Non è un racconto di fantascienza, ma un fatto realmente accaduto: tre coltivatori diretti erano confinanti: il campo di uno dei tre era il doppio dei campi di ciascuno degli altri due coltivatori, pertanto un lato segnava il confine comune con gli altri due. Il proprietario del campo più grande decise di piantare degli alberi lungo il confine. Uno dei due proprietari dei campi più piccoli ritenne che i nuovi alberi piantati non rispettassero la dovuta distanza dal confine, erano troppo vicino al proprio campo e manifestò il proprio dissenso al proprietario del fondo maggiore. Non si addivenne ad un accordo, anzi si passò alle offese e si ricorse al giudice.
In tale circostanza fu coinvolto anche il terzo agricoltore, il quale, con poca convinzione si associò con il proprietario del campo dell'estensione simile al suo. Come avviene in ogni ricorso a giudizio si rivolsero agli avvocati per sostenere la propria causa. Da quel momento il terzo agricoltore non si preoccupò più della controversia, e col passar del tempo la dimenticò del tutto. La questione passò nelle mani degli avvocati e del giudice. Questi durante diciassette anni si incontrarono solo quattro volte, tre volte praticamente per non decidere nulla, all'ultima, quella del diciassettesimo anno, il giudice emise il giudizio di primo grado.
Un anno prima della sentenza i campi non erano più di uso agricolo, ma erano già aree edificabili e tutti gli alberi erano stati sradicati.
Non mi interessa la sentenza, ma da persona, non coinvolta nei fatti, mi sono posto delle domande, è possibile che per una causa, in cui non ci sono da svolgere tante indagini, siano necessari ben diciassette anni? A cosa è servita la sentenza dal momento che le proprietà non sono più adibite all'agricoltura ma all'edilizia? Quanti rancori ha fatto radicare negli animi in questi anni?
Eppure gli avvocati di parte hanno preteso compensi ben retribuiti.
Penso che ogni cittadino di buon senso si ponga tali domande, e nello stesso tempo si renda conto dell'inefficienza della giustizia.
Non penso che ciò dipenda dall'incapacità dei giudici, né dall'insufficienza dei mezzi, ma da insensate procedure forensi, che nel tempo si sono radicate nel sistema e, mi verrebbe da pensare, artatamente procurate.
L'uomo è diverso dagli altri esseri viventi perchè dotato di ragione. Altra facoltà peculiare dell'uomo è l'immaginazione, con questa l'uomo progetta e opera.
mercoledì 21 ottobre 2009
domenica 4 ottobre 2009
Nannina
In una giornata autunnale di ottobre nacque una bambina, subito protetta dall'amore dei genitori, e circondata dalla curiosità e dall'affetto del fratello maggiore e delle altre tre sorelline.
Il padre non era agiato, ma con la sua attività artigianale e commerciale riusciva a sostenere dignitosamente la propria famiglia. Svolgeva un'attività che da tempo non si pratica più: era un pellettiere, con la pelle realizzava oggetti per la casa e per la campagna, come otri e vari tipi di crivelli, che erano utilizzati per setacciare il grano e vari tipi di legumi.
Composto una congrua quantità di tali oggetti, costruiti da lui personalmente o aiutato da altri artigiani, li caricava su un carro e si dirigeva verso i mercati più convenienti.
Aveva travato un mercato cospicuo nella provincia di Foggia, pertanto spesso si recava lì. Oggi, i circa cento chilometri, che separano Foggia dal paese del padre di Nannina, si percorrono in circa un'ora, all'epoca il percorso era lungo perché il traino carico e tirato dai cavalli impiegava diverse ore, era difficile perché le strade erano sterrate, pertanto d'estate erano polverose, mentre d'inverno erano melmose, era soprattutto pericoloso per la possibilità di incorrere nei briganti.
Molti gli sconsigliavano di andare fino a Foggia, in quanto ritenuta una città pericolosa e gli dicevano “fuggi da Foggia”, e lui, che aveva trovato un buon mercato in quella zona, rispondeva “fugge da Foggia chi non è esperto di Foggia”.
Tuttavia quando viaggiava, anche lui per difesa portava una pistola.
