legato dagli accordi internazionali, era nell’impossibilità di compiere altre azioni a favore dell’unità. Ripresero l’iniziativa i mazziniani.
Con la complicità di re Vittorio Emanuele II, i Mille partirono da Quarto, andarono Talamone e poi a Marsala, da dove incominciò la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno d’Italia.
Ancora una volta interviene Cavour, che, col pretesto di sostenere l’ordine monarchico contro quello repubblicano mazziniano, permette a Vittorio Emanuele II di scendere nell’Italia meridionale, a capo dell’esercito piemontese, e ottenere, in seguito a plebiscito, l’annessione del Regno delle due Sicilie al suo regno.
Il 17 marzo 1861 viene proclamato il regno d’Italia, anche se mancano alcune parti della Penisola.
Il 1866 sarà conquistato il Veneto,in seguito alla guerra Asutro-Prussiana.
Il 1870, in seguito alla sconfitta della Francia nella guerra Franco Prussiana, anche il Lazio farà parte integrante dell’Italia, con l’occupazione di Roma da parte dell’esercito italiano e l’abbattimento dello Stato Pontificio.
Solo dopo la Prima guerra mondiale, l’Italia potrà raggiungere il confine naturale settentrionale (lo spartiacque meridionale delle Alpi) con l’annessione del Tirolo meridionale (Alto Adige), Trieste e l’Istria meridionale.
domenica 3 aprile 2011
Il camaleonte
Il camaleonte è un animale bizzarro, si mimetizza facilmente nell’ambiente in cui viene a trovarsi, come quell’individuo che, incapace di tener fede ai propri valori, si adegua a quelli degli interlocutori, mostrando piena condivisione solo fin quando è con loro.
Il camaleonte è un animale pericoloso, perché ben mimetizzato, aggredisce le proprie prede e con fulminea voracità le divora. L’ individuo che muta continuamente la propri etica, non riesce a mantenere per lungo tempo stabili legami con le persone che gli sono vicino, anche verso quelle che dice di amare. Ed pericoloso, perché riversa le responsabilità della propria incoerenza verso coloro che con fatica cercano di trasmettere quei valori umani e civili per una pacifica convivenza.
Bisogna prestare la massima attenzione all’individuo-camaleonte, non è affidabile.
Il camaleonte è un animale pericoloso, perché ben mimetizzato, aggredisce le proprie prede e con fulminea voracità le divora. L’ individuo che muta continuamente la propri etica, non riesce a mantenere per lungo tempo stabili legami con le persone che gli sono vicino, anche verso quelle che dice di amare. Ed pericoloso, perché riversa le responsabilità della propria incoerenza verso coloro che con fatica cercano di trasmettere quei valori umani e civili per una pacifica convivenza.
Bisogna prestare la massima attenzione all’individuo-camaleonte, non è affidabile.
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