venerdì 18 giugno 2010

Il Partito

La parola è di per sé significativa, deriva da parte e indica che esprime opinioni di una parte dell’elettorato. In democrazia il partito dovrebbe nascere dall’esigenza dei cittadini di partecipare alla gestione del bene comune, esprimendo i propri punti di vista, le proprie necessità e le eventuali possibili soluzioni.
Il partito dovrebbe essere una punto d’incontro dove gli iscritti (e iscritti ai vari partiti dovrebbero esseri tutti i cittadini) possano esprimere le proprie esigenze le proprie valutazioni sui vari eventi politici.
I dirigenti delle segreterie dovrebbero essere capaci all’ascolto e a compiere le prime sintesi delle opinioni espresse, per poi comporle con quelle raccolte da altri partiti nella sede del Parlamento, prima della formazione delle leggi valide per tutti, per il bene comune.
In riunioni periodiche, soprattutto in prossimità delle elezioni ai vari livelli istituzionali, i coordinatori delle sezioni dovrebbero esprimere le linee politiche condivise dagli scritti, con ipotesi di programmi per la soluzione dei problemi più impellenti e chiedere la disponibilità di quanti siano ritenuti in grado di sostenerli e di portarli ad attuazione.
Il partito dovrebbe essere scuola di politica. Già discutere dei problemi individuali e condividerli con altri sarebbe un ottimo strumento di socializzazione e responsabilizzazione. Se questi fossero approfonditi e confrontati con tematiche di politica nazionale e internazionale con eventuali dibattito con cittadini esperti nei vari settori, il partito assolverebbe una funzione socializzatrice e politica di elevato livello.
Maturato dopo ampie discussioni il consenso e il sostegno consapevole non dovrebbero mancare.

Costituzione italiana, Art. 49 “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

giovedì 20 maggio 2010

Carta penna e calamaio - Atto primo

- Bimbi attenti, non urtate i banchi perché i calamai sono stati riempiti dal bidello. - Prendete la penna e il quaderno. - Bagnate la punta del pennino nell’inchiostro e lentamente tracciate una lineetta nel primo quadrato del quaderno. - Guardate come dovete tenere la penna… si così. - Tracciate la linea con leggerezza altrimenti l’inchiostro cade tutto sul foglio. - Oh, no, vedete che macchia si è fatta sul foglio, immergete solo la punta del pennino nel calamaio, e tracciate con leggerezza sul foglio. – Bene così – Bene! - Continuate negli altri quadretti per tutto il primo rigo.
I bimbi in silenzio con grande impegno tracciavano le aste, come il maestro aveva ordinato. Ad un tratto un pianto. – Cosa è successo! Si è sporcato il quaderno dice un bambino. – Non piangere, rassicura il maestro, prendi la carta assorbente poggiala sulla pagina e con attenzione sollevala. - Ecco così; - Un momento che si asciughi e poi continua a tracciare le altre aste, stai attento a non fare altre macchie.
- Avete completato il primo rigo? - Passate al secondo.
- Avete completato tutti? Ora basta, pulite il pennino, mettete la penna nella scatoletta; completerete la pagina a casa. Ora vi racconto una favola, attenti!

martedì 11 maggio 2010

Carta penna e calamaio - Atto secondo

- Prendete quaderno e penna. – Oggi scriveremo la ‘o’; - nei quadratini della prima riga del quaderno segnate un tondino. - Attenzione! senza uscire dai margini. - Tenete la penna in modo leggero. - Avanti, scrivete.
- Piano, non macchiate il quaderno. - Bene, così.
- Maestro ho completato il rigo. - Bene, lasciate un rigo, ripetete al terzo rigo. Un quadratino si, uno no, avanti!
- Basta, completerete la pagina nello stesso modo, a casa.
Il maestro prende una lunga asta di legno e richiama l’attenzione dei bambini sui quadretti esposti sul muro, alle sue spalle. Sono riprodotti tanti aggetti comuni, con i loro nomi scritti in corsivo e stampatello. Il maestro invita i bambini a dire il nome degli oggetti, intanto con l’asta indica la lettera iniziale dei nomi.
Casa, Albero, Imbuto, Gnomo, Rosa, Zappa…