Nannina, quando raccontava di suo padre ai suoi figli, ricordava che portava sempre con sé una pistola e ripeteva questo episodio: il giorno in cui i nonni si sposarono ed entrarono per la prima volta nella loro camera da letto, il nonno si liberò della pistola e la poggiò sul comodino, la nonna a quel gesto manifestò una certa titubanza, ma il nonno la rassicurò affermando che era un oggetto di difesa e non sparava da sé.
Nannina, visse con il padre solo due anni, infatti il padre si ammalò e morì, un mese prima che nascesse l'ultimogenito.
La madre e il figlio maggiore dovettero farsi carico della famiglia composta da due figli maschi e tre femminucce, in un'epoca in cui non si era affermata una pur parziale assistenza sociale.
Il padre non era agiato, ma con la sua attività artigianale e commerciale riusciva a sostenere dignitosamente la propria famiglia. Svolgeva un'attività che da tempo non si pratica più: era un pellettiere, con la pelle realizzava oggetti per la casa e per la campagna, come otri e vari tipi di crivelli, che erano utilizzati per setacciare il grano e vari tipi di legumi.
Composto una congrua quantità di tali oggetti, costruiti da lui personalmente o aiutato da altri artigiani, li caricava su un carro e si dirigeva verso i mercati più convenienti.
Aveva travato un mercato cospicuo nella provincia di Foggia, pertanto spesso si recava lì. Oggi, i circa cento chilometri, che separano Foggia dal paese del padre di Nannina, si percorrono in circa un'ora, all'epoca il percorso era lungo perché il traino carico e tirato dai cavalli impiegava diverse ore, era difficile perché le strade erano sterrate, pertanto d'estate erano polverose, mentre d'inverno erano melmose, era soprattutto pericoloso per la possibilità di incorrere nei briganti.
Molti gli sconsigliavano di andare fino a Foggia, in quanto ritenuta una città pericolosa e gli dicevano “fuggi da Foggia”, e lui, che aveva trovato un buon mercato in quella zona, rispondeva “fugge da Foggia chi non è esperto di Foggia”.
Tuttavia quando viaggiava, anche lui per difesa portava una pistola.
Nannina, quando raccontava di suo padre ai suoi figli, ricordava che portava sempre con sé una pistola e ripeteva questo episodio: il giorno in cui i nonni si sposarono ed entrarono per la prima volta nella loro camera da letto, il nonno si liberò della pistola e la poggiò sul comodino, la nonna a quel gesto manifestò una certa titubanza, ma il nonno la rassicurò affermando che era un oggetto di difesa e non sparava da sé.
Nannina, visse con il padre solo due anni, infatti il padre si ammalò e morì, un mese prima che nascesse l'ultimogenito.
La madre e il figlio maggiore dovettero farsi carico della famiglia composta da due figli maschi e tre femminucce, in un'epoca in cui non si era affermata una pur parziale assistenza sociale.
mercoledì 23 settembre 2009
Il codominio (metafora di democrazia)
L'esperienza che ho fatto, da quando vivo in condominio, mi permette di abbozzare alcune riflessioni, anche sui comportamenti degli uomini nella gestione democratica di un bene comune.
Il condominio è un bene comune, un edificio suddiviso in tanti appartamenti, locali, box..., la cui gestione è affidata a tutti i condomini, i quali riuniti in assemblea prendono le dovute decisioni per il miglior godimento della cosa comune.
Come il parlamento di uno stato deve rispettare la costituzione, così le assemblee condominiali sono tenute al rispetto del codice civile, reso più semplice e più pratico dalle tabelle millesimali, che dei tecnici hanno compilato.
Non dovrebbero esserci delle difficoltà ad applicare le norme condominiali, soprattutto se sostenute dalla buona educazione e dal rispetto reciproco dei condomini.
E tutti i condomini, trattandosi di regolare l'uso di un bene che interessa loro direttamente, dovrebbero responsabilmente partecipare alle assemblee. Invece, parlo della mia esperienza, difficilmente si riesce a raggiungere (tra presenti e deleghe) la maggioranza richiesta per approvare i bilanci o le varie delibere.
Ritengo che ciò avvenga perché alcuni sono, di fatto, impossibilitati ad essere presenti; ma tanti si disinteressano totalmente, delegando agli altri le scelte, anche se, in seguito, criticano il loro operato; alcuni, non sentendosi competenti in materia, ritengono di non dover partecipare; pregiudizio errato, perché se non conoscono le norme, possono sempre apprenderle e comunque possono esprimere una loro valutazione sugli effetti delle scelte altrui.
Tra i presenti come in ogni assemblea avviene il dibattito, spesso sereno e positivo, ma alcune volte, soprattutto quando si devono ripartire le spese, tumultuoso: qualcuno, noncurante delle controversie che possono emergere, va speculando nella giurisprudenza tutti i possibili sotterfugi per poter risparmiare qualche euro, creando problemi e sollevando liti.
Pertanto una semplice amministrazione del condominio, diventa difficile da gestire ed è necessario ricorrere ad un amministratore esterno, se non proprio alla magistratura.
La democrazia spesso è indicata come il miglior governo possibile, e condivido pienamente tale valutazione, tuttavia è un governo difficile da gestire, per il disinteresse di tanti e gli egoismi che possono emergere fra coloro che vi prendono parte.
La democrazia diretta di J.J. Rousseau è una bella utopia, quella in cui gli individui limitando il proprio io, possono dar vita ad un io comune.
Né è opportuno affidare ai delegati tutta la responsabilità di gestire la cosa pubblica, perché questi, o alcuni di questi, facendo prevalere gli interessi di parte piuttosto che il bene comune, potrebbero creare disarmonia nel paese e quindi disordini...
Una buona Costituzione, che sappia garantire la governabilità del paese e il controllo del governo stesso, con dei poteri efficaci, potrebbe garantire una pace sociale e uno sviluppo equilibrato della società.
Fondamento e garanzia dello stato, con qualsiasi forma di governo democratico, è una cittadinanza consapevole e responsabile.
Il condominio è un bene comune, un edificio suddiviso in tanti appartamenti, locali, box..., la cui gestione è affidata a tutti i condomini, i quali riuniti in assemblea prendono le dovute decisioni per il miglior godimento della cosa comune.
Come il parlamento di uno stato deve rispettare la costituzione, così le assemblee condominiali sono tenute al rispetto del codice civile, reso più semplice e più pratico dalle tabelle millesimali, che dei tecnici hanno compilato.
Non dovrebbero esserci delle difficoltà ad applicare le norme condominiali, soprattutto se sostenute dalla buona educazione e dal rispetto reciproco dei condomini.
E tutti i condomini, trattandosi di regolare l'uso di un bene che interessa loro direttamente, dovrebbero responsabilmente partecipare alle assemblee. Invece, parlo della mia esperienza, difficilmente si riesce a raggiungere (tra presenti e deleghe) la maggioranza richiesta per approvare i bilanci o le varie delibere.
Ritengo che ciò avvenga perché alcuni sono, di fatto, impossibilitati ad essere presenti; ma tanti si disinteressano totalmente, delegando agli altri le scelte, anche se, in seguito, criticano il loro operato; alcuni, non sentendosi competenti in materia, ritengono di non dover partecipare; pregiudizio errato, perché se non conoscono le norme, possono sempre apprenderle e comunque possono esprimere una loro valutazione sugli effetti delle scelte altrui.
Tra i presenti come in ogni assemblea avviene il dibattito, spesso sereno e positivo, ma alcune volte, soprattutto quando si devono ripartire le spese, tumultuoso: qualcuno, noncurante delle controversie che possono emergere, va speculando nella giurisprudenza tutti i possibili sotterfugi per poter risparmiare qualche euro, creando problemi e sollevando liti.
Pertanto una semplice amministrazione del condominio, diventa difficile da gestire ed è necessario ricorrere ad un amministratore esterno, se non proprio alla magistratura.
La democrazia spesso è indicata come il miglior governo possibile, e condivido pienamente tale valutazione, tuttavia è un governo difficile da gestire, per il disinteresse di tanti e gli egoismi che possono emergere fra coloro che vi prendono parte.
La democrazia diretta di J.J. Rousseau è una bella utopia, quella in cui gli individui limitando il proprio io, possono dar vita ad un io comune.
Né è opportuno affidare ai delegati tutta la responsabilità di gestire la cosa pubblica, perché questi, o alcuni di questi, facendo prevalere gli interessi di parte piuttosto che il bene comune, potrebbero creare disarmonia nel paese e quindi disordini...