lunedì 19 aprile 2010

Carta penna e calamaio - Atto terzo

- Buongiorno bambini. State a posto in ordine. - Raccomando la massima pulizia, dovete conservare il grembiulino sempre pulito; - su le mani, anche le mani devono essere ben lavate. - E i capelli ben pettinati e puliti - Attenzione a qualche animaletto. - Da domani prima di iniziare la lezione, controllerò se siete ben puliti. - Michele, non hai ben allacciato il fiocco. - Mauro, dove hai poggiato le mani. - Attenzione, l’igiene è molto importante per stare bene in solute vostra e degli altri.
- Riprendiamo gli esercizi di scrittura. - Prendete dalla cartella il quaderno e la penna. - Oggi faremo una cornicetta alla pagina del quaderno; vedete, così, una lineetta in un quadratino e tre foglie, ciascuna in un quadratino, ecco così come ho disegnato sulla lavagna.- Va bene, piano, con la mano leggera, senza macchiare il foglio, continuate sulle prime due linee.
- Fate attenzione non dovete uscire dai margini. - Maestro ho messo la lineetta in un altro quadratino. - Vediamo, cerchiamo di sistemare, così; fai attenzione non sbagliare più. - Chi ha terminato la parte superiore della pagina deve continuare ripetendo i disegni sotto il primo della riga superiore, così. - Poi continuerete facendo i disegnini sotto l’ultimo della parte superiore, infine unirete le due colonne con una riga inferiore.
I bambini con grande attenzione eseguono il compito loro attribuito.
- Oggi, bambini, andremo in palestra. – Su, la prima fila qui davanti a me, la seconda fila accanto alla prima, la terza accanto alla seconda. - Pietro tu sei più alto, mettiti dietro, i più bassi avanti. - Sollevate il braccio destro, questo, e poggiatelo sulla spalla di chi vi sta avanti, questa è la distanza che dovete tenere quando si commina. - Andiamo in palestra!

sabato 10 aprile 2010

Il linguaggio

Mentre i bambini venivano esercitati ad usare la penna con aste, bastoncini, cerchietti, cornicette disegnate sul quaderno, il maestro raccontava degli aneddoti, delle favole, facendole ripetere dai bambini. Mostrava oggetti, definendoli in lingua italiana. Doveva creare una certa armonia all’interno della classe: c’erano bambini, che, pervenendo da famiglia di impiegati o di liberi professionisti, parlavano in italiano e a contatto con gli altri apprendevano delle parole in dialetto; c’erano molti ragazzi, che, figli di operai o contadini, parlavano solo in dialetto e facevano fatica ad esprimersi in italiano. Mario si districava fra i due linguaggi, perché il padre, piccolo coltivatore diretto e analfabeta, aveva difficoltà a parlare in italiano, che pure comprendeva, e quando era costretto ad esprimersi in italiano lo faceva con un linguaggio suo personale, mentre quando era in compagnia di altri contadini, dovendo esprimere una parola in italiano, modificava delle vocali in modo da renderle assonanti al linguaggio dialettale. La mamma, che aveva frequentato la scuola elementare, sapeva leggere e scrivere e spesso si dedicava alla lettura di alcuni libri che le capitavano, cercava di non far parlare i figlioli in dialetto, ma doveva arrendersi quando questi parlavano con il papà.
Il maestro ogni mattina, faceva esercitare i bambini a scrivere una pagina di a, una di b, ogni giorno una lettera da scrivere su una pagina in classe, su un’altra a casa. Quindi incominciava a far comporre le parole, da ripetere dieci-venti volte, chi incontrava delle difficoltà era obbligato a ripetere l’esercizio più volte.
I bambini apprendevano un linguaggio comune, chiamavano con lo stesso nome gli oggetti e le persone circostanti, comunicavano tra loro, e quel sentimento di simpatia che lega i bambini, diventava più chiaro, più comprensibile, più solido. Si formava una nuova piccola comunità.