Una buona Costituzione, che sappia garantire la governabilità del paese e il controllo del governo stesso, con dei poteri efficaci, potrebbe garantire una pace sociale e uno sviluppo equilibrato della società.
Fondamento e garanzia dello stato, con qualsiasi forma di governo democratico, è una cittadinanza consapevole e responsabile.
domenica 6 settembre 2009
Dialogo come liberazione
Il dialogo, il fondamentale mezzo di comunicazione tra gli uomini, è determinante per liberare gli individui dal solipsismo, che è causa di ansia e preoccupazione, oltre, naturalmente, per sviluppare il proprio sapere e la propria cultura.
L'affermazione di sé è un sentimento naturale dell'uomo, per cui questi, alla presenza di altri individui, è guardingo e cerca di difendere la propria individualità. Ciò, spesso, porta l'uomo all'egoismo, alla forte affermazione di sé, ovvero alla chiusura in se steso. Chiudersi in sé stesso porta a preoccuparsi per difendere sé e i propri averi, e gli altri, in qualche modo, diventano avversari, se non nemici, da cui difendersi, perché sono concorrenti nel conseguire gli stessi beni. L'uomo, direbbe Hobbes, diventa “homini lupus”, la vita diventa una guerra costante e il pericolo è sempre incombente; qualche momento di felicità potrebbe derivare da un'ulteriore conquista per sé.
Ma l'uomo non ha solo questo sentimento, vuole essere riconosciuto e gratificato, anche nel suo egoismo, vuole liberarsi da questo stato di timore e angoscia costante, pertanto deve in qualche modo uscire da sé, deve relazionarsi con gli altri, deve dialogare.
Nel dialogo, all'inizio concitato perché carico di emotività e aggressività, perché sta comunicando con un altro a lui ignoto, scopre che l'altro ha gli stessi suoi problemi, ha gli stessi bisogni da soddisfare, ha bisogno di aiuto come lui per sostenersi ed affermarsi, pertanto l'aggressività viene meno, l'emotività prima alimentata dalla paura ora diventa più pacata e lo spinge alla condivisione se non alla solidarietà. Inizia una collaborazione che in seguito si estenderà ad altri e inizierà a vivere in comunità.
La rilevante importanza del dialogo e conseguentemente di una vita sociale 'pacifica', è condivisibile da tutti, anche se spesso per una forte esaltazione del proprio io o per uno smacco subito nella dialettica della vita, alcuni si estraniano dalla vita sociale e rifiutano il confronto con gli altri, suscitando seri problemi per sé e per quanti vivono nel proprio ambiente.
Con il dialogo l'uomo supera la solitudine e può affrontare con maggiore serenità i problemi della vita, può arricchire le sue conoscenze, sviluppare la cultura, potenziare la vita politica, modificare aspetti della vita.
L'affermazione di sé è un sentimento naturale dell'uomo, per cui questi, alla presenza di altri individui, è guardingo e cerca di difendere la propria individualità. Ciò, spesso, porta l'uomo all'egoismo, alla forte affermazione di sé, ovvero alla chiusura in se steso. Chiudersi in sé stesso porta a preoccuparsi per difendere sé e i propri averi, e gli altri, in qualche modo, diventano avversari, se non nemici, da cui difendersi, perché sono concorrenti nel conseguire gli stessi beni. L'uomo, direbbe Hobbes, diventa “homini lupus”, la vita diventa una guerra costante e il pericolo è sempre incombente; qualche momento di felicità potrebbe derivare da un'ulteriore conquista per sé.
Ma l'uomo non ha solo questo sentimento, vuole essere riconosciuto e gratificato, anche nel suo egoismo, vuole liberarsi da questo stato di timore e angoscia costante, pertanto deve in qualche modo uscire da sé, deve relazionarsi con gli altri, deve dialogare.
Nel dialogo, all'inizio concitato perché carico di emotività e aggressività, perché sta comunicando con un altro a lui ignoto, scopre che l'altro ha gli stessi suoi problemi, ha gli stessi bisogni da soddisfare, ha bisogno di aiuto come lui per sostenersi ed affermarsi, pertanto l'aggressività viene meno, l'emotività prima alimentata dalla paura ora diventa più pacata e lo spinge alla condivisione se non alla solidarietà. Inizia una collaborazione che in seguito si estenderà ad altri e inizierà a vivere in comunità.
La rilevante importanza del dialogo e conseguentemente di una vita sociale 'pacifica', è condivisibile da tutti, anche se spesso per una forte esaltazione del proprio io o per uno smacco subito nella dialettica della vita, alcuni si estraniano dalla vita sociale e rifiutano il confronto con gli altri, suscitando seri problemi per sé e per quanti vivono nel proprio ambiente.
Con il dialogo l'uomo supera la solitudine e può affrontare con maggiore serenità i problemi della vita, può arricchire le sue conoscenze, sviluppare la cultura, potenziare la vita politica, modificare aspetti della vita.
giovedì 20 agosto 2009
Cuore di Mamma
Una giovane mamma, Anna, aveva avuto un primo figlio Saverio, un bel bambino dai capelli d'oro e occhi celesti. Questi purtroppo morì quando non aveva neppure un anno.
Alla seconda maternità Anna ebbe due gemelli: un maschietto a cui dette il nome Saverio, lo stesso nome del primogenito e nome del suocero, secondo i costumi delle propria cittadina, e una femminuccia, che chiamò Maria, nome coincidente sia a quello della propria mamma che della suocera. Per poterli nutrire allattò al suo seno la piccola e affidò ad una balia il maschietto, all'epoca non era ancora diffuso l'uso del latte in polvere o alimenti vari per bambini come oggi. La figlioletta tuttavia non superò il secondo anno di vita. Nella prima metà del Novecento la mortalità infantile era ancora elevata.
In seguito ebbe altri due figli, Nicola e Mario.
Ai tre figli sopravvissuti offriva tutto il suo amore e le sue trepide cure. Ma il ricordo dei due figlioli morti prematuri, non venne mai meno e segnò la vita della mamma.
In camera da letto, tra gli altri mobili, c'era un comò ornato con un'immagine del Sacro Cuore circondato da volti di angioletti. Davanti a questa immagine in alcune ricorrenze religiose accendeva una lampada votiva ad olio. Quando accendeva la lampada, recitava delle preghiere e, alcune volte, avendo accanto i figlioli, a questi indicava due angioletti dell'immagine come i suoi figlioletti che erano vicino a Gesù.
Ricordava con rammarico Maria, perché le era venuta meno un'amica della vita, dal momento che i figli maschi, ad una certa età, non resistono a stare in casa.
Anche sul letto di morte anela al suo incontro; mentre il suo figlio Mario le teneva strette le mani, lei continuava a ripetere “portami a casa, portami dove sta mamma e Maria”, la figlioletta che aveva avuto sempre nel suo cuore di mamma.
Alla seconda maternità Anna ebbe due gemelli: un maschietto a cui dette il nome Saverio, lo stesso nome del primogenito e nome del suocero, secondo i costumi delle propria cittadina, e una femminuccia, che chiamò Maria, nome coincidente sia a quello della propria mamma che della suocera. Per poterli nutrire allattò al suo seno la piccola e affidò ad una balia il maschietto, all'epoca non era ancora diffuso l'uso del latte in polvere o alimenti vari per bambini come oggi. La figlioletta tuttavia non superò il secondo anno di vita. Nella prima metà del Novecento la mortalità infantile era ancora elevata.

In seguito ebbe altri due figli, Nicola e Mario.
Ai tre figli sopravvissuti offriva tutto il suo amore e le sue trepide cure. Ma il ricordo dei due figlioli morti prematuri, non venne mai meno e segnò la vita della mamma.
In camera da letto, tra gli altri mobili, c'era un comò ornato con un'immagine del Sacro Cuore circondato da volti di angioletti. Davanti a questa immagine in alcune ricorrenze religiose accendeva una lampada votiva ad olio. Quando accendeva la lampada, recitava delle preghiere e, alcune volte, avendo accanto i figlioli, a questi indicava due angioletti dell'immagine come i suoi figlioletti che erano vicino a Gesù.
Ricordava con rammarico Maria, perché le era venuta meno un'amica della vita, dal momento che i figli maschi, ad una certa età, non resistono a stare in casa.
Anche sul letto di morte anela al suo incontro; mentre il suo figlio Mario le teneva strette le mani, lei continuava a ripetere “portami a casa, portami dove sta mamma e Maria”, la figlioletta che aveva avuto sempre nel suo cuore di mamma.
